Chiesa e Magistero

Il messaggio di Benedetto XVI per la 45° Giornata mondiale della Pace 2012

Le parole del Pontefice rivolte ai giovani ed ai responsabili dell'educazione

Sintesi a cura della Radio Vaticana

1. Il Papa invita a guardare il 2012 con “atteggiamento fiducioso” anche se nell’ultimo anno “è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno”. Si rivolge in particolare ai giovani “nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo”. “Le preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo – sottolinea - esprimono il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro”. “E’ importante che questi fermenti e la spinta ideale che contengono trovino la dovuta attenzione in tutte le componenti della società. La Chiesa guarda ai giovani con speranza, ha fiducia in loro”, “li incoraggia a ricercare la verità” e “a difendere il bene comune”.
2. Benedetto XVI si rivolge ai responsabili dell’educazione. Oggi “sono più che mai necessari autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi”. Il Papa esorta i genitori “a non perdersi d’animo” nonostante le difficoltà: “viviamo in un mondo in cui la famiglia, e anche la vita stessa, sono costantemente minacciate e, non di rado, frammentate. Condizioni di lavoro spesso poco armonizzabili con le responsabilità familiari, preoccupazioni per il futuro, ritmi di vita frenetici”. Si rivolge ai responsabili delle istituzioni che hanno compiti educativi affinché “abbiano cura che ogni giovane possa scoprire la propria vocazione” assicurando “alle famiglie che i loro figli possano avere un cammino formativo non in contrasto con la loro coscienza e i loro principi religiosi”. Si rivolge ai responsabili politici, “chiedendo loro di aiutare concretamente le famiglie e le istituzioni educative ad esercitare il loro diritto-dovere di educare. Non deve mai mancare un adeguato supporto alla maternità e alla paternità. Facciano in modo che a nessuno sia negato l’accesso all’istruzione e che le famiglie possano scegliere liberamente le strutture educative ritenute più idonee per il bene dei propri figli. Si impegnino a favorire il ricongiungimento di quelle famiglie che sono divise dalla necessità di trovare mezzi di sussistenza. Offrano ai giovani un’immagine limpida della politica, come vero servizio per il bene di tutti”. Lancia un appello “al mondo dei media affinché dia il suo contributo educativo”. Ma responsabili sono anche i giovani che “devono avere il coraggio di vivere prima di tutto essi stessi ciò che chiedono a coloro che li circondano”.
3. Il messaggio sottolinea quindi la necessità di “educare alla verità e alla libertà”. “Il volto umano di una società dipende molto dal contributo dell’educazione a mantenere viva” l’insopprimibile domanda sulla verità, su chi è l’uomo: “l’uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità - non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita - perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio”. Riconoscere questa verità porta ad “avere un profondo rispetto per ogni essere umano”. D’altra parte “solo nella relazione con Dio l’uomo comprende anche il significato della propria libertà”. “Questa non è l’assenza di vincoli o il dominio del libero arbitrio, non è l’assolutismo dell’io. L’uomo che crede di essere assoluto, di non dipendere da niente e da nessuno, di poter fare tutto ciò che vuole, finisce… per perdere la sua libertà”. Oggi minaccia la libertà la “massiccia presenza” del “relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione, perché separa l’uno dall’altro, riducendo ciascuno a ritrovarsi chiuso dentro il proprio “io”. “Il retto uso della libertà è dunque centrale nella promozione della giustizia e della pace, che richiedono il rispetto per se stessi e per l’altro, anche se lontano dal proprio modo di essere e di vivere”.
4. Occorre poi “educare alla giustizia” in un mondo che tende “a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere”. La giustizia “non è una semplice convenzione umana”: infatti “ciò che è giusto” è determinato non da un contratto ma “dall’identità profonda dell’essere umano” creato da Dio. Oggi “certe correnti della cultura moderna, sostenute da principi economici razionalistici e individualisti, hanno alienato il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti” con la conseguenza di separarlo “dalla carità e dalla solidarietà”.
5. “La pace – ribadisce il Papa - non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti”. “La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità”. “E’ anzitutto dono di Dio” ma “anche opera da costruire. Per essere veramente operatori di pace, dobbiamo educarci alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione, alla fraternità, essere attivi all’interno della comunità e vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ed internazionali e sull’importanza di ricercare adeguate modalità di redistribuzione della ricchezza, di promozione della crescita, di cooperazione allo sviluppo e di risoluzione dei conflitti”. Il Papa invita i giovani “ad avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero, anche quando ciò può comportare sacrificio e andare controcorrente”.
6. “Non sono le ideologie che salvano il mondo – afferma Benedetto XVI - ma soltanto il volgersi al Dio vivente” che è amore: “e che cosa mai potrebbe salvarci se non l'amore?”. Il Papa, invitando a guardare “con maggiore speranza al futuro”, lancia, infine, un accorato appello ai giovani: “Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio … Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli. La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace”.
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Vedi anche "Messaggio di Pax Christi dal Convegno di Brescia"

Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale

Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

24/10/2011

Nota ripresa da vatican.va

Prefazione

«La situazione attuale del mondo esige un’azione d’insieme sulla base di una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali. Esperta in umanità, la Chiesa, lungi dal pretendere minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati, “non ha di mira che un unico scopo: continuare, sotto l’impulso dello Spirito consolatore, la stessa opera del Cristo, venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, per salvare, non per condannare, per servire, non per essere servito”». (1)

Con queste parole, Paolo VI, nella profetica e sempre attuale Enciclica Populorum progressio del 1967, tracciava in maniera limpida «le traiettorie» dell’intima relazione della Chiesa con il mondo: traiettorie che si intersecano nel valore profondo della dignità dell’uomo e nella ricerca del bene comune, e che pure rendono i popoli responsabili e liberi di agire secondo le proprie più alte aspirazioni.

La crisi economica e finanziaria che sta attraversando il mondo chiama tutti, persone e popoli, ad un profondo discernimento dei principi e dei valori culturali e morali che sono alla base della convivenza sociale. Ma non solo. La crisi impegna gli operatori privati e le autorità pubbliche competenti a livello nazionale, regionale e internazionale ad una seria riflessione sulle cause e sulle soluzioni di natura politica, economica e tecnica.

In tale prospettiva, la crisi, insegna Benedetto XVI, «ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente». (2)

Gli stessi leader del g20, nello Statement adottato a Pittsburgh nel 2009, hanno affermato come «The economic crisis demonstrates the importance of ushering in a new era of sustainable global economic activity grounded in responsibility». (3)

Raccogliendo l’appello del Santo Padre e, al tempo stesso, facendo proprie le preoccupazioni dei popoli — soprattutto di quelli che maggiormente soffrono il prezzo della situazione attuale — il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, nel rispetto delle competenze delle autorità civili e politiche, intende proporre e condividere la propria riflessione «Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale».

Tale riflessione vuole essere un contributo ai responsabili della terra e a tutti gli uomini di buona volontà; un gesto di responsabilità non solo nei confronti delle generazioni presenti, ma soprattutto di quelle future; affinché non sia mai perduta la speranza di un futuro migliore e la fiducia nella dignità e nella capacità di bene della persona umana.

Ogni singola persona, ogni comunità di persone, è partecipe e responsabile della promozione del bene comune. Fedeli alla loro vocazione di natura etica e religiosa, le comunità di credenti devono per prime interrogarsi sull’adeguatezza dei mezzi di cui la famiglia umana dispone in vista della realizzazione del bene comune mondiale. La Chiesa, per parte sua, è chiamata a stimolare in tutti indistintamente «la volontà di partecipare a quell’ingente sforzo con il quale, nel corso dei secoli, [gli uomini] cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, corrisponde[ndo così] alle intenzioni di Dio». (4)

1. Sviluppo economico e disuguaglianze

La grave crisi economica e finanziaria, che il mondo oggi attraversa, trova la sua origine in molteplici cause. Sulla pluralità e sul peso di queste cause persistono opinioni diverse: alcuni sottolineano anzitutto gli errori insiti nelle politiche economiche e finanziarie; altri insistono sulle debolezze strutturali delle istituzioni politiche, economiche e finanziarie; altri ancora le attribuiscono a cedimenti di natura etica intervenuti a tutti i livelli, nel quadro di un’economia mondiale sempre più dominata dall’utilitarismo e dal materialismo. Nei diversi stadi di sviluppo della crisi, si riscontra sempre una combinazione di errori tecnici e di responsabilità morali.

Nel caso di scambio di beni materiali e di servizi, sono la natura e la capacità produttiva, il lavoro in tutte le sue molteplici forme, che pongono un limite alle quantità determinando un insieme di costi e di prezzi che permette, sotto certe condizioni, un’allocazione efficiente delle risorse disponibili.

Ma in materia monetaria e finanziaria le dinamiche sono diverse. Negli ultimi decenni sono state le banche ad estendere il credito, il quale ha generato moneta, che a sua volta ha sollecitato un’ulteriore espansione del credito. Il sistema economico è stato in tale maniera spinto verso una spirale inflazionistica che inevitabilmente ha trovato un limite nel rischio sostenibile per gli istituti di credito, sottoposti ad un pericolo ulteriore di fallimento, con conseguenze negative per l’intero sistema economico e finanziario.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le economie nazionali sono avanzate, sebbene con enormi sacrifici per milioni, anzi per miliardi di persone che avevano dato fiducia, con il loro comportamento di produttori e imprenditori da un lato, di risparmiatori e consumatori dall’altro, a un progressivo regolare sviluppo della moneta e della finanza in linea con le potenzialità di crescita reale dell’economia.

Dagli anni Novanta dello scorso secolo, si riscontra invece come la moneta e i titoli di credito a livello globale siano aumentati in misura molto più rapida della produzione del reddito, anche a prezzi correnti. Ne sono derivate la formazione di sacche eccessive di liquidità e di bolle speculative che poi si sono trasformate in una serie di crisi di solvibilità e di fiducia che si sono propagate e susseguite nel corso degli anni.

Una prima crisi si è verificata negli anni Settanta fino ai primi anni Ottanta, ed era relativa ai prezzi del petrolio. In seguito si sono avute una serie di crisi in vari Paesi in via di sviluppo. Si pensi alla prima crisi del Messico negli anni Ottanta, oppure a quelle del Brasile, della Russia e della Corea, quindi di nuovo del Messico negli anni Novanta, della Thailandia, dell’Argentina.

La bolla speculativa sugli immobili e la recente crisi finanziaria hanno la medesima origine nell’eccessivo ammontare di moneta e di strumenti finanziari a livello globale.

Mentre le crisi nei Paesi in via di sviluppo, che hanno rischiato di coinvolgere il sistema monetario e finanziario globale, sono state contenute con forme di intervento da parte dei Paesi più sviluppati, la crisi scoppiata nel 2008 è stata caratterizzata da un fattore decisivo e dirompente rispetto a quelle precedenti. Essa è stata generata nel contesto degli Stati Uniti, una delle aree più rilevanti per l’economia e la finanza mondiale, coinvolgendo la moneta a cui fa tuttora capo la stragrande maggioranza degli scambi internazionali.

Un orientamento di stampo liberista — reticente rispetto ad interventi pubblici nei mercati — ha fatto propendere per il fallimento di un importante istituto finanziario internazionale, immaginando in tal modo di delimitare la crisi e i suoi effetti. Ne è derivata purtroppo una propagazione di sfiducia che ha spinto a mutare repentinamente atteggiamento, sollecitando interventi pubblici sotto varie forme, di enorme portata (oltre il 20 per cento del prodotto nazionale) al fine di tamponare gli effetti negativi che avrebbero travolto tutto il sistema finanziario internazionale.

Le conseguenze sulla cosiddetta «economia reale», passando attraverso le gravi difficoltà di alcuni settori — in primo luogo dell’edilizia — e attraverso il diffondersi di aspettative sfavorevoli, hanno generato una tendenza negativa della produzione e del commercio internazionale, con gravi riflessi sull’occupazione, e con effetti che ancora non hanno probabilmente esaurito tutta la loro portata. I costi per milioni, anzi miliardi di persone, nei Paesi sviluppati ma anche soprattutto in quelli in via di sviluppo, sono rilevanti.

In Paesi ed aree dove mancano ancora i beni più elementari della salute, del cibo, del riparo dalle intemperie, oltre un miliardo di persone sono costrette a sopravvivere con un reddito medio di poco più di un dollaro al giorno.

Il benessere economico globale, misurato in primo luogo dalla produzione del reddito ed anche dalla diffusione delle capabilities, si è accresciuto, nel corso della seconda metà del XX secolo, in una misura e con una rapidità mai sperimentate nella storia del genere umano.

Ma sono anche aumentate enormemente le disuguaglianze all’interno dei vari Paesi e tra di essi. Mentre alcuni Paesi e aree economiche, quelle più industrializzate e sviluppate, hanno visto crescere notevolmente la produzione del reddito, altri Paesi sono stati di fatto esclusi dal miglioramento generalizzato dell’economia, e persino hanno peggiorato la loro situazione.

I pericoli di una situazione di sviluppo economico, concepito in termini liberistici, sono stati lucidamente e profeticamente denunciati da Paolo VI — per le conseguenze nefaste sugli equilibri mondiali e sulla pace — già nel 1967, dopo il Concilio Vaticano II, con l’Enciclica Populorum progressio. Il Pontefice indicò come condizioni imprescindibili, per la promozione di un autentico sviluppo, la difesa della vita e la promozione della crescita culturale e morale delle persone. Su tali basi, affermava Paolo VI, lo sviluppo plenario e planetario «è il nuovo nome della pace». (5)

A quaranta anni di distanza, nel 2007, il Fondo Monetario Internazionale riconobbe, nel suo Rapporto annuale, la stretta connessione tra un processo di globalizzazione non adeguatamente governato da un lato, e le forti disuguaglianze a livello mondiale dall’altro. (6) Oggi i moderni mezzi di comunicazione rendono evidenti a tutti i popoli, ricchi e poveri, le disuguaglianze economiche, sociali e culturali che si sono determinate a livello globale generando tensioni e imponenti movimenti migratori.

Tuttavia, va ribadito che il processo di globalizzazione con i suoi aspetti positivi è alla base del grande sviluppo dell’economia mondiale del XX secolo. Vale la pena di ricordare che tra il 1900 e il 2000 la popolazione mondiale si è quasi quadruplicata e che la ricchezza prodotta a livello mondiale è cresciuta in misura molto più rapida cosicché il reddito medio pro capite è fortemente aumentato. Allo stesso tempo, però, non è aumentata l’equa distribuzione della ricchezza, piuttosto, in molti casi essa è peggiorata.

Ma cosa ha spinto il mondo in questa direzione estremamente problematica anche per la pace?

Anzitutto un liberismo economico senza regole e senza controlli. Si tratta di una ideologia, di una forma di «apriorismo economico», che pretende di prendere dalla teoria le leggi di funzionamento del mercato e le cosiddette leggi dello sviluppo capitalistico esasperandone alcuni aspetti. Un’ideologia economica che stabilisca a priori le leggi del funzionamento del mercato e dello sviluppo economico, senza confrontarsi con la realtà, rischia di diventare uno strumento subordinato agli interessi dei Paesi che godono di fatto di una posizione di vantaggio economico e finanziario.

Regole e controlli, sia pure in maniera imperfetta, sono spesso presenti a livello nazionale e regionale; tuttavia, a livello internazionale tali regole e controlli fanno fatica a realizzarsi e a consolidarsi.

Alla base delle disparità e delle distorsioni dello sviluppo capitalistico c’è, in gran parte, oltre all’ideologia del liberismo economico, l’ideologia utilitarista, ossia quella impostazione teorico-pratica per cui: «l’utile personale conduce al bene della comunità». È da notare che una simile «massima» contiene un’anima di verità, ma non si può ignorare che non sempre l’utile individuale, sebbene legittimo, favorisce il bene comune. In più di un caso è richiesto uno spirito di solidarietà che trascenda l’utile personale per il bene della comunità.

Negli anni venti del secolo scorso alcuni economisti avevano già messo in guardia dal dare eccessivamente credito, in assenza di regole e controlli, a quelle teorie oggi divenute ideologie e prassi dominanti a livello internazionale.

Un effetto devastante di queste ideologie, soprattutto negli ultimi decenni del secolo scorso e i primi anni del nuovo secolo, è stato lo scoppio della crisi nella quale il mondo si trova tuttora immerso.

Benedetto XVI, nella sua enciclica sociale, ha individuato in maniera precisa la radice di una crisi che non è solamente di natura economica e finanziaria, ma prima di tutto di natura morale, oltre che ideologica. L’economia, infatti — osserva il Pontefice — ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona. (7) Egli, poi, ha denunciato il ruolo svolto dall’utilitarismo e dall’individualismo, nonché le responsabilità di chi li ha assunti e diffusi come parametro per il comportamento ottimale di coloro — operatori economici e politici — che agiscono e interagiscono nel contesto sociale. Ma Benedetto XVI ha anche individuato e denunciato una nuova ideologia, l’ideologia della tecnocrazia.

2. Il ruolo della tecnica e la sfida etica

Il grande sviluppo economico e sociale dello scorso secolo, certamente con le sue luci ma anche con i suoi gravi coni d’ombra, è dovuto anche al continuato sviluppo della tecnica e, nei decenni più recenti, ai progressi dell’informatica e alle sue applicazioni, all’economia e in primo luogo alla finanza.

Per interpretare con lucidità l’attuale nuova questione sociale, occorre senz’altro, però, evitare l’errore, figlio anch’esso dell’ideologia neoliberista, di ritenere che i problemi da affrontare siano di ordine esclusivamente tecnico. Come tali, essi sfuggirebbero alla necessità di un discernimento e di una valutazione di tipo etico. Ebbene, l’enciclica di Benedetto XVI mette in guardia contro i pericoli dell’ideologia della tecnocrazia, ossia di quell’assolutizzazione della tecnica che «tende a produrre un’incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia» (8) ed a minimizzare il valore delle scelte dell’individuo umano concreto che opera nel sistema economico-finanziario, riducendole a mere variabili tecniche. La chiusura ad un «oltre», inteso come un di più rispetto alla tecnica, non solo rende impossibile trovare soluzioni adeguate per i problemi, ma impoverisce sempre più, sul piano materiale e morale, le principali vittime della crisi.

Anche nel contesto della complessità dei fenomeni la rilevanza dei fattori etici e culturali non può, dunque, essere trascurata o sottostimata. La crisi, di fatto, ha rivelato comportamenti di egoismo, di cupidigia collettiva e di accaparramento di beni su grande scala. Nessuno può rassegnarsi a vedere l’uomo vivere come «un lupo per l’altro uomo», secondo la concezione evidenziata da Hobbes. Nessuno, in coscienza, può accettare lo sviluppo di alcuni Paesi a scapito di altri. Se non si pone un rimedio alle varie forme di ingiustizia gli effetti negativi che ne deriveranno sul piano sociale, politico ed economico saranno destinati a generare un clima di crescente ostilità e perfino di violenza, sino a minare le stesse basi delle istituzioni democratiche, anche di quelle ritenute più solide.

Dal riconoscimento del primato dell’essere rispetto a quello dell’avere, dell’etica rispetto a quello dell’economia, i popoli della terra dovrebbero assumere, come anima della loro azione, un’etica della solidarietà, abbandonando ogni forma di gretto egoismo, abbracciando la logica del bene comune mondiale che trascende il mero interesse contingente e particolare. Dovrebbero, in definitiva, avere vivo il senso di appartenenza alla famiglia umana in nome della comune dignità di tutti gli esseri umani: «prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti e delle forme di giustizia, [...] che le sono proprie, esiste un qualcosa che è dovuto all’uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità». (9)

Già nel 1991, dopo il fallimento del collettivismo marxista, il Beato Giovanni Paolo II aveva messo in guardia nei confronti del rischio di «un’idolatria del mercato, che ignora l’esistenza di beni che, per loro natura, non sono né possono essere semplici merci». (10) Oggi occorre senz’indugio accogliere il suo ammonimento e imboccare una strada più in sintonia con la dignità e con la vocazione trascendente della persona e della famiglia umana.

3. Il governo della globalizzazione

Nel cammino verso la costruzione di una famiglia umana più fraterna e giusta e, prima ancora, di un nuovo umanesimo aperto alla trascendenza, appare inoltre particolarmente attuale l’insegnamento del Beato Giovanni XXIII. Nella profetica Lettera enciclica Pacem in terris del 1963, egli avvertiva che il mondo si stava avviando verso una sempre maggiore unificazione. Prendeva quindi atto del fatto che, nella comunità umana, era venuta meno la rispondenza fra l’organizzazione politica «su piano mondiale e le esigenze obiettive del bene comune universale». (11) Per conseguenza auspicava la creazione, un giorno, di «un’Autorità pubblica mondiale». (12)

A fronte dell’unificazione del mondo, propiziata dal complesso fenomeno della globalizzazione; a fronte dell’importanza di garantire, oltre agli altri beni collettivi, quello rappresentato da un sistema economico-finanziario mondiale libero, stabile e a servizio dell’economia reale, oggi l’insegnamento della Pacem in terris appare ancor più vitale e degno di urgente concretizzazione.

Lo stesso Benedetto XVI, nel solco tracciato dalla Pacem in terris, ha espresso la necessità di costituire un’Autorità politica mondiale. (13) Tale necessità appare del resto evidente, se si pensa al fatto che l’agenda delle questioni da trattare a livello globale diventa costantemente più ampia. Si pensi, ad esempio, alla pace e alla sicurezza; al disarmo e al controllo degli armamenti; alla promozione e alla tutela dei diritti fondamentali dell’uomo; al governo dell’economia e alle politiche di sviluppo; alla gestione dei flussi migratori e alla sicurezza alimentare; alla tutela dell’ambiente. In tutti questi ambiti risulta sempre più evidente la crescente interdipendenza tra Stati e regioni del mondo e la necessità di risposte, non solo settoriali e isolate, ma sistematiche e integrate, ispirate dalla solidarietà e dalla sussidiarietà e orientate al bene comune universale.

Come ricorda Benedetto XVI, se non si persegue questa strada anche «il diritto internazionale, nonostante i grandi progressi compiuti nei vari campi, rischierebbe di essere condizionato dagli equilibri di potere tra i più forti». (14)

Lo scopo dell’Autorità pubblica, rammentava già Giovanni XXIII nella Pacem in terris, è anzitutto quello di servire il bene comune. Essa, pertanto, deve dotarsi di strutture e meccanismi adeguati, efficaci, ossia all’altezza della propria missione e delle aspettative che in essa sono riposte. Questo è particolarmente vero all’interno di un mondo globalizzato, che rende persone e popoli sempre più interconnessi ed interdipendenti, ma che mostra anche il peso dell’egoismo e degli interessi settoriali, tra cui l’esistenza di mercati monetari e finanziari a carattere prevalentemente speculativo, dannosi per l’economia reale, specie dei Paesi più deboli.

È un processo complesso e delicato. Tale Autorità sovranazionale deve, infatti, avere un’impostazione realistica ed essere messa in atto con gradualità, con l’obiettivo di favorire anche l’esistenza di sistemi monetari e finanziari efficienti ed efficaci, ossia mercati liberi e stabili, disciplinati da un adeguato quadro giuridico, funzionali allo sviluppo sostenibile e al progresso sociale di tutti, ispirati ai valori della carità nella verità. (15) Si tratta di un’Autorità dall’orizzonte planetario, che non può essere imposta con la forza, ma dovrebbe essere espressione di un accordo libero e condiviso, oltre che delle esigenze permanenti e storiche del bene comune mondiale e non frutto di coercizione o di violenze. Essa dovrebbe sorgere da un processo di maturazione progressiva delle coscienze e delle libertà, nonché dalla consapevolezza di crescenti responsabilità. Non possono, per conseguenza, essere tralasciati come superflui elementi quali la fiducia reciproca, l’autonomia e la partecipazione. Il consenso deve coinvolgere un sempre maggior numero di Paesi che aderiscono in maniera convinta, mediante quel dialogo sincero che non emargina, bensì valorizza le opinioni minoritarie. L’Autorità mondiale dovrebbe, dunque, coinvolgere coerentemente tutti i popoli, in una collaborazione in cui essi sono chiamati a contribuire con il patrimonio delle loro virtù e delle loro civiltà.

La costituzione di un’Autorità politica mondiale dovrebbe essere preceduta da una fase preliminare di concertazione, dalla quale emergerà una istituzione legittimata, in grado di offrire una guida efficace e, al tempo stesso, di permettere a ciascun Paese di esprimere e di perseguire il proprio bene particolare. L’esercizio di una simile Autorità, posta al servizio del bene di tutti e di ciascuno, sarà necessariamente super partes, ossia al di sopra di ogni visione parziale e di ogni bene particolare, in vista della realizzazione del bene comune. Le sue decisioni non dovranno essere il risultato del pre-potere dei Paesi più sviluppati sui Paesi più deboli. Dovranno, invece, essere assunte nell’interesse di tutti, non solo a vantaggio di alcuni gruppi, siano essi formati da lobby private o da Governi nazionali.

Un’Istituzione sopranazionale, espressione di una «comunità delle Nazioni», non potrà peraltro durare a lungo, se le diversità dei Paesi, sul piano delle culture, delle risorse materiali ed immateriali, delle condizioni storiche e geografiche non sono riconosciute e pienamente rispettate. L’assenza di un consenso convinto, alimentato da un’incessante comunione morale della comunità mondiale, indebolirebbe l’efficacia della corrispettiva Autorità.

Ciò che vale a livello nazionale vale anche a livello mondiale. La persona non è fatta per servire incondizionatamente l’Autorità, il cui compito è quello di porsi al servizio della persona stessa, in coerenza con il valore preminente della dignità dell’uomo. Parimenti, i Governi non devono servire incondizionatamente l’Autorità mondiale. È piuttosto quest’ultima che deve mettersi al servizio dei vari Paesi membri, secondo il principio di sussidiarietà, creando, tra l’altro, quelle condizioni socio-economiche, politiche e giuridiche, indispensabili anche all’esistenza di mercati efficienti ed efficaci, perché non iperprotetti da politiche nazionali paternalistiche, perché non indeboliti da deficit sistematici delle finanze pubbliche e dei Prodotti nazionali, che di fatto impediscono ai mercati stessi di operare in un contesto mondiale come istituzioni aperte e concorrenziali.

Nella tradizione del Magistero della Chiesa, ripresa con vigore da Benedetto XVI, (16) il principio di sussidiarietà deve regolare le relazioni tra Stato e comunità locali, tra Istituzioni pubbliche e Istituzioni private, non escluse quelle monetarie e finanziarie. Così, su un ulteriore livello, deve reggere le relazioni tra una eventuale futura Autorità pubblica mondiale e le istituzioni regionali e nazionali. Un tale principio è a garanzia sia della legittimità democratica sia dell’efficacia delle decisioni di coloro che sono chiamati a prenderle. Permette di rispettare la libertà delle persone e delle comunità di persone e, al tempo stesso, di responsabilizzarle rispetto agli obiettivi e ai doveri che loro competono.

Secondo la logica della sussidiarietà, l’Autorità superiore offre il suo subsidium, ovvero il suo aiuto, quando la persona e gli attori sociali e finanziari sono intrinsecamente inadeguati o non riescono a fare da sé quanto è loro richiesto. (17) Grazie al principio di solidarietà, si costruisce un rapporto durevole e fecondo tra la società civile planetaria e un’Autorità pubblica mondiale, quando gli Stati, i corpi intermedi, le varie istituzioni — comprese quelle economiche e finanziarie — e i cittadini prendono le loro decisioni entro la prospettiva del bene comune mondiale, che trascende quello nazionale.

«Il governo della globalizzazione» — si legge nella Caritas in veritate — «deve essere di tipo sussidiario, articolato su più livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente». (18) Solo così si può evitare il pericolo dell’isolamento burocratico dell’Autorità centrale, che rischierebbe di essere delegittimata da un distacco troppo grande dalle realtà sulle quali si fonda, e potrebbe facilmente cadere in tentazioni paternalistiche, tecnocratiche, o egemoniche.

Un lungo cammino resta però ancora da percorrere prima di arrivare alla costituzione di una tale Autorità pubblica a competenza universale. Logica vorrebbe che il processo di riforma si sviluppasse avendo come punto di riferimento l’Organizzazione delle Nazioni Unite, in ragione dell’ampiezza mondiale delle sue responsabilità, della sua capacità di riunire le Nazioni della terra e della diversità dei suoi compiti e di quelli delle sue Agenzie specializzate. Il frutto di tali riforme dovrebbe essere una maggiore capacità di adozione di politiche e scelte vincolanti poiché orientate alla realizzazione del bene comune a livello locale, regionale e mondiale. Tra le politiche appaiono più urgenti quelle relative alla giustizia sociale globale: politiche finanziarie e monetarie che non danneggino i Paesi più deboli; (19) politiche volte alla realizzazione di mercati liberi e stabili e ad un’equa distribuzione della ricchezza mondiale mediante anche forme inedite di solidarietà fiscale globale, di cui si dirà più avanti.

Nel cammino della costituzione di un’Autorità politica mondiale non si possono disgiungere le questioni della governance (ossia di un sistema di semplice coordinamento orizzontale senza un’Autorità super partes) da quelle di uno shared government (ossia di un sistema che, oltre al coordinamento orizzontale, stabilisca un’Autorità super partes) funzionale e proporzionato al graduale sviluppo di una società politica mondiale. La costituzione di un’Autorità politica mondiale non può essere raggiunta senza la previa pratica del multilateralismo, non solo a livello diplomatico, ma anche e soprattutto nell’ambito dei piani per lo sviluppo sostenibile e per la pace. A un Governo mondiale non si può pervenire se non dando espressione politica a preesistenti interdipendenze e cooperazioni.

4. Verso una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale rispondente alle esigenze di tutti i Popoli

In materia economica e finanziaria, le difficoltà più rilevanti derivano dalla carenza di un insieme efficace di strutture, in grado di garantire, oltre ad un sistema di governance, un sistema di government dell’economia e della finanza internazionale.

Che dire di questa prospettiva? Quali passi muovere in concreto?

Con riferimento all’attuale sistema economico e finanziario mondiale vanno sottolineati due fattori determinanti: il primo è il graduale venire meno dell’efficienza delle istituzioni di Bretton Woods, a partire dai primi anni Settanta. In particolare, il Fondo Monetario Internazionale ha perso un carattere essenziale per la stabilità della finanza mondiale, quello di regolare la creazione complessiva di moneta e di vegliare sull’ammontare di rischio di credito assunto dal sistema. In definitiva non si dispone più di quel «bene pubblico universale» che è la stabilità del sistema monetario mondiale.

Il secondo fattore è la necessità di un corpus minimo condiviso di regole necessarie alla gestione del mercato finanziario globale, cresciuto molto più rapidamente dell’economia reale, essendosi velocemente sviluppato per effetto, da un lato, dell’abrogazione generalizzata dei controlli sui movimenti di capitali e dalla tendenza alla deregolamentazione delle attività bancarie e finanziarie; e dall’altro, dei progressi della tecnica finanziaria favoriti dagli strumenti informatici.

Sul piano strutturale, nell’ultima parte del secolo scorso, la moneta e le attività finanziarie a livello globale sono cresciute molto più rapidamente della produzione di beni e di servizi. In tale contesto, la qualità del credito ha teso a diminuire sino ad esporre gli istituti di credito ad un rischio maggiore di quello ragionevolmente sostenibile. Basti guardare alle sorti di grandi e piccoli istituti di credito nel contesto delle crisi che si sono manifestate negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso e infine nella crisi del 2008.

Sempre nell’ultima parte del secolo scorso, si è sviluppata la tendenza a definire gli orientamenti strategici della politica economica e finanziaria all’interno di club e di gruppi più o meno estesi di Paesi più sviluppati. Pur non negando gli aspetti positivi di questo approccio, non si può non notare che esso non sembra rispettare pienamente il principio rappresentativo, in particolare dei Paesi meno sviluppati o emergenti.

La necessità di tener conto della voce di un maggiore numero di Paesi ha, ad esempio, indotto l’allargamento dei suddetti gruppi, passando così dal g7 al g20. Questa è stata un’evoluzione positiva, in quanto ha consentito di coinvolgere, negli orientamenti all’economia e alla finanza globale, la responsabilità di Paesi con più elevata popolazione, in via di sviluppo ed emergenti.

Nell’ambito del g20 possono pertanto maturare indirizzi concreti che, opportunamente elaborati nelle appropriate sedi tecniche, potranno orientare gli organi competenti a livello nazionale e regionale al consolidamento delle istituzioni esistenti e alla creazione di nuove istituzioni con appropriati ed efficaci strumenti a livello internazionale.

Gli stessi leader del g20, nella Dichiarazione finale di Pittsburgh del 2009, affermano del resto come «la crisi economica dimostra l’importanza di avviare una nuova era dell’economia globale fondata sulla responsabilità». Per fare fronte alla crisi e aprire una nuova era «della responsabilità», oltre alle misure di tipo tecnico e di breve periodo, i leader avanzano la proposta di una «riforma dell’architettura globale per fare fronte alle esigenze del 21° secolo»; e quindi quella di «un quadro che consenta di definire le politiche e le misure comuni per generare uno sviluppo globale solido, sostenibile e bilanciato». (20)

Occorre quindi avviare un processo di profonda riflessione e di riforme, percorrendo vie creative e realistiche, tendenti a valorizzare gli aspetti positivi delle istituzioni e dei fora già esistenti.

Un’attenzione specifica andrebbe riservata alla riforma del sistema monetario internazionale e, in particolare, all’impegno per dar vita a qualche forma di controllo monetario globale, peraltro già implicita negli Statuti del Fondo Monetario Internazionale. È chiaro che, in qualche misura, questo equivale a mettere in discussione i sistemi dei cambi esistenti, per trovare modi efficaci di coordinamento e supervisione. È un processo che deve coinvolgere anche i Paesi emergenti e in via di sviluppo nel definire le tappe di un adattamento graduale degli strumenti esistenti.

Sullo sfondo si delinea, in prospettiva, l’esigenza di un organismo che svolga le funzioni di una sorta di «Banca centrale mondiale» che regoli il flusso e il sistema degli scambi monetari, alla stregua delle Banche centrali nazionali. Occorre riscoprire la logica di fondo, di pace, coordinamento e prosperità comune, che portarono agli Accordi di Bretton Woods, per fornire adeguate risposte alle questioni attuali. A livello regionale tale processo potrebbe essere praticato con la valorizzazione delle istituzioni esistenti, come ad esempio la Banca Centrale Europea. Ciò richiederebbe, tuttavia, non solo una riflessione sul piano economico e finanziario, ma anche e prima di tutto, sul piano politico, in vista della costituzione di istituzioni pubbliche corrispettive che garantiscano l’unità e la coerenza delle decisioni comuni.

Queste misure dovrebbero essere concepite come alcuni dei primi passi nella prospettiva di una Autorità pubblica a competenza universale; come una prima tappa di un più lungo sforzo della comunità mondiale di orientare le sue istituzioni alla realizzazione del bene comune. Altre tappe dovranno seguire, tenendo conto che le dinamiche che conosciamo possono accentuarsi, ma anche accompagnarsi a cambiamenti che oggi sarebbe vano tentare di prevedere.

In tale processo, occorre, recuperare il primato dello spirituale e dell’etica e, con essi, il primato della politica — responsabile del bene comune — sull’economia e la finanza. Occorre ricondurre queste ultime entro i confini della loro reale vocazione e della loro funzione, compresa quella sociale, in considerazione delle loro evidenti responsabilità nei confronti della società, per dare vita a mercati ed istituzioni finanziarie che siano effettivamente a servizio della persona, che siano capaci, cioè, di rispondere alle esigenze del bene comune e della fratellanza universale, trascendendo ogni forma di piatto economicismo e di mercantilismo performativo.

Sulla base di un tale approccio di tipo etico, appare, quindi, opportuno riflettere, ad esempio:

su misure di tassazione delle transazioni finanziarie, mediante aliquote eque, ma modulate con oneri proporzionati alla complessità delle operazioni, soprattutto di quelle che si effettuano nel mercato «secondario». Una tale tassazione sarebbe molto utile per promuovere lo sviluppo globale e sostenibile secondo principi di giustizia sociale e della solidarietà; e potrebbe contribuire alla costituzione di una riserva mondiale, per sostenere le economie dei Paesi colpiti dalle crisi, nonché il risanamento del loro sistema monetario e finanziario;

su forme di ricapitalizzazione delle banche anche con fondi pubblici condizionando il sostegno a comportamenti «virtuosi» e finalizzati a sviluppare l’economia reale;

sulla definizione dell’ambito dell’attività di credito ordinario e di Investment Banking. Tale distinzione consentirebbe una disciplina più efficace dei «mercati-ombra» privi di controlli e di limiti.

Un sano realismo richiederebbe il tempo necessario per costruire consensi ampi, ma l’orizzonte del bene comune universale è sempre presente con le sue esigenze ineludibili. È pertanto auspicabile che tutti coloro che, nelle Università e nei vari Istituti, sono chiamati a formare le classi dirigenti di domani si dedichino a prepararle alle loro responsabilità di discernere e di servire il bene pubblico globale in un mondo in costante cambiamento. È necessario colmare il divario presente tra formazione etica e preparazione tecnica, evidenziando in particolar modo l’ineludibile sinergia tra i due piani della praxis e della poièsis.

Lo stesso sforzo è richiesto a tutti coloro che sono in grado di illuminare l’opinione pubblica mondiale, per aiutarla ad affrontare questo mondo nuovo non più nell’angoscia ma nella speranza e nella solidarietà.

Conclusioni

Nelle incertezze attuali, in una società capace di mobilitare mezzi ingenti, ma la cui riflessione sul piano culturale e morale rimane inadeguata rispetto al loro utilizzo in ordine al conseguimento di fini appropriati, siamo invitati a non arrenderci e a costruire soprattutto un futuro di senso per le generazioni a venire. Non bisogna temere di proporre cose nuove, anche se possono destabilizzare equilibri di forze preesistenti che dominano sui più deboli. Esse sono un seme gettato nella terra, che germoglierà e non tarderà a portare i suoi frutti.

Come ha esortato Benedetto XVI, sono indispensabili persone ed operatori a tutti i livelli — sociale, politico, economico, professionale —, mossi dal coraggio di servire e promuovere il bene comune mediante una vita buona. (21) Solo loro riusciranno a vivere e a vedere oltre le apparenze delle cose, percependo il divario tra il reale esistente ed il possibile mai sperimentato.

Paolo VI ha sottolineato la forza rivoluzionaria dell’«immaginazione prospettica», capace di percepire nel presente le possibilità in esso inscritte, e di orientare gli uomini verso un futuro nuovo. (22) Liberando l’immaginazione, l’uomo libera la sua esistenza. Mediante un impegno di immaginazione comunitaria è possibile trasformare non solo le istituzioni ma anche gli stili di vita, e suscitare un avvenire migliore per tutti i popoli.

Gli Stati moderni, nel tempo, sono divenuti insiemi strutturati, concentrando la sovranità all’interno del proprio territorio. Ma le condizioni sociali, culturali e politiche sono progressivamente mutate. È cresciuta la loro interdipendenza — sicché è divenuto naturale pensare ad una comunità internazionale integrata e retta sempre più da un ordinamento condiviso —, ma non è venuta meno una forma deteriore di nazionalismo, secondo cui lo Stato ritiene di poter conseguire in maniera autarchica il bene dei suoi cittadini.

Oggi tutto ciò appare surreale e anacronistico. Oggi tutte le nazioni, piccole o grandi, assieme ai loro Governi, sono chiamate a superare quello «stato di natura» che vede gli Stati in perenne lotta tra loro. Nonostante alcuni suoi aspetti negativi, la globalizzazione sta unificando maggiormente i popoli, sollecitandoli a muoversi verso un nuovo «stato di diritto» a livello sopranazionale, sostenuto da una collaborazione più intensa e feconda. Con una dinamica analoga a quella che in passato ha messo fine alla lotta «anarchica» tra clan e regni rivali, in ordine alla costituzione di Stati nazionali, l’umanità deve oggi impegnarsi nella transizione da una situazione di lotte arcaiche tra entità nazionali, a un nuovo modello di società internazionale più coesa, poliarchica, rispettosa delle identità di ciascun popolo, entro la molteplice ricchezza di un’unica umanità. Un tale passaggio, peraltro già timidamente in corso, assicurerebbe ai cittadini di tutti i Paesi — qualunque ne sia la dimensione o la forza — pace e sicurezza, sviluppo, mercati liberi, stabili e trasparenti. «Come all’interno dei singoli Stati [...] il sistema della vendetta privata e della rappresaglia è stato sostituito dall’impero della legge» — avverte Giovanni Paolo II— «così è ora urgente che un simile progresso abbia luogo nella Comunità internazionale». (23)

I tempi per concepire istituzioni con competenza universale arrivano quando sono in gioco beni vitali e condivisi dall’intera famiglia umana, che i singoli Stati non sono in grado di promuovere e proteggere da soli.

Esistono, quindi, le condizioni per il definitivo superamento di un ordine internazionale «westphaliano», nel quale gli Stati sentono l’esigenza della cooperazione, ma non colgono l’opportunità di un’integrazione delle rispettive sovranità per il bene comune dei popoli.

È compito delle generazioni presenti riconoscere e accettare consapevolmente questa nuova dinamica mondiale verso la realizzazione di un bene comune universale. Certo, questa trasformazione si farà al prezzo di un trasferimento graduale ed equilibrato di una parte delle attribuzioni nazionali ad un’Autorità mondiale e alle Autorità regionali, ma questo è necessario in un momento in cui il dinamismo della società umana e dell’economia e il progresso della tecnologia trascendono le frontiere, che nel mondo globalizzato sono di fatto già erose.

La concezione di una nuova società, la costruzione di nuove istituzioni dalla vocazione e competenza universali, sono una prerogativa e un dovere per tutti, senza distinzione alcuna. È in gioco il bene comune dell’umanità e il futuro stesso.

In tale contesto, per ogni cristiano c’è una speciale chiamata dello Spirito ad impegnarsi con decisione e generosità, perché le molteplici dinamiche in atto si volgano verso prospettive di fraternità e di bene comune. Si aprono immensi cantieri di lavoro per lo sviluppo integrale dei popoli e di ogni persona. Come affermano i Padri del Concilio Vaticano II, si tratta di una missione al tempo stesso sociale e spirituale, che, «nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, è di grande importanza per il regno di Dio». (24)

In un mondo in via di rapida globalizzazione, il riferimento ad un’Autorità mondiale diviene l’unico orizzonte compatibile con le nuove realtà del nostro tempo e con i bisogni della specie umana. Non va, però, dimenticato che questo passaggio, data la natura ferita degli uomini, non avviene senza angosce e senza sofferenze.

La Bibbia, con il racconto della Torre di Babele (Genesi 11, 1-9) avverte come la «diversità» dei popoli possa trasformarsi in veicolo di egoismo e strumento di divisione. Nell’umanità è ben presente il rischio che i popoli finiscano per non capirsi più e che le diversità culturali siano motivo di contrapposizioni insanabili. L’immagine della Torre di Babele ci avverte anche che bisogna guardarsi da una «unità» solo di facciata, nella quale non cessano egoismi e divisioni, poiché non sono stabili le fondamenta della società. In entrambi i casi, Babele è l’immagine di ciò che i popoli e gli individui possono divenire, quando non riconoscono la loro intrinseca dignità trascendente e la loro fraternità.

Lo spirito di Babele è l’antitesi dello Spirito di Pentecoste (Atti 2, 1-12), del disegno di Dio per tutta l’umanità, vale a dire l’unità nella diversità. Solo uno spirito di concordia, che superi divisioni e conflitti, permetterà all’umanità di essere autenticamente un’unica famiglia, fino a concepire un nuovo mondo con la costituzione di un’Autorità pubblica mondiale, al servizio del bene comune.

___________

1 Paolo VI, Lettera enciclica Populorum progressio, n. 13.

2 Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, n. 21.

3 Leaders’ Statement, The Pittsburgh Summit, September 24-25, 2009; Annex, 1.

4 Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, n. 34.

5 Lettera enciclica Populorum progressio, nn. 76 ss.

6 Cfr. International Monetary Fund, Annual Report 2007, pp. 8 ss.

7 Cfr. Lettera enciclica Caritas in veritate, n. 45.

8 Ib., n. 77.

9 Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus annus, n. 70.

10 Ib., n. 40.

11 Giovanni XXIII, Lettera enciclica Pacem in terris, n. 70.

12 Cfr. ib. nn. 71-74.

13 Cfr. Lettera enciclica Caritas in veritate, n. 67.

14 Ib.

15 Cfr. ib.

16 Cfr. ib., nn. 57 e 67.

17 Cfr. ib., n. 57.

18 Ib.

19 Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, n. 70.

20 Leaders’ Statement, The Pittsburgh Summit, September 24-25, 2009; cfr. Annex, paragrafo 1; G-20 Framework for Strong, Sustainable, and Balanced Growth, §1; Leaders’ Statement, nn. 18, 13.

21 Cfr. Lettera enciclica Caritas in veritate, n. 71.Centesimus annus, n. 52

22 Paolo VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens, n. 37.

23 Lettera enciclica Centesimus annus, n. 52.

24 Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, n. 39.

 

    

VERSO UNA NUOVA GENERAZIONE DI CATTOLICI IN POLITICA

Iniziativa formativa "CITTADINI DELLE DUE CITTA’"

Modena

Martedì 11 ottobre 2011 ore 18:00

Centro Famiglia di Nazareth

via Formigina n. 319

Il convegno offre l’occasione di  riflettere sul pressante appello del magistero pontificio e dei vescovi che insiste sulle basi spirituali dell’impegno nelle realtà terrene nella certezza che solo questo può dare fondamento ed inaugurare quella “nuova stagione di cattolici in politica” più volte auspicata dallo stesso Benedetto XVI.  


Da questa necessità prende corpo la proposta del convegno in oggetto e l’avvio dell’iniziativa formativa “CITTADINI DELLE DUE CITTA’.  Percorso sui fondamenti spirituali della vocazione laicale”.

Relatori e temi del convegno:
 
Don Giuliano Gazzetti, docente di Dottrina sociale della Chiesa:

"Una neo-evangelizzazione dalla vita socialmente nuova della comunità ecclesiale"
Gianpietro Cavazza, Presidente del Centro culturale F. L. Ferrari
"E’ possibile una politica basata sull’amore?"
Presiede e interviene S.E. mons. Antonio Lanfranchi, Vescovo della Arcidiocesi di Modena-Nonantola.

 

Organizzata da

Ufficio della Pastorale Sociale e del Lavoro - Arcidiocesi di Modena-Nonantola

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Scarica il volantino dell'iniziativa.

Cinquant'anni fa il Concilio

Il significato profetico della sua intenzione pastorale

Milano 
Lunedì 14 novembre 2011 - ore 18-20

 

presso la Fondazione Lazzati (largo Corsia dei Servi, 4 - Milano)



Presentazione del prof. Luciano Caimi - Presidente di Città dell'uomo)

 
Lectio magistralis di Mons. Franco Giulio Brambilla - Vescovo ausiliare di Milano e preside della Facoltà Teologica dell'Italia settentrionale

Organizzato da:

Città dell'uomo

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Invito

Preti e laici: “Collaborazione” e corresponsabilità

Conversazione tenuta al Gruppo Piccapietra (Via XII Ottobre 14 - 16121 Genova)

(Trascrizione della registrazione non riveduta dall’autore)

Luca Mazzinghi
(Biblista, parroco e docente alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale, Firenze)
Genova

3 Maggio 2011

Ringrazio per l’invito. L’unico legame che ho con Genova è la nomina da parte del vostro amatissimo arcivescovo, il 7 ottobre scorso, a Presidente nazionale dell’Associazione Biblica Italiana; poi altri legami con Genova non ne ho; è la seconda volta che vengo a parlar qua, e sempre da voi.

Parlo come uno che da vent’anni insegna Sacra Scrittura (ventidue, per essere pignoli) e da diciassette fa il parroco; dipende dai punti di vista. Si discuteva prima sul fatto dell’essere teologi: quelli che insegnano Sacra Scrittura non si considerano teologi, lasciano la teologia a un altro settore della Chiesa. Noi siamo più terra terra; si parla di Bibbia, quella cosa strana che nessuno legge, i Vangeli, quelle cose un po’ così…

Per parlare di quello che mi è stato chiesto (argomento un po’ vasto, per cui bisogna sapere da che parte cominciarlo) ho ritirato fuori una lezione che feci l’anno scorso, più o meno in questo periodo all’Università Gregoriana nell’ambito di un corso che si intitolava “Laikós - la teologia del laicato”: se siete gente che scartabella su internet andate sul sito della Gregoriana, cercate Laikós e scaricate tutte le conferenze compresa la mia; c’è un’intera sezione dedicata a questo: chi è il laico e tutti i problemi connessi con la teologia del laicato. Il fatto che sia stato tenuto in Gregoriana questo corso fa ben sperare in quanto in Gregoriana c’è gente vispa. Il corso è organizzato da Stella Morra, famosa teologa e da Marco Vergottini, teologo di Milano, sempre nell’ambito dell’Università Gregoriana.

Premesse metodologiche

Intanto, un primo ripasso di metodo, perché altrimenti poi si parla di cose un po’ vaghe.

Se si apre il codice di diritto canonico attuale (non dico il numero del canone che sennò divento noioso), il laico è il “non chierico”, cioè si definisce in negativo, in rapporto a ciò che non è rispetto a ciò che è. Si tenga presente che la terminologia “laico” è recente, e che nella Bibbia la parola laikós non esiste neppure, è un termine tardo; tra l’altro, nel greco usuale, il greco della koiné, laikós significa semplicemente una categoria all’interno del popolo e non ha nessuna conno-tazione sacrale o legata a problemi di culto. La terminologia che noi usiamo è in realtà tardiva e non è biblica.

Ecco perché alcuni teologi e tutta la scuola di Milano, da Colombo a Vergottini (Milano ha una vera e propria scuola di teologia che produce in abbondanza, chi si diverte a comprar libri, li trova nelle edizioni Glossa dell’Università Cattolica di Milano, Facoltà di Teologia), un folto gruppo di teologi milanesi chiede ormai di abbandonare la via della ricerca di una definizione su chi è il laico per risolvere piuttosto un problema pastorale, quello della partecipazione responsabile di tutti i credenti all’unica missione della Chiesa. In soldoni, smettiamo di chiederci chi sono i laici e vediamo invece di lavorare tutti nell’unica chiesa per l’unica missione.

Per questa scuola – ma anche Bruno Forte per certi aspetti non è lontanissimo da questa linea – il laico non esiste neppure: nella Chiesa c’è il cristiano e stop. Da questo punto di vista la distin-zione laici/chierici viene addirittura a cadere per principio. Questa è tutta una scuola teologica, oggi, molto molto in voga (non sto parlando di qualche teologo border-line, sto parlando della Facoltà di Teologia di Milano, sono cose che si insegnano queste).

Questo come piccola prefazione di metodo. C’è da dire che, guardando la situazione della Chiesa cattolica in genere, oggi, ritorna sempre di più una visione dualistica della Chiesa stessa, la contrapposizione chierici/laici sempre più accentuata; certe nostalgie tradizionaliste (non c’è bisogno di parlarne a Genova, perché ne avete avute in diretta parecchie esperienze) ritornano a questo tipo di separazione fino alle separazioni fisiche (la balaustra, il presbiterio, il laico in ginocchio a ricevere la comunione, il prete separato dal popolo). Ricordate che questo era una delle cinque piaghe della Chiesa, che già lamentava il buon Rosmini: il problema è annoso, in realtà.

Se noi partiamo da una visione del laico come non-prete, corriamo sempre questo rischio: o di separarlo del tutto, come i tradizionalisti sarebbero ben felici di tornare a fare (di tornare cioè alla visione del laico della Vehementer nos di Pio X, in cui si dice che al laico spetta il compito di ubbidire ai suoi pastori e punto: il laico obbedisce alla voce dei pastori) – così il problema della responsabilità del laicato non è nemmeno preso in considerazione –, oppure si rischia il pericolo opposto, quello della clericalizzazione del laicato, per cui per essere responsabile il laico si sente in dovere di fare il mezzo prete e più fa il mezzo prete più si sente responsabile. Nasce così tutto quel movimento di laici impegnatissimi che fanno in realtà una via di mezzo fra il sagrestano, il finto diacono e il quasi-prete, e credono che così si promuova il laicato. Tutto questo nasce sempre da una visione teologica ridotta del laicato contrapposto al prete. Ecco perché una riflessione come quella della scuola di Milano, che non è necessariamente la migliore, ci mette però su una linea diversa in cui parlare dei laici non significa parlare necessariamente di qualcuno che è contrapposto al prete; si rischia, rovesciando il paradigma, che il laico voglia diventare anche lui un prete, e questo crea ulteriori problemi.

L’Antico Testamento: Israele popolo di Dio, popolo di sacerdoti

Se noi partiamo invece dalla Bibbia, come dovrebbe essere ovvio partire, ci accorgiamo che già l’Antico Testamento, prima ancora di parlarci di sacerdozio, profetismo, monarchia, ci presenta una visione unitaria del popolo di Dio; basta prendere la carta costituzionale di Israele, che è un testo tardivo del libro dell’Esodo (cap. 19), testo che fa da prefazione al decalogo (cap. 20) – testo tardivo significa un testo scritto in epoca immediatamente post-esilica, siamo cioè verso la fase finale della formazione del Pentateuco, testo che riflette l’autocoscienza dell’Israele tornato dall’esilio –, quando il Signore chiama Mosè dal monte e gli dice: «Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare fra tutti i popoli, mia è infatti tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Dunque in testi come questo c’è l’idea che il popolo in quanto tale, non una parte di esso, è il popolo di Dio: qui si parla dell’intero popolo; l’unico mediatore è Mosè, ma Mosè è un caso particolare, è unico, non ci sono successori di Mosè, nell’ebraismo non c’è la figura del successore di Mosè; Mosè è un caso unico e irripetibile e non fa testo. Qui non c’è neanche Aronne, non c’è ancora il sacerdozio – il sacerdozio arriva in Esodo 32, quando viene consacrato poi Aronne –, qui c’è solo il popolo di Dio davanti a Dio. Il popolo di Dio, fra le altre cose, è una “proprietà particolare” fra tutti i popoli, è scelto da Dio. Questo è un punto importante.

Il popolo di Dio è un popolo che è eletto, chiamato da Dio; questo vale per il popolo di Dio, come per la Chiesa: la Chiesa è tale perché è convocata dal Signore, dunque è qualche cosa di diverso da un’associazione, da un club, da un gruppo sociale, politico, culturale, quello che voi volete. La Chiesa non nasce perché il Papa chiama in piazza a celebrare un evento, o un parroco o chiunque altro. La Chiesa nasce da Dio, quindi anche il Papa è chiamato, forse per primo addirittura come nel caso di Pietro, proprietà particolare.

E poi è “un regno di sacerdoti”: che vuol dire? Credo che abbiate già un po’ parlato del sacerdozio comune dei fedeli: un regno di sacerdoti non vuol dire un regno governato dai sacerdoti (Dio ne scampi, Israele ha avuto anche questo in un certo periodo della sua storia; in epoca macca-baica il re, da Simone Maccabeo in poi, è anche contemporaneamente sommo sacerdote, o meglio, è un sommo sacerdote che assume contemporaneamente anche il potere regale, questo in un certo periodo Israele l’ha avuto). Un regno di sacerdoti significa un regno dove tutti sono sacerdoti, secondo il dettame di Isaia 61, altro testo del post-esilio: «Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti», dove “voi” significa appunto il popolo di Israele.

Ora però pensate: se tutto il popolo è sacerdote, a che serve essere sacerdoti? Perché il sacerdozio è per gli altri, non si è sacerdoti per sé stessi. Ora, che cosa fa il sacerdote in Israele? Il sacerdote fa tre cose: insegna la parola di Dio (la Legge), è l’unico ammesso a celebrare il culto divino (il sacrificio, gli altri stanno a guardare o addirittura stanno fuori) ed è il canale di benedizione attraverso il quale Dio comunica la vita, la benedizione al popolo (il sacerdote chiude la cerimonia benedicendo il popolo). Dunque: insegnare la Legge, celebrare il culto, essere tramite tra Dio e il popolo. Se però tutti sono sacerdoti, in rapporto a chi lo sono? In rapporto agli altri popoli: «Mia è tutta la terra, voi siete un popolo particolare». Allora questo testo dell’Esodo contiene un’intuizione grande. Intanto, se tutti sono sacerdoti non c’è più bisogno che qualcuno t’insegni la Legge: la Legge è dentro di te e, come direbbero i profeti, «Scriverò la Legge dentro il tuo cuore» (cfr. Ezechiele, settima lettura della notte di Pasqua). Dunque il popolo di Dio è un popolo che non ha bisogno dall’esterno di ricevere una parola che ha già in sé per il fatto di essere popolo. Poi ancora, se il popolo di Dio è un popolo sacerdotale non ha più bisogno di separazioni cultuali per accedere a Dio, chiunque può accedere a Dio perché tutti sono sacerdoti; ma siccome lo si è per gli altri, lo si è per quelli che non fanno parte del popolo di Dio, cioè gli altri popoli: Israele diventa un popolo mediatore di salvezza per gli altri popoli. E così, per analogia, la Chiesa, come dice il primo capitolo della Lumen Gentium, è «segno e strumento della comunione di Dio con gli uomini»; quindi la Chiesa è mediatrice di comunione e di salvezza fra Dio e il mondo.

L’ecclesiologia di Pietro: il popolo di Dio è un popolo sacerdotale che offre la sua vita a Dio

Questa idea che il popolo di Dio è un popolo sacerdotale è ripresa, come ben sapete, nel Nuovo Testamento, in un testo celebre, la Prima lettera di Pietro (2, 9-10), dove si legge: «Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato, perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa». Qui si parla di tutti i cristiani, dei battezzati, e vedete che lo si fa all’interno di una citazione dell’Antico Testamento: Pietro riprende in maniera letterale il testo dell’Esodo e lo trasferisce ai cristiani. Dunque per Pietro l’intero popolo cristiano è popolo che Dio si è acquistato: «Un tempo eravate non popolo, ora siete popolo di Dio». Vedete che quando il Concilio recupera questa espressione, la recupera direttamente dalla Bibbia. Chi si oppone a una ecclesiologia di Chiesa come popolo di Dio in realtà o non ha letto la Bibbia o si rifiuta di accoglierla. Questa è la Bibbia; la Chiesa da qui parte, non dall’intuizione di qualche teologo, ma da quello che la Bibbia realmente dice: voi siete ora popolo di Dio, un popolo che Dio si è acquistato e che ha il compito di procla-mare le opere ammirevoli di lui, e questa è anche la missione della Chiesa. La missione della Chiesa è annunziare la parola di Dio, proclamare la sua presenza. Guardate come oggi sembra che la missione della Chiesa sia difendere i “valori non negoziabili”: chi l’ha mai detto? Dove è scritto questo? Queste cose vengono dopo, quello che è prima è proclamare le opere meravigliose di colui che ti ha tratto dalle tenebre alla luce, cioè l’opera di salvezza di Dio, che non è un discorso etico, ma è prima di tutto un discorso di vita, qualcosa di diverso. Questo è molto importante.

E ancora: «Voi siete un sacerdozio regale». L’Esodo parla di “regno di sacerdoti”, quando poi il testo viene tradotto in greco il “regno di sacerdoti” diventa ierateuma (“sacerdozio regale”); è una questione di traduzione, non di contenuto, il greco preferisce questa espressione. Il discorso non cambia: un regno dove tutti sono sacerdoti, dove l’essere sacerdoti comporta anche la regalità. Tutti i fedeli lo sono; questo termine “sacerdozio” (ierateuma in greco) in tutto il Nuovo Testamento – pensate! – ritorna soltanto qui, nella Prima lettera di Pietro. L’unica volta in tutto il Nuovo Testamento in cui si usa il termine “sacerdozio” lo si usa per tutti i fedeli. Questo è un dato molto significativo, dove “sacerdozio” non indica una funzione (in greco ierateuma non indica una funzione, ma una corporazione, un gruppo di persone che esercita quella funzione). Quindi, con sacerdozio non si intende quello che faccio, ma quello che sono, e questa è già una cosa importante. In che cosa consiste l’essere sacerdoti per Pietro? Lo dice nei versetti precedenti, quando al versetto 4 del cap. 2 dice: «Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi, come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo». Dunque voi siete “pietre vive”, altro termine interessante: tutti i credenti, senza esclusione, sono pietre di questa costruzione: non c’è una pietra più grande e una più piccola, una che serve di meno e una che serve di più, una che posso anche non mettere e quell’altra che invece mi ci vuole. Tutti siete necessari, siete pietre vive.

In che cosa consiste l’essere sacerdoti? Nell’offrire sacrifici spirituali. Cosa sono i sacrifici spirituali? Quelli di cui parla anche Paolo in Romani 12: «Offrite voi stessi come vittime gradite a Dio», cioè l’offerta della vita; il sacerdozio consiste per Pietro nell’offerta che il cristiano fa della sua vita a Dio tramite Gesù Cristo. Quindi è la vita stessa del cristiano vissuta in Cristo, che diventa una vita sacerdotale. Questo vuol dire che, Bibbia alla mano, Nuovo Testamento alla mano, si può parlare nella Chiesa cattolica di sacerdozio solo partendo da una visione globale del sacerdozio, in cui il sacerdozio prima di tutto è il sacerdozio di tutti i fedeli che offrono a Dio sé stessi, vivono cioè in un rapporto con lui per il mondo. Qui vedete che la distinzione clero/laici viene già a cadere di per sé, se tutti sono sacerdoti. Questa è l’acquisizione del Concilio, quando parla del sacerdozio comune dei fedeli nella Lumen Gentium. Ma questo l’avete già visto.

Vi consiglio sull’argomento un fascicolo di una bella rivista che è Credere oggi: la conosce-rete, ogni numero è dedicato a un tema di attualità ecclesiale, è una rivista famosa arrivata al numero 138 o 140. Il numero 133 (non di più perché questo è del 2003) è dedicato al tema del sacerdozio battesimale e del sacerdozio ministeriale. È un bel volumetto che contiene una decina di articoli di teologi italiani famosi piuttosto ben fatti.

All’interno di questa comunità, popolo di Dio in cui tutti sono sacerdoti, Pietro ricorda (1Pietro 4, 10): «Ciascuno di voi, secondo il carisma, il dono che ha ricevuto, lo metta al servizio degli altri»; quindi Pietro riconosce anche che in questa comunità, che ha unità di dignità, di missione, di intenti ci sono vari carismi e vari servizi e fra questi carismi, al capitolo 5, ricorda quello dei presbiteroi cioè gli anziani. È un brano famoso: «Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, ...: pascete il gregge di Dio che Dio vi ha affidato». Questo è «secondo Dio e non per vergognoso interesse». Questo è un brano celebre e il breviario lo usa sempre come lettura breve nel comune dei pastori; è un brano che ritorna spesso. Fra l’altro è interessante la terminologia: quando si legge «il gregge di Dio che vi è affidato» – poiché in greco la cosa che è stata affidata si dice cleroi (da cleros, la sorte) –, è interessante, perché i laici sono chiamati “chierici” (la Prima lettera di Pietro è un testo che rovescia tutta la nostra abituale terminologia!). La Prima lettera di Pietro, tra l’altro, non è un testo di seconda mano, ma un testo importantissimo del Nuovo Testamento, non foss’altro perché è attribuita a Pietro stesso. Si può discutere se l’abbia scritta davvero lui o no, ma il cristianesimo antico la sentiva come di mano dello stesso apostolo, quindi è un testo che ha un peso notevole.

Da questa prima visione biblica si comprende come il Vaticano II ha avuto ragione a mettere al centro della visione della Chiesa la categoria di “popolo di Dio”. Se avete un po’ ristudiato come è nato il Concilio non è stato ovvio, perché il capitolo sulla Chiesa popolo di Dio fu aggiunto in un secondo tempo e fece venire l’infarto al Card. Ottaviani perché rivoluzionò un intero schema fon-dato sulla Chiesa gerarchica: prima la gerarchia, poi i laici, poi tutto il resto. Il Concilio Vaticano II mette come capitolo iniziale “il popolo di Dio”, quindi riprende questa categoria tipicamente biblica.

In questo modo, parlare dei laici non si può più fare partendo da ciò che il laico non è, ma dall’identità comune dei battezzati; quindi il punto di partenza non è “i preti, i laici” , ma è “i battezzati”: bisogna rovesciare completamente il nostro modo di ragionare. Si parte dal fatto che tutti i cristiani sono uguali, che nel popolo di Dio, in forza del battesimo, tutti sono costituiti sacerdoti, re e profeti. Bisogna rovesciare il paradigma, quindi bisogna passare dal binomio gerarchia/laicato a quello di comunità/ministeri; o si cambia paradigma o i problemi non si risolveranno mai. Proprio mentalmente va cancellato il paradigma clero/laici: fin che si ragiona così rimaniamo in una vecchia ecclesiologia che il Concilio Vaticano II ha in realtà eliminato; l’eccle-siologia del Vaticano II è quella di comunità/ministeri. Questa è l’ecclesiologia di Congar – se qualcuno si ricorda questi grandi nomi della teologia – e poi, se avete dei dubbi, l’ecclesiologia di Bruno Forte, l’attuale arcivescovo di Chieti (non stiamo parlando di qualche teologo problematico alla Hans Küng, tanto per rassicurare i dubbiosi). Leggete il libro di Bruno Forte Laicato e laicità, che egli scrisse addirittura nell’86 quando era ancora un teologo emergente e queste cose le diceva già con molta chiarezza. Quindi il problema non è di capire chi è il laico, ma di recuperare la categoria di popolo di Dio, che ancora non è stata pienamente digerita.

L’ecclesiologia di Paolo: nella Chiesa tutti al servizio per il bene comune e tutti corresponsabili

Un altro aspetto che ci viene dalla Bibbia è una riflessione sulla teologia paolina; anche da qui ci viene qualche interessante prospettiva, in particolare dal famosissimo capitolo 12 della Prima lettera ai Corinzi: il paragone del corpo e delle membra. Questo tutti lo conoscono e lo si usa un po’ in tutte le salse anche nel catechismo, a volte un po’ banalizzandolo – come quando si dice: bisogna dare tutti una mano! –, ma il paragone è un po’ più sostanzioso. Nel paragone del corpo e delle membra per Paolo si tratta di capire che ognuno nella Chiesa è chiamato a prestare il proprio servi-zio per il bene comune: non tutti fanno tutto, ma tutti sono responsabili di tutto. «La testa non può dire ai piedi: “non ho bisogno di voi”... e quelle parti che consideriamo meno nobili le circondiamo di maggiore attenzione», ogni parte ha la sua importanza. Paolo dunque non vuole appiattire la Chiesa – tutti uguali! –, non vuole fare una specie di comunismo ante litteram, ma vuol far capire che la corresponsabilità nasce proprio dalla diversità dei doni e dei carismi: ecco di nuovo il bino-mio Chiesa-comunità/ministero: se esiste la comunità, non tutti fanno tutto. Questo è il fondamento di un discorso serio sul laicato.

Il problema è poi capire chi fa che cosa; questa è la grande domanda di fondo. Paolo dice ancora nella Lettera agli Efesini (4, 7): «A ciascuno di noi è stata data la grazia nella misura dei doni di Cristo», dove con grazia si intende non la grazia che ci serve per salvarsi – quella viene data uguale a tutti –, ma la grazia che ci serve per vivere la nostra vita cristiana. Tenete presente che Paolo evita accuratamente categorie sacerdotali; quando lo fa, lo fa soltanto in riferimento alla vita dei cristiani: «Offrite il vostro corpo come sacrificio gradito a Dio» (Rm 12). È stato buffo che prima si è celebrato l’“anno paolino” (vi ricordate?) e a ruota l’“anno sacerdotale”. Quando preparavo questa conferenza pensavo: Paolo si rivolta nella tomba, perché appena sente parlar di questo gli spuntan le bolle anche sul cadavere, perché per lui proprio non si può usar categorie sacerdotali di questo genere per dividere, caso mai categorie ministeriali: allora il discorso cambia.

Leggo quello che scrive Romano Penna, famosissimo professore emerito a Roma, alla Ponti-ficia Università Lateranense; è uno dei più grandi studiosi di Paolo, anzi il più grande che abbiamo in Italia in realtà. Bene, in un suo commento in un articolo Cristianesimo e laicità in San Paolo, scrive: «Si potrebbe addirittura affermare che per Paolo non esistono neppure i laici o, al contrario, che tutti i cristiani sono laici, qualora la loro identità cristiana si misurasse in rapporto a una casta di sacerdoti che per Paolo semplicemente non esiste. Esistono però per Paolo funzioni ministeriali specifiche che non sono proprie di tutti e che hanno valore fondante [...]. Ma l’apostolo (e con lui tutto il Nuovo Testamento) non utilizza la categoria di “laico”, sia perché il termine è del greco tardivo e rarissimo, sia perché esso tende a suggerire, più che una distinzione, una separazione che non si addice ai cristiani che partecipano insieme degli stessi benefici della redenzione». Discorso piuttosto chiaro. Se volete ancora, potreste leggere un libro famosissimo del cardinale belga Albert Vanhoye, diventato cardinale a ottantacinque anni honoris causa, nominato due anni fa da Bene-detto XVI per meriti sul campo, ma non è neanche vescovo, è di quelli fatti cardinali per meriti; è stato rettore del Pontificio Istituto Biblico, dove insegno io. Il suo libro famoso è Sacerdoti antichi, sacerdote nuovo; notate il plurale: sacerdoti antichi, gli Ebrei, sacerdote nuovo, Gesù Cristo. È un’analisi della Lettera agli Ebrei in cui il Card. Vanhoye fa vedere come soltanto a partire da Cristo si può parlare di sacerdozio e allora da questo punto di vista il primo sacerdozio è quello di tutti i credenti. In Cristo tutti siamo uguali. È un bel libro di esegesi, un po’ denso; anche qui si va sul sicuro. Non voglio insistere per far credere che sono ortodosso, perché in realtà non è una questione di ortodossia, ma per far vedere che queste cose si dicono a livelli normali nella Chiesa; non stiamo parlando di teologie secondarie, stiamo parlando di cose che si insegnano in facoltà pontificie, sono cose che dovrebbero teoricamente essere ampiamente digerite anche a livello comune, poi in realtà tra il dire e il fare ci sono di mezzo tante altre cose.

Il Concilio Vaticano II: nella Chiesa diversità di ministero ma unità di missione

Da queste brevi considerazioni su Paolo nasce allora un’altra idea e cioè che non si può, come dicevo prima, rivalutare il laicato attribuendogli funzioni clericali, perché questa è una via sbagliata; si tratta allora di riprendere la stessa divisione all’incontrario. Cercare di colmare la frattura facendo diventare i laici più vicini ai preti, nel senso che possano fare di più, questa è una via che non funziona; ci sono persone che vogliono fare a tutti i costi i ministri straordinari dell’Eucarestia perché così si sentono più vicini a Dio e al prete, ma questa è una via che non funziona: se lo fanno come servizio va più che bene – ce l’ho anch’io in parrocchia –, ma se lo fanno con quell’aria di pensare: ora sono salito di livello, di uno scalino, ora sono ministro, allora, per favore, vai a casa, stai lontano…

Ecco perché nella Chiesa italiana e anche fuori all’estero non ha trovato spazio quell’idea che è nata nel post-Concilio del dare i ministeri ai laici (l’accolitato, il lettorato), perché alla fine fai delle figure istituzionali che non sono né carne né pesce e non si sa più poi dove sta il laico e dove sta il prete, per non parlare dei diaconi che, poverini, sono costretti in un limbo, senza sapere ancora se sono chierici, se non lo sono, quelli sposati valgono di meno, quelli non sposati valgono di più... Si vede proprio che c’è una carenza teologica da questo punto di vista, che non si riempie con qualche furbizia più o meno paraliturgica.

Il Concilio dice – e questa è una perla del Concilio –, nella Apostolicam actuositatem, al numero 2, a proposito dei laici: «Nella Chiesa c’è diversità di ministero, ma unità di missione». Questo è l’asse portante di qualunque teologia sul laicato. È nel Concilio questo che stiamo citando: ovvero, unità di missione, diversità di ministero. Questo vuol dire che tutti si lavora per la stessa cosa secondo ministeri e dunque cuori e doni diversi; non ci sono allora due caste nella Chiesa, ci sono diversi ministeri. Il problema è capire che cosa fa questo e che cosa fa quell’altro; questo è il nodo di fondo, ma tutti sono responsabili, ecco dove si fonda la corresponsabilità del popolo di Dio, perché tutti fanno parte dello stesso popolo, tutti sono membra dell’unico corpo che è Cristo.

Quindi, veniamo a qualcosa di più pratico: che cosa allora spetta a colui che non è ministro ordinato, che non è presbitero, cioè al 95% del popolo di Dio (forse anche qualcosina di più del 95)? Che cosa spetta dunque a tutti coloro che non hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine, tanto per essere ancora più chiari, qual è questo compito? Per molto tempo ha dominato il campo la visione tipicamente maritainiana, poi portata in Italia da Lazzati (io sono nato nell’Azione Cattolica come formazione, ci ho sguazzato dentro nella gioventù e, se vi volete divertire, la mia animatrice, quan-do facevo i campi estivi dell’Azione Cattolica toscana, si chiamava Rosy Bindi). Quindi sono cresciuto con relazioni su Maritain e Lazzati: l’idea era che il laico si occupa delle cose del mondo, il prete di quelle spirituali. Questa idea in realtà è sbagliata, con buona pace di Maritain e di Lazzati, perché crea un’ulteriore frattura. Ha avuto un grande merito in realtà questa idea, quello di permet-tere ai laici di occuparsi un po’ per bene delle cose loro, senza che i preti ci mettessero il naso: leggi la politica. Se in Italia c’è stato un Partito Popolare, è stato proprio perché c’è stata una teologia di questo genere, e allora alla fine i laici sono riusciti a conquistarsi un loro spazio, che era impensa-bile senza questo tipo di apporto di Maritain e di Lazzati. Ma in realtà questa posizione confina i laici da una parte e i preti da un’altra: il prete in sacrestia e il laico fuori; è una posizione alla fine schizofrenica, perché sappiamo benissimo che poi il laico non si muove se non ha il prete che gli dice di muoversi, perché poi la politica, lo sappiamo bene, non la fanno i laici, ma la fanno i vescovi. Quindi questa visione maritainiana non funziona perché crea ulteriori scompensi. L’unico sistema è recuperare proprio quello che ho cercato di delineare, una ecclesiologia di popolo di Dio, cioè la Chiesa vista come comunione, come comunità: è la visione conciliare.

Vi consiglio di leggere la nuova edizione di un libro vecchio di trent’anni di Severino Dianich; Dianich non ha bisogno di presentazioni, è uno dei massimi teologi italiani, l’ha ristampato proprio quest’anno, dopo trent’anni: La Chiesa, mistero di Comunione (Marietti, Genova). Se noi recuperiamo questa idea di una Chiesa come comunione, come popolo di Dio in cui vi sono molti e diversi ministeri, allora ciò che cambia tra ministri ordinati e ministri non ordinati non è il tipo di missione che ad essi spetta, perché la missione è unica per tutti, ma è la qualità di questa missione, quindi in che modo vivere l’unica missione nella Chiesa. Se abbiamo detto che unica è la missione e diversi i ministeri, il problema è chiederci come vivo io questa missione: se sono prete, da prete, se non sono prete da non prete, se sono qualche altra cosa, a seconda del dono che io ho.

Il compito del ministro ordinato

Vediamo un attimo le cose dalla parte del prete. Negli anni Settanta si è molto dibattuto il problema dello specifico del ministero ordinato: che cos’è che fa del prete un prete. Qui il dibattito è diventato accanito, siamo andati dal potere del sacro alla celebrazione dell’Eucarestia; il pendolo si è spostato diverse volte. Nella Prima lettera di Pietro («Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manife-starsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio») è l’immagine del pastore che emerge. Non a caso il vescovo porta come simbo-lo il pastorale da sempre. Quindi il compito del prete qual è? Compito del ministro ordinato e quindi del vescovo prima ancora? Non dimentichiamo che nella visione cattolica c’è il vescovo alla base di tutto; il prete da solo non ha alcun senso se non legato a una visione episcopale, la quale a sua volta è cattolica, perché il vescovo non è un isolato. Questo essere cattolici ci ha salvato dal proble-ma che colpisce le chiese ortodosse, dove ognuno è legato alla sua nazione e quindi al suo governo nel bene e nel male: la Chiesa russa è russa, quella greca è greca, quella rumena è rumena; anche le Chiese della Riforma hanno questo tipo di difficoltà. La Chiesa cattolica nel bene e nel male ha avuto invece questa prospettiva universale, non legata alla singola nazione.

L’essere pastore, allora, che cosa vuol dire? Nella visione che il Concilio offre il pastore che compito ha? Prima di tutto ha il compito di curare la fede delle persone, quindi il ministro ordinato ha come suo specifico la crescita della fede delle persone, il che significa: annunziare la parola di Dio, celebrare l’Eucarestia e guidare il popolo di Dio a crescere nella fede. Non ha altri compiti, ad esempio il compito amministrativo, economico, organizzativo – sono le prime cose che di solito fa un prete! –. Che cosa è chiamato a fare il prete? Annunziare il Vangelo, nel culto e fuori dal culto, accostare le persone, guidare le persone alla fede (quello che una volta si chiamava il “padre spirituale”). È buffo, perché la gente lo va a cercare, il padre spirituale, nello psicologo, nello psichiatra, qualche volta peggio, nelle religioni orientali, nel guru di turno, nel personaggio XY carismatico tranne che nel proprio parroco, che in generale non ha mai il tempo: non può; ma sarebbe la prima cosa che è chiamato a fare! Il compito del prete, del ministro ordinato è essere “padre nella fede”. Paolo lo dice: «Potreste anche avere diecimila maestri, ma non molti padri, perché io vi ho generato alla fede» (1Corinzi, cap. 4). Quindi, il compito del ministro ordinato è la crescita del popolo di Dio nella fede, questo è il suo specifico.

Il compito di chi non è ordinato

Dal punto di vista di chi non è ordinato, allora, qual è lo spazio che si apre?

Il ministero coniugale e la famiglia

C’è uno spazio anche a livello di parrocchia, ma lo spazio principale è quello al quale in gene-re meno si pensa: ne cito uno ovvio, che in realtà è sempre assolutamente trascurato. Nella Chiesa esistono sette sacramenti e non c’è una classifica dei sacramenti – questo è meno importante, questo si può anche non avere, tanto è uguale... –; uno di questi sette mi risulta che si chiami Matrimonio (mi pareva che esistesse, è vero che oggi è un po’ dimenticato, però esiste ancora, per lo meno nel catechismo c’è); ora, se il matrimonio è un sacramento, non è meno sacramento del sacerdozio, del sacramento dell’Ordine. Esiste allora un ministero coniugale, che nella Chiesa si proclama tanto e non si fa mai; la famiglia non è un panda da difendere; in altre parole, non si difende andando in piazza a fare il Family day o alleandosi col governo perché faccia leggi supercattoliche, non è questa la dimensione della famiglia; la famiglia si difende facendola protagonista della vita della Chiesa. Per farla protagonista bisogna che il prete scenda due o tre scalini e faccia salire le famiglie, perché fin che il prete resta lì a dire: «Io vi dico…, io vi dò…, io vi faccio...», la famiglia sta lì e che fa? Non viene, e sappiamo benissimo che la famiglia è la grande assente delle nostre parrocchie. Basta guardarsi intorno alla messa della domenica (con le dovute eccezioni, perché naturalmente ci sono anche le situazioni felici e fortunate): normalmente la famiglia non è protagonista. Ora, questo è uno spazio che spetta a chi non è ordinato, almeno finché nella Chiesa cattolica gli ordinati non sono sposati; poi, se ragionassimo all’orientale, dove anche il parroco è sposato, allora questo a maggior ragione vale anche per lui.

Stiamo all’esistente, perché è inutile fare progetti su quello che non c’è, stiamo a quello che c’è. Le famiglie ci sono nella Chiesa, questo è un dato di fatto, e sono la maggior parte. Un tempo, fino al Concilio di Trento, non si sentiva neanche il bisogno di fare il catechismo – questa è un’in-venzione successiva –, perché il catechismo si faceva in casa; la famiglia normale educava il proprio ragazzo alla fede cristiana, e anche dopo Trento, almeno fino a ora, quando un ragazzo arrivava al catechismo in realtà era già cristiano, conosceva già le cose basilari, le preghiere, i rudimenti della fede, andava in chiesa perché ce lo portavano. C’era comunque, senza dirlo, la consapevolezza di un ministero coniugale che oggi si è perso per la strada. Questo è uno spazio da recuperare, cioè dare dignità al sacramento del matrimonio nella Chiesa; dare dignità significa che, prima di parlare di famiglia, devo far parlare le famiglie; significa che il vescovo è l’ultimo che deve parlare di famiglia, perché è quello che ci capisce meno di tutti. Allora il vescovo chiami le famiglie e senta loro e poi le faccia parlare, e diventi la famiglia protagonista. È buffo che quando c’è da parlar di famiglia mandano i vescovi, e una coppia sposata non dovrebbe parlare in tele-visione? Mandano i vescovi perché questi rappresentano la Chiesa cattolica... Pensate all’efficacia che verrebbe fuori se invece parlassero i coniugi: questo è un ministero tipicamente laicale, se si vuole usare questa terminologia, sacramentale addirittura; qui stiamo parlando di un sacramento, a meno di non voler pensare, come si pensava un tempo, che il matrimonio vale di meno. Come diceva la vecchia teologia, è un remedium concupiscentiae: se proprio non ce la fai, sposati, però sarebbe meglio che non ti sposassi, come si ragionava prima (la serie B della Chiesa). Oggi lo si capisce che non è più così, però così ancora ci si comporta.

La professionalità

Un altro ambito assente e da recuperare è l’ambito della professionalità. La professionalità è un vero e proprio ministero nella Chiesa e fuori di essa. È buffo che nelle parrocchie ci sono persone che hanno fior di responsabilità a livello lavorativo e che nella Chiesa contano zero, e magari dirigono uffici, sono brave nel loro lavoro; anche quello che fa un lavoro più semplice magari è un bravo operaio che ci sa fare. Questo aspetto del ministero del non ordinato non è mai preso in considerazione. Per dire: c’è il Primo Maggio; esisterà nella Chiesa qualche figura profes-sionale di gente che davvero vive il proprio lavoro da cristiano, veramente, che è in grado di parlare di lavoro in maniera cristiana o deve sempre parlare il vescovo anche in questo caso? Non è un dogma di fede che debba sempre parlare il vescovo; parli il vescovo, ma almeno recuperi un rapporto che è un po’ perso per la strada.

L’impegno politico

Un terzo ambito d’impegno è l’impegno politico, e questo è un campo oggi disastrato, perché quella schizofrenia di cui prima parlavo ha portato a dei disastri: da una parte si è compreso che il laico ha un compito nel mondo, dall’altra però è un compito dipendente, per cui riceve sempre o attende gli ordini; se uno osa dire, come disse un politico italiano anni fa: «Io sono un cattolico adulto», lo fucilano, perché cattolico adulto o maturo significa un cattolico che pensa, ma tu non puoi pensare, devi ubbidire. Ieri facevano in televisione un filmato di Mussolini, che diceva: «Il vostro credo?», e l’intero stadio Flaminio: «Credere, obbedire, combattere!». Questo lasciamolo, per favore, al retaggio del ventennio.

Il politico cristiano deve pensare con la sua testa e allora ha un suo spazio, una sua dignità, una sua parola che deve essere ascoltata, non deve sempre aspettare dall’alto l’indicazione su quello che deve o non deve fare. Ecco allora che si recupera il compito del prete, che è quello di formare le coscienze, non di obbligare le coscienze. Io come prete non devo dirti che cosa devi fare, devo annunziarti la parola di Dio, devo farti vivere una vita di comunità, devo indirizzarti sulle vie del Vangelo, poi tu hai la coscienza e la tua dignità di battezzato, tu sei in grado di dire: «Seguo questa strada», non hai bisogno sempre di rapportarti con me per dire: «Guarda, ho fatto quello che tu mi hai detto», altrimenti torniamo al binomio clero/laici con tutti i problemi che seguono. A qualcuno piace, perché c’è gente a cui piace comandare e c’è gente a cui piace obbedire. Come diceva Dostoevskij ne I fratelli Karamazov, «alla mandria non serve il dono della libertà», cioè c’è gente a cui va bene così, sia perché è dalla parte di chi governa la mandria, sia perché gli piace pascolare tranquillamente.

La catechesi

Certamente questa è una via difficile: l’impegno politico soprattutto, la professionalità, il ministero coniugale, ma anche, all’interno della Chiesa, un ambito ovvio – e questo il Concilio ce l’ha conquistato –, l’ambito della catechesi. Oggi si comprende che il catechista non deve essere il prete o la suora; adesso la stragrande maggioranza dei catechisti sono laici e anche responsabili del loro ministero. Questo lo si è compreso ormai ampiamente. C’è da recuperare tutto lo spazio della catechesi degli adulti, che oggi è veramente la sfida, perché la catechesi dei bambini ha fatto il suo tempo; se non si punta sugli adulti, i bambini comunque li perdi per la strada. Questo è uno spazio ancora aperto.

L’amministrazione della Chiesa

Uno spazio interessante su cui Severino Dianich insiste molto, che in genere si vede meno ma che è uno spazio importantissimo, è lo spazio dell’amministrazione della Chiesa: l’economia, l’or-ganizzazione, i beni. Pensate per una parrocchia grande che cosa significa tutto questo; un parroco che sta dietro a tutto questo perde, vi assicuro, tre quarti del suo tempo in questioni di burocrazia, voi non ne avete idea. Io non credo di essere un’eccezione, ma ho un Consiglio per gli Affari economici, che è obbligatorio, tra l’altro, per tutte le parrocchie a norma di diritto, e il Consiglio per gli Affari economici tiene gli affari economici. Pensate alle cose essenziali, poi lo so benissimo che le situazioni sono diverse. Non è scritto da nessuna parte che il parroco debba tenere l’ammini-strazione, anzi è scritto il contrario, ed è in torto lui se non lo fa. Pensate che cosa guadagna un prete se si leva di mezzo tutta questa preoccupazione che non gli compete, è una cosa che non tocca a lui. Toccherà a lui dare degli input evangelici, nel senso che i soldi che abbiamo non li usiamo per fare delle gite al mare, li usiamo per attività pastorali. Se abbiamo due lire in banca della parrocchia non li usiamo per comprarci un quadro d’oro di San Pio da Pietrelcina, magari lo compriamo di legno, spendiamo un po’ di meno e con quei soldi ci facciamo il refettorio per gli extracomunitari o qualsiasi altra cosa utile. Al parroco tocca questo; ma poi, una volta stabilite le linee pastorali, non hai bisogno di star dietro ai soldi. Io sarò un parroco poco buono, ma io non so neanche quanto entra in parrocchia, perché la domenica alla messa i soldi li piglia un altro, che non sono certo io; e non li guardo io quanti sono, poi mi arriva il resoconto. È ovvio, mi fido delle persone; è altrettanto ovvio – siamo una comunità cristiana – che si parte dall’idea che la gente non diventa membro del Consiglio per gli Affari economici per mettersi in tasca cento euro. Può succedere anche questo, ma sono rischi che uno corre e in ogni caso succede anche al prete, perché poi chi controlla il prete? Siamo punto e daccapo.

La teologia

L’altro aspetto importante da definire è l’aspetto della teologia; in questo bisogna imitare la chiesa ortodossa, nella quale i teologi non sono preti, sono laici, per chi non lo sapesse, almeno la maggior parte. Nella Chiesa cattolica la teologia l’insegnano i preti; oggi grazie a Dio questo sta cambiando, ma se andate a contare quante teologhe esistono in Italia sono una trentina, forse un po’ di più: son tante, ma son poche. La coordinatrice delle teologhe italiane è una mia carissima amica; le conosco praticamente tutte, quelle che veramente contano sono pochine, poi se ci levi le suore sono ancora meno, non perché le suore non son donne, ma per dire che le suore sono facilitate, perché di fronte a un mondo di preti creano meno sospetto rispetto a una laica, magari sposata. I laici sposati sono ancora di meno a insegnare teologia. Io insegno teologia da più di vent’anni e ormai un po’ di attenzione ce l’ho. Questo è un altro spazio che spetta ai laici: pensate a una Chiesa di comunione in cui il vescovo, il parroco individua nella propria parrocchia (questo ad esempio in Germania si fa, un po’ anche negli Stati Uniti) un ragazzo o una ragazza bravi, col cervello, che hanno voglia di studiare, che ci capiscono di cose di teologia, che amano la Chiesa, gli dò una bella borsa di studio e li mando a studiare a Roma – mica preti, laici –; e li pago, non come parrocchia (perché non ce la farei, a meno che non sia una parrocchia di cinquantamila abitanti), ma come diocesi. Pensate che il Card. Martini lo faceva questo. A Roma, anche il collegio dove io abitavo, il collegio Capranica, ha una casa che si chiama Bitinia, per le donne, per le teologhe, dove vanno a studiare giovani donne che non sono suore e che non avrebbero un posto dove stare a Roma – tra l’altro Roma costa –. Inventiamo cose del genere e poi alla fine, fra vent’anni, nelle facoltà di teologia ci saranno laici preparati, seri, ovviamente pagati, perché non si può pensare che questi campino d’aria, specie se sono sposati, che esercitano un ministero nella Chiesa che non è proprio dei preti, perché anche qui non è scritto da nessuna parte che la teologia la devono fare i preti e basta, non è proprio scritto.

Mansioni pratiche

Vedete, ho già citato sei ambiti: il ministero coniugale, quello professionale, quello politico, che sono ad extra – quello coniugale è anche ad intra in realtà –, poi la catechesi, l’amministra-zione, la teologia. Guardate che cosa significa una Chiesa dove davvero i laici a vasto raggio sono impegnati.

L’ultimo esempio lo faccio prendendolo dalla Francia. La Francia ha vissuto negli anni Novanta una situazione terribile per la Chiesa. La quota dei praticanti è scesa al 4,5 % su base nazionale: 4,5 %! I battezzati sono ora sotto il 60 % dei francesi, a Parigi va alla messa il 3 % dei francesi: 3 %! Eppure la Chiesa in Francia sta ritornando a una lievissima crescita. L’anno scorso ci sono stati 9.500 battesimi di adulti: sono quelli che ritornano o che vengono perché non sono mai stati battezzati prima. Voi andate a Parigi – io ci sono stato anche di recente – e entrate in una qualunque chiesa (a parte Notre-Dame, che è un caso a parte perché è una chiesa da turisti): entrate a St-Gervais, a St-Eustache, a St-Germain-des-Prés o in altre chiese storiche nel centro di Parigi e trovate “Accueil” (accoglienza), e c’è per due ore la mattina e due ore il pomeriggio una coppia di laici o un prete o tutti e due (ci sono gli orari), che accolgono chi viene. Si parla di quello che vuoi, di problemi di fede o anche di cose materiali. Pensate che cosa significa: una parrocchia che si organizza, per cui ogni giorno, tutta la settimana… Questo vale per le grandi città – non per una parrocchia di campagna come la mia, dove ovviamente ci si conosce tutti e non c’è bisogno di questo –, per la parrocchia dove passa di tutto: turisti, gente di tutti i tipi, di tutto. Tu entri e trovi un ufficio vero e proprio, dove ci sono due signori, in genere sono persone un po’ anziane, perché durante il giorno generalmente la gente lavora, due persone formate, preparate, che ti dicono: «In questa parrocchia si fa questo, c’è quest’altro, questo problema, di questo è meglio che ne parli col prete: guarda, il prete c’è oggi dalle tre alle cinque», oppure: «Questo è il suo telefono», o addi-rittura mettono a disposizione l’e-mail del prete, perché oggi funziona così. Sono piccole cose, ma funzionano, perché la gente entra in chiesa e invece di trovare il nulla trova qualcuno – beh, qualcuno c’è sempre, c’è il Padreterno, ma a volte il Padreterno ha bisogno di mediatori umani –. Questo è per far vedere come dal teorico si può scendere al pratico e le idee poi vengono. Tutte idee che ci fanno capire come non si tratta di separare ulteriormente i preti dai laici o creare una nuova casta di quasi-preti, ma di vivere veramente il ministero che è stato dato e che tu hai ricevuto nel battesimo secondo il tuo dono particolare.

Qualche luce di speranza

Credo che la Chiesa oggi piano piano cominci a muoversi in questa direzione, perché fra tante ombre le luci ci sono. Già il fatto che di queste cose se ne parla, anche nelle facoltà teologiche, anche a livelli non dico ufficiali, ma comunque formali, è un segno che non siamo di fronte a un movimento clandestino di qualche carbonaro o di qualche comunità di base secondaria che vuol fare rivoluzione a tutti i costi, stiamo invece parlando di cose di Chiesa.