Chiesa e Magistero

Padre Carlo che parlava al cuore

In memoria del cardinale Martini

Giovanni Bianchi

da Circoli Dossetti editoriale di settembre 2012

La chiusura della giornata terrena non interrompe il magistero martiniano.

La tradizione cristiana parla non a caso di cattedra episcopale. Ebbene, nel Martini membro della Compagnia di Gesù, la cattedra preesisteva al vescovo per una vocazione singolare, tale da non interrompere ancora adesso e a lungo il suo magistero.

Perché? Martini, quasi contraddicendo una naturale timidezza, non si è mai sottratto all'esigenza di confrontare in pubblico la radicalità della Parola di Dio con le occasioni e le difficoltà della vita, pensando che il dialogo fosse ogni volta possibile e addirittura doveroso.

Studioso finissimo e insaziabile, non ha mai fatto distinzione tra "vicini" e "lontani", convinto che in ognuno convivano il credente e l'agnostico –  "l'ateo che è in me" –  e che il messaggio del Nazareno ti raggiunge dove sei, anche in mancanza di un adeguato tirocinio.

Ecco perché Martini parlava e continuerà a parlare a tutti, non dai confini, ma in mezzo alla sua Chiesa, tenendo conto di chi va con passo spedito e di chi ha difficoltà di movimento.

Senza enfasi il medico che lo aveva in cura ha dichiarato che il Cardinale non ha mai cercato di nascondere la malattia (esibendola, anzi, fin dagli inizi con l'uso del bastone) e che prendeva parte a svariati convegni sul Parkinson durante i quali rispondeva alle domande dei malati. Senza omettere di osservare con umorismo che i progressi della scienza fanno sì che la medicina curi di più e guarisca di meno.

In tutto il magistero martiniano resta cruciale, per tutti, nel foro interno come nello spazio pubblico, il ruolo della coscienza, che non può e non deve essere mai bypassato da nessuna autorità e da nessuna convenienza politica. E chiosa: "Che cosa dire allora? La parola evangelica non cade su azioni che andrebbero bene anche da sole; cade su situazioni impossibili, umanamente disperate, su situazioni in cui un realismo sobrio si accontenterebbe di tenere in alto gli ideali lasciando poi a ciascuno di fare ciò che può".

È il paradosso cristiano.

Per queste e altre ragioni dovremo rileggere Martini.

Anche se rileggere Martini non dà riposo, dal momento che la sua produzione sembra gareggiare in chilometraggio con quella di Voltaire. Una volta glielo feci scherzosamente notare. La risposta fu immediata: "Non si preoccupi. Neppure io riesco a leggere tutto quello che scrivo".

 

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Un uomo della libertà

In memoria del cardinale Martini

da EUROPA

Franco Monaco

1 settembre 2012

Avendo avuto il dono e il privilegio di conoscere il cardinal Martini e di cooperare con lui, la notizia, per quanto attesa, del suo ritorno alla casa del Padre mi prende alla gola. Ci sarà tempo e modo di riflettere sulla sua figura e sulla sua lezione. In queste ore basti una piccola testimonianza personale sull’uomo e sullo stile cui egli improntava le umane relazioni. Anche perché quel tratto umano non è estraneo alla sua opera di biblista e di pastore. In certo modo, ne rappresenta la radice e lo sfondo. Martini aveva un naturale tratto aristocratico. Naturale, ripeto, non ricercato. Anzi, in certo modo, la cosa gli faceva problema, perché poteva accreditare l’idea di un suo freddo distacco da persone e comunità.

Non era così: rispondeva alla sua indole. Forse – azzardo – era il portato delle sue origini sociali e familiari, quelle della borghesia piemontese, e della severa disciplina ignaziana che seguono i gesuiti. Sulle prime egli incuteva una qualche soggezione ai suoi interlocutori, dava immediatamente l’idea di avere a che fare con un uomo di statura davvero straordinaria.

Dunque austero e riservato, con la fama di uomo di ricerca e dedito a studi severi, posto alla guida della diocesi di sant’Ambrogio e di san Carlo, ripeto, poteva sembrare inaccessibile. Ma chi ha avuto la ventura di una più diretta e assidua frequentazione, una volta varcata la soglia e vinta quella prima impressione, ha conosciuto e sperimentato la finezza d’animo, l’umanità di un uomo di Chiesa mai prigioniero del ruolo, delle convenzioni, delle forme. Comprese quelle ecclesiastiche. Un padre sollecito, un fratello maggiore, un signore amabile e accogliente (esordiva sempre interrogandoti sulla tua vita e sulla tua famiglia). Un uomo tra gli uomini, prima e più dell’eminente studioso e pastore di fama mondiale. Non mi sono sorpreso nell’apprendere dall’amico Aldo Maria Valli che lo scarno, significativo titolo (“un uomo”) del suo libro dedicato a Martini gli fosse stato suggerito da Martini stesso.

Una tensione a condividere la condizione comune degli uomini, la sua, che si riscontra un po’ su tutti i fronti della sua personalità e del suo ministero. A cominciare dalla causa cui egli ha dedicato la vita: lo studio, la meditazione, la predicazione della Parola. Tutto il suo magistero e la sua azione pastorale sono riconducibili a un solo fine: educare i cristiani alla familiarità con la Parola e mostrarne a i non credenti la portata e la risonanza universale. Mosso come egli era dal convincimento che la Bibbia sia il grande libro dell’umanità, che essa incrocia le attese e le inquietudini, le speranze e le angosce di ogni uomo in ogni tempo e in ogni sua fibra. Prendendo spunto dalla parabola del seminatore, Martini spiegava che il seme della Parola è nativamente orientato a fecondare il terreno rappresentato dalla nostra umanità, la quale a sua volta intimamente anela alla Parola. Si spiega così l’eco singolarmente vasta, davvero universale, del magistero di Martini – forse l’uomo di Chiesa del nostro tempo che ha goduto di più largo ascolto, varcando confini geografici, culturali e religiosi – e della quale abbiamo testimonianza in queste ore.

L’umanità condivisa senza riserve da Martini si rinviene pure nella sua interpretazione di un cristianesimo amico dell’intelligenza e della libertà: in assenza di una coscienza libera, asseriva, non si dà cristianesimo, il quale nasce e si sviluppa solo nella libertà. Di qui ancora la sua visione di una Chiesa povera, libera, sciolta (aggettivo ricorrente e inusuale a proposito della Chiesa), immune da ogni tentazione di potere e da propositi di costrizione. Una Chiesa cui egli additava il modello della originaria comunità apostolica, priva di un sovraccarico istituzionale che ne appesantisce il passo e ne appanna la testimonianza. Una Chiesa tutta concentrata nella proclamazione di una parola profetica, che illumina e giudica le parole dell’uomo, comprese le parole della politica, ma non si confonde mai con esse. Una Chiesa che accompagna con fiducia la ricerca dell’uomo, che apprezza il portato della scienza e della cultura moderna, anche in quei territori di confine che pongono interrogativi di natura etica. Una Chiesa infine che non si sottrae al dovere di riformare se stessa e di correggere, se del caso, talune sue posizioni tradizionali.

Chi si applicherà alla biografia di Martini si concentrerà sul suo contributo di studioso e di pastore offerto nella stagione della sua vita attiva. Ma non potrà ignorare l’ultimo tempo della sua vita, quello che è coinciso con la sua implacabile malattia. Compreso l’estremo scampolo di essa, segnato dal dramma forse per lui più doloroso: quello della privazione della parola, cioè della ragione stessa della sua esistenza. Anche allora, tuttavia, non ci ha fatto mancare la sua parola affidata agli scritti. Come se sentisse l’esigenza di consegnarci una ultima lezione. Quella di porre, all’attenzione della sua amata Chiesa, questioni delicate e controverse troppo a lungo esorcizzate. E di farlo con la libertà di giudizio che si conviene a chi è posto a fronte del giudizio finale. Quando non si può più tergiversare, quando si è soli davanti a Dio e al dovere della spietata onestà intellettuale prescritta dalla propria coscienza.

Quando si devono abbandonare anche le pur ragionevoli cautele dettate da senso di responsabilità e da umana prudenza. È l’ultima ma non la meno preziosa delle lezioni che ci lascia un uomo di Chiesa come ne abbiamo conosciuti pochi, che ha voluto essere uomo tra gli uomini. Perché in questo umile accondiscendere sta la vera grandezza. Ci mancherà, ma chi ha fede nella comunione dei santi può confidare che misteriosamente continuerà ad accompagnarci.

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Martini, un promemoria per il futuro

In memoria del cardinale Martini

Giovanni Bianchi

da Circoli Dossetti editoriale di ottobre 2012

La lunga veglia, il funerale e il dibattito non superficiale aperto dai media mi hanno confermato nella convinzione che la chiusura della giornata terrena non solo non interrompe il magistero martiniano, ma che con il magistero di Martini convivremo ancora a lungo. Non soltanto perché la tradizione cristiana parla non a caso di cattedra episcopale, ma perché Martini, quasi contraddicendo una naturale timidezza, non si è mai sottratto all'esigenza di confrontare in pubblico la radicalità della Parola di Dio con le occasioni e le difficoltà della vita, pensando che il dialogo fosse ogni volta possibile e addirittura doveroso.

Studioso finissimo e insaziabile dell'Antico e soprattutto del Nuovo Testamento, non si è limitato a proporre il dialogo tra le grandi culture – quello sul quale è impegnato da tempo e con successo (si pensi ai colloqui di Monaco di Baviera con il filosofo Habermas) papa Benedetto XVI- ma ha proposto la parola di Dio tra la gente, in mezzo alla quotidianità, non evitando le questioni più spinose e conflittuali, cercando le risposte insieme agli interlocutori e mettendosi alla pari con loro (che altro è la Cattedra dei non credenti?) e non tirandosi neppure indietro rispetto ai problemi per i quali sapeva non esistono ancora risposte.

Ecco perché non ha mai fatto distinzione tra "vicini" e "lontani", convinto che in ognuno convivano il credente e l'agnostico – "l'ateo che è in me" – e che il messaggio del Nazareno ti raggiunge dove sei, anche in mancanza di un adeguato tirocinio. Ecco perché Martini parlava e continuerà a parlare a tutti, non dai confini, ma in mezzo alla sua Chiesa, tenendo conto di chi va con passo spedito e di chi ha difficoltà di movimento.

Ricordo una bella conferenza del cardinale Giovanni Colombo nella mia città di ritorno dal Concilio. L'allora arcivescovo di Milano disegnò sulla lavagna una serie di centri concentrici che indicavano lo sviluppo del messaggio evangelico in un popolo di Dio i cui confini cessavano di essere sicuramente segnati tra chi è dentro e chi è fuori, non mettendo barriere e avendo fiducia nella disponibilità all'ascolto e all'accoglienza e soprattutto nella diffusività della parola. Un atteggiamento conciliare che in Martini appariva non soltanto abituale ma addirittura scontato.

Del rapporto con le Acli è già stato opportunamente scritto. Un rapporto che era cominciato in sede nazionale durante la presidenza di Domenico Rosati con una serie di seminari intorno al tema del potere sottoposto a discernimento biblico, e poi intensamente continuato nei lunghi anni milanesi.

È qui che incontriamo il Martini attento che interviene nello spazio pubblico. Come il suo confratello Pio Parisi, Martini ha pensato politica dal punto di vista del Vangelo. Non una spiritualità, perché le spiritualità, come New Age, si acconciano alle mode. Ma il Vangelo. Non facendo sconti e dando indicazioni scomode.
Ad amministratori e politici in visita durante i tempestosi inizi della transizione infinita ricordò che non si mettono toppe su abiti strappati e che il vino nuovo non può essere versato in otri vecchi.

In una meditazione svolta di fronte agli alunni delle scuole socio-politiche della diocesi di Milano si chiede senza mezzi termini “come combattere e superare il fenomeno della corruzione politica”. Corruzione che con anni di anticipo aveva additato ad un’opinione pubblica milanese allora disattenta e non certo presaga del clima giustizialista che vi avrebbe aleggiato anni dopo in piena tangentopoli. Basta rileggersi l’omelia per sant’Ambrogio del 1986. Un cardinale imprevedibile ed informatissimo parla di “camere oscure” dove politici non chiari si spartiscono affari e tangenti. Il discorso fece ovviamente scalpore, si disse che, sul modello di Ambrogio suo predecessore, il porporato gesuita aveva deciso di impugnare la frusta. Nessuna indagine fu però avviata. I grandi quotidiani milanesi, dopo i grandi titoli che esternavano lo stupore per la denuncia e per l’inabituale e autorevolissima cattedra da cui discendeva, non misero in cantiere nessuna inchiesta, anche se le cose che Martini spiattellava dalla cattedra si fa fatica a pensare che non fossero a conoscenza di una porzione non esigua della classe dirigente della città.

Le sue invettive nei confronti del moderatismo alla moda si accompagnano a quelle di Luigi Sturzo. Osserva che per quanto riguarda le proposte, le encicliche sociali vedono il cristiano come depositario di iniziative coraggiose e di avanguardia. "L'elogio della moderazione cattolica, se connesso con la pretesa che essa costituisca solo e sempre la gamba moderata degli schieramenti, diventa una delle adulazioni di cui parlava Ambrogio, mediante la quale coloro che sono interessati all'accidia e all'ignavia di un gruppo, lo spingono al sonno. C'è invece nella dottrina sociale della Chiesa la vocazione ad una società avanzata".

Martini non risparmia talvolta le armi efficaci dell’ironia: “Per essere credibili bisognerà porsi non tanto al di sopra delle parti quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del Paese”.

Sono noti il coraggio e il suo equilibrio nel trattare problemi di frontiera, quali i temi della fecondazione assistita, dell’aborto, delle cellule staminali, delle adozioni, della lotta all’Aids, della donazione degli organi, dell’eutanasia, dei confini della ricerca. Martini si mette in ricerca e chiede che la ricerca resti aperta: questo il messaggio di fondo per un discernimento che muove dalla centralità della coscienza e del dialogo su una delle frontiere più rischiose non soltanto per chi dice di credere. Che non si proceda deducendo soltanto dai principi. Che la politica dunque a sua volta non si ripari, ma elabori a partire dalla libertà di coscienza, e non rifugiandosi in essa, quasi in angolo, per evitare lacerazioni peggiori e rendendo i partiti inutili perché incapaci di cultura.

Non tralasciando un suggerimento: “Là dove c’è un conflitto di valori, mi parrebbe eticamente più significativo propendere per quella soluzione che permette a una vita di espandersi piuttosto che lasciarla morire. Ma comprendo che non tutti saranno di questo parere. Solamente vorrei evitare che ci si scontrasse sulla base di principi astratti e generali là dove invece siamo in una di quelle zone grigie dove è doveroso non entrare con giudizi apodittici”. Le “zone grigie”. La laicità del grigio… Il non sottovalutare e il non accorciare la fatica della ricerca.
Insomma, un Martini mai reticente e disponibile a occuparsi delle rughe dei giorni per proporre quel “discernimento” che è la parola più ricorrente nei suoi scritti. Per questo ritornare a Martini fa bene.

Non esistono soluzioni facili. Probabilmente non esistono "soluzioni". Martini non si nasconde la difficoltà. E chiosa: "Che cosa dire allora? La parola evangelica non cade su azioni che andrebbero bene anche da sole; cade su situazioni impossibili, umanamente disperate, su situazioni in cui un realismo sobrio si accontenterebbe di tenere in alto gli ideali lasciando poi a ciascuno di fare ciò che può". È il paradosso cristiano. Per cercare la soluzione ci sono le beatitudini evangeliche. E infatti “non c’è alcuna realtà umana che sia sottratta all’azione dello Spirito”, dal momento che lo Spirito è il grande suggeritore, colui che “suggerisce le parole giuste nelle circostanze in cui ci si gioca la vita per il Vangelo”.

Non era dunque quiete da persona anziana quel che Martini andava cercando a Gerusalemme, la città sul monte che lo affascinava, ma la continuità, sotto forme mutate, di un magistero e di una veglia. La sentinella era lui. E’ lui che, mantenendo un riserbo che non sapevi se considerare più piemontese o britannico, “non dava riposo a Dio”, anche perché “questa Parola non è risuonata solo per i credenti, ma per tutti gli uomini”.

Sono tornato a rileggere Martini spinto da un bisogno e da un cruccio. Il bisogno, probabilmente non soltanto mio personale, di trovare un qualche fondamento ad una politica che dà l’impressione di volere continuare senza prendersi il disturbo di pensare. Il cruccio, che ebbi modo di esternargli quando ancora sedeva sulla cattedra di Ambrogio, che Milano e la diocesi – la più grande diocesi del mondo – l’abbiano più ammirato che capito. Anche rileggere Martini non dà riposo, dal momento che la sua produzione sembra gareggiare in kilometraggio con quella di Voltaire. Eppure è fatica che ottiene la sua abbondante remunerazione.

Anche questo tratto bisognerà ricordare di Martini: il maestro in ascolto di tutto sollecitava a decisioni né facili né scontate. Il magistero milanese di Martini questo ha seminato per lunghi anni, in cui pure i "militanti" martiniani sembrarono talvolta dispersi. Probabilmente un popolo troppo vasto per essere delimitato da un qualche confine. E però si sono finalmente radunati, non nascondendo le loro diversità, perfino fisiche, perfino nell'abbigliamento, intorno alla bara.

Sono rimasto tre ore e mezza sotto le navate del Duomo durante il funerale. Accanto a me per tutto il tempo, confuso tra la folla, Antonio Pizzinato, tra le tante cose anche segretario generale della Cgil, e gli Hamadi, padre e figlio, di Homs, la città martire della Siria, islamici osservanti residenti a Sesto San Giovanni e che frequentano le messe di Natale e Pasqua in memoria della moglie e madre cristiana, recentemente scomparsa. Cosa martinianamente naturale per la parola di Dio, che interviene nelle situazioni impensate e ignora i confini.

E tutto, là dove sta, avrà provato Martini, tranne che stupore.

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Carlo Maria Martini

In memoria del cardinale Martini

Giovanni Ambrogio Colombo

Milano, Settembre 2012

Oggi il Cardinal Martini ha terminato la sua corsa terrena.  Scompare dai nostri occhi uno dei personaggi principali della vita della chiesa nell' ultimo trentennio, un (quasi) Papa, molto letto, molto ascoltato dai media (anche se non è mai stato, a differenza di Wojtyla, l' uomo delle folle e del gesto).  Se ne va il Gigante,  il principale riferimento religioso, morale, intellettuale della mia giovinezza. L' ho seguito fin dal suo arrivo in diocesi, ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e di confidarmi con Lui come fosse mio padre. A lungo mi sono vantato di essere un "martiniano", poi ho smesso, visto che lui stesso mi ripeteva: di Maestro ce n'è uno solo!

Martini si è speso fino all'osso per farci conoscere la Parola. "In principio la Parola" è il titolo della sua più intensa lettera pastorale e ben sintetizza il cuore del  suo magistero.  "Leggi la Parola... sottolinea la Parola", quante volte l' ha ripetuto. La Parola che parla di Gesù è Gesù stesso, e come lui incessantemente in moto, senza fine nel movimento di dare tutto di se stessa. Se ascoltata e "ruminata", susciterà in noi le parole giuste per quest' epoca di alto sbandamento, le parole gocciolanti in grado di "rimettere al mondo il mondo".

Con le sue parole intorno alla Parola, Martini mi ha cambiato Dio. Non più il Dio lombardo, cupo,  controriformista,  il Dio col  vocione che produce l' inflazione del senso di colpa. Ormai Dio è  vento sottile e sua volontà la nostra liberazione: la partenza da tutti i varchi, l' apertura di tutte le gabbie.  Ah, le gabbie...

In Martini ho visto da vicino la fatica di star dentro le tante costrizioni in cui s' infossa la vita della chiesa cattolica d'Occidente, sia dal punto di vista morale sia dal punto di vista pastorale. Alla fatica si è presto aggiunta (metà degli anni ottanta) anche la viva preoccupazione di non apparire l'anti-Papa, l'anti-Wojtyla,  e di  riuscire a sottrarsi al continuo controllo vaticano. A mio avviso, era in battaglia continua, fuori e dentro di sé, con il marmo di sacra romana chiesa. Da un certo punto in poi il campo di questa battaglia  è diventato il suo stesso corpo, come se il tremolio parkinsoniano non foss'altro che la costante lotta tra la spinta ad essere se stesso e la controspinta a non esserlo, per non disobbedire all' autorità costituita.  Alla fine il controllo estremo ha avuto il sopravvento e il Gigante si è trovato rinchiuso dentro una corazza. Ha dovuto rinunciare alla sua originalità, alla sua "martinità".

E' stato bello, sì,  molto bello conoscere e frequentare padre Carlo. E il modo migliore di ricordarlo sarà quello di seguire la strada che lui stesso aveva intravisto dal suo personale monte Nebo e di cui parlò tanti anni fa durante la messia esequiale di uno dei suoi più cari amici, don Luigi Serenthà: "procedere per una più grande scioltezza nella Chiesa, per una più grande libertà di spirito, per una più grande creatività, soltanto in questo modo si manifesta la vitalità della Parola, del mistero pasquale della morte e della risurrezione di Gesù". Aveva capito assai bene quant' è indispensabile alleggerire e, in tal senso, è riuscito a fare più di quanto lasciasse prevedere la sua estrazione alto borghese, la sua impostazione perfetta e il suo ruolo di "principe della Chiesa". Oggi, finalmente sciolto da pesi obblighi dolori, è giunto "nella pienezza totale  che non è cancellazione delle singole individualità ma affermazione piena dell' individualità di ciascuno in una perfetta armonia in Dio" (citazione dell' Inno all' universo di un altro gesuita, Teilhard de Chardin, che Martini stesso usava per spiegare come sarà in Cielo). Adesso tocca a noi, che restiamo per qualche giorno ancora su questa terra di terra e sassi, non farci frenare dalle  pesantezze del vivere e volteggiare in libertà di spirito sopra ogni pietra tombale.

Saluti chiari come gli occhi di padre Carlo

Giovanni

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Parole e silenzi

Il card. Martini nei discorsi alla città e alla diocesi

Guido Formigoni, storico
2 Settembre 2012

 

Carlo Maria Martini, arcivescovo per più di vent’anni (1980-2002), ha accompagnato la Milano che usciva dai corruschi e appassionati anni Settanta (non solo, ma anche di piombo), la Milano «da bere» del benessere e dell’illusoria postmodernità, la Milano dei passaggi drammatici di Tangentopoli e della crisi di un’intera classe dirigente, la Milano rancorosa dell’identità localista. Ha esercitato lungo tutti questi anni un magistero discreto, umile, appassionato, capace di parlare a credenti e non credenti, che è quindi diventato in qualche modo un modello vivente di come la Chiesa si possa e si debba rapportare alla «città dell’uomo». Un punto di riferimento nazionale e anche ben più che nazionale.

Il suo approccio sapienziale alla città e alla società è scaturito sempre spontaneamente dalla radice biblica ed eucaristica della sua vita e della sua riflessione. Per cui i discorsi alla città, tipici della solennità di Sant’Ambrogio, sono sempre stati intessuti non a caso di riferimenti alle lettere pastorali che annualmente scandivano la sua proposta di priorità rivolta alle comunità cristiane ambrosiane. E si nutrivano della memoria di Ambrogio, pastore di una chiesa in tempi di transizione.

Ecco allora che il primo ciclo di cinque lettere che invitava a concentrarsi sui pilastri dell’esperienza cristiana (dimensione contemplativa della vita, parola di Dio, eucarestia, missione, carità, dispiegate tra 1980 e 1986), si integrava con la proposta iniziale di un magistero alla città che insisteva sulla riconciliazione rispetto ai duri conflitti degli anni Settanta, cercava gli spazi della solidarietà in una città condizionata dalla rivoluzione neoliberista, rifletteva sulla pace di fronte alle ultime tensioni della guerra fredda, si apriva all’accoglienza del diverso e dell’immigrato.

Il secondo ciclo delle lettere pastorali dedicate agli atteggiamenti  di fondo della vita cristiana (educare, comunicare, vigilare), che corsero dal 1987 al 1993, si intrecciò con una serie di discorsi alla città sempre più puntuali e radicali, rispetto alle trasformazioni dell’epoca. Si pensi agli interventi sulla nuova stagione di educazione alla politica dei giovani cristiani, sulle inedite prospettive di unità dell’Europa derivanti dagli eventi del’89 europeo, sulla rinnovata attenzione alla solidarietà di fronte alle minacce antisolidaristiche, sui rapporti con l’islam tra dialogo religioso e necessità di costruire forme vivibili di un incontro pratico, sull’attenzione al futuro in tempi di incertezza e rassegnazione, sulla legalità minacciata dall’ondata di corruzione.

Questi sono anche gli anni dei primi tentativi di sintetizzare un metodo attorno ad alcuni punti fermi, collegati anche alla celebrazione del sinodo diocesano e alla proposta ormai decollata della «cattedra dei non credenti». La lettera per la città intitolata «Alzati e vai a Ninive» del 1991 esprimeva questa consapevolezza con un ragionamento approfondito sulle condizioni dell’evangelizzazione in una situazione intermedia tra cristianità e secolarizzazione, approdando a identificare il punto critico nello «stile pastorale» (uno stile comunicativo, di amorevole discernimento, di irradiazione e di accoglienza).

Ecco allora l’ultimo ciclo, in cui l’apertura al Giubileo del 2000 e alla proposta di papa Giovanni Paolo II di dedicare attenzione progressiva alla Trinità strutturava una riflessione magisteriale che toccava i punti più alti nel rivolgersi alla città. Restano pagine cruciali quelle dedicate al rapporto tra silenzio e parola della Chiesa, che approdarono a proporre – da «serva inutile», umile e grata – un allarme sulle condizioni etiche della convivenza, anche nelle loro ricadute istituzionali e politiche. Allarme bilanciato dall’esortazione a coltivare il grande «sogno» del futuro, senza fuggire dalle responsabilità nel presente, prendendo sul serio le paure del nuovo millennio, amplificate dal terrorismo omicida dell’11 settembre, ma costruendone operosamente le speranze.

Un magistero confermato negli ultimi dieci anni di vita da arcivescovo emerito, quando ha saputo alternare sapientemente silenzi e parole, contribuendo alla ricerca su alcuni nodi profondi del vivere cristianamente l’umanità (da un approccio non scontato alle questioni bioetiche, fino agli spunti sofferti sulla malattia e la morte). Un maestro autorevole che andava oltre ogni ideologia, un pastore credente che si faceva interrogare dal «non credente che era in lui», un duraturo punto di riferimento per un volto di Chiesa fedele all’umanità perché fedele al Signore.

La Costituzione, il diritto di resistenza e Giuseppe Dossetti

Elementi di speranza per la nostra società

Ponte Ronca (Bologna)

18 Ottobre 2012 - ore 20:30

Salone parrocchiale S. Maria - Via Savonarola, 2

 

 Percorsi teologici  2012-2013 - 2° ANNO - «LA SPERANZA»


Parleranno:

Prof. Fabrizio Mandreoli
Prof.ssa Ilaria Vellani

Organizzata da

Vicariati di Bazzano e Bologna – Ovest


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Volantino dell'iniziativa.