Democrazia e Istituzioni

Lo stivale scucito

Quel che resta dell’unità d’Italia

Milano

Sabato 7 maggio 2011 ore 9:30 - 13:00

Presso Fondazione “Giuseppe Lazzati” - Largo Corsia dei Servi, 4

 

Interventi di:

Nando Pagnoncelli - Amministratore delegato IPSOS

Gabrio Forti - Preside Facoltà di Giurisprudenza Università Cattolica

Giuseppe Tognon - Docente LUMSA

Organizzata da Città dell'uomo - Associazione fondata da Giuseppe Lazzati

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"Assistiamo a un uso costante della legge per difendere l'interesse di pochi, addirittura di uno solo, contro l'interesse di tutti"

Aprile 2011
"I Ragazzi di Barbiana", allievi di Don Milani, tra i quali anche Francuccio Gesualdi, fondatore e animatore del centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, hanno deciso di prendere carta e penna e scrivere una lettera aperta al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Un testo, che pubblichiamo di seguito, in cui si denuncia la corruzione del sistema politico del nostro paese e si lancia un accorato allarme per il pericolo che sta attraversando la nostra democrazia.


Signor Presidente,

lei non può certo conoscere i nostri nomi: siamo dei cittadini fra tanti di quell'unità nazionale che lei rappresenta.

Ma, signor Presidente, siamo anche dei "ragazzi di Barbiana". Benché nonni ci portiamo dietro il privilegio e la responsabilità di essere cresciuti in quella singolare scuola, creata da don Lorenzo Milani, che si poneva lo scopo di fare di noi dei "cittadini sovrani". Alcuni di noi hanno anche avuto l'ulteriore privilegio di partecipare alla scrittura di quella Lettera a una professoressa che da 44 anni mette in discussione la scuola italiana e scuote tante coscienze non soltanto fra gli addetti ai lavori.

Il degrado morale e politico che sta investendo l'Italia ci riporta indietro nel tempo, al giorno in cui un amico, salito a Barbiana, ci portò il comunicato dei cappellani militari che denigrava gli obiettori di coscienza. Trovandolo falso e offensivo, don Milani, priore e maestro, decise di rispondere per insegnarci come si reagisce di fronte al sopruso. Più tardi, nella Lettera ai giudici, giunse a dire che il diritto - dovere alla partecipazione deve sapersi spingere fino alla disobbedienza: "In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste ( cioè quando avallano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate".

Questo invito riecheggia nelle nostre orecchie, perché stiamo assistendo ad un uso costante della legge per difendere l'interesse di pochi, addirittura di uno solo, contro l'interesse di tutti. Ci riferiamo all'attuale Presidente del Consiglio che in nome dei propri guai giudiziari punta a demolire la magistratura e non si fa scrupolo a buttare alle ortiche migliaia di processi pur di evitare i suoi.

In una democrazia sana, l'interesse di una sola persona, per quanto investita di responsabilità pubblica, non potrebbe mai prevalere sull'interesse collettivo e tutte le sue velleità si infrangerebbero contro il muro di rettitudine contrapposto dalle istituzioni dello stato che non cederebbero a compromesso. Ma l'Italia non è più un paese integro: il Presidente del Consiglio controlla la stragrande maggioranza dei mezzi radiofonici e televisivi, sia pubblici che privati, e li usa come portavoce personale contro la magistratura. Ma soprattutto con varie riforme ha trasformato il Parlamento in un fortino occupato da cortigiani pronti a fare di tutto per salvaguardare la sua impunità.

Quando l'istituzione principe della rappresentanza popolare si trasforma in ufficio a difesa del Presidente del Consiglio siamo già molto avanti nel processo di decomposizione della democrazia e tutti abbiamo l'obbligo di fare qualcosa per arrestarne l'avanzata.

Come cittadini che possono esercitare solo il potere del voto, sentiamo di non poter fare molto di più che gridare il nostro sdegno ogni volta che assistiamo a uno strappo. Per questo ci rivolgiamo a lei, che è il custode supremo della Costituzione e della dignità del nostro paese, per chiederle di dire in un suo messaggio, come la Costituzione le consente, chiare parole di condanna per lo stato di fatto che si è venuto a creare. Ma soprattutto le chiediamo di fare trionfare la sostanza sopra la forma, facendo obiezione di coscienza ogni volta che è chiamato a promulgare leggi che insultano nei fatti lo spirito della Costituzione. Lungo la storia altri re e altri presidenti si sono trovati di fronte alla difficile scelta: privilegiare gli obblighi di procedura formale oppure difendere valori sostanziali. E quando hanno scelto la prima via si sono resi complici di dittature, guerre, ingiustizie, repressioni, discriminazioni.

Il rischio che oggi corriamo è lo strangolamento della democrazia, con gli strumenti stessi della democrazia. Un lento declino verso l'autoritarismo che al colmo dell'insulto si definisce democratico: questa è l'eredità che rischiamo di lasciare ai nostri figli. Solo lo spirito milaniano potrà salvarci, chiedendo ad ognuno di assumersi le proprie responsabilità anche a costo di infrangere una regola quando il suo rispetto formale porta a offendere nella sostanza i diritti di tutti. Signor Presidente, lasci che lo spirito di don Milani interpelli anche lei.

Nel ringraziarla per averci ascoltati, le porgiamo i più cordiali saluti.

Francesco Gesualdi, Adele Corradi, Nevio Santini, Fabio Fabbiani, Guido Carotti, Mileno Fabbiani, Nello Baglioni, Franco Buti, Silvano Salimbeni, Enrico Zagli, Edoardo Martinelli, Aldo Bozzolini

 

" L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n'è uno è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.  Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio".      

Italo Calvino  da: Le città invisibili (1972)

Unità e Costituzione

Comitati Dossetti per la Costituzione

Assemblea Nazionale – Bologna 29 aprile 2011

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Per un ritorno alla dignità e alle urne

Per una legislatura di ricostruzione e dialogo

Per un voto libero ed eguale

L’inizio delle celebrazioni dell’Unità italiana e la divisione subito dopo prodottasi nel Paese sulla guerra alla Libia, insieme all’inasprirsi dei contrasti sulle condotte del presidente del Consiglio e del governo, hanno mostrato come senza la più rigorosa fedeltà alla Costituzione nemmeno l’unità è possibile. Affermare le ragioni della Costituzione è il solo modo per garantire e rafforzare l’unità italiana. Ciò significa difenderla contro gli attacchi demolitori e attuarla e svilupparla contro il progressivo abbandono del suo postulato solidarista e contro i tentativi di neutralizzarne i principi più innovativi.

Ciò è tanto più necessario nella prospettiva del federalismo. Non sembra infatti appropriato il suggerimento di un recente documento ecclesiastico successivo alla “Settimana sociale” di Reggio Calabria – del resto non obbligato, nel suo contesto religioso, a una piena conoscenza della situazione politica del Paese – secondo il quale sarebbe necessario, in vista del federalismo, un rafforzamento dell’esecutivo e dell’assetto bipolare. Non di questo l’Italia ha bisogno. L’esperienza dei 150 anni di Unità dimostra che l’incremento del potere personale di presidenti del Consiglio, primi ministri e duci, nella polarizzazione del conflitto politico, molto ha danneggiato il Paese, mentre il diritto e la Costituzione l’hanno riscattato ed unito. Il federalismo non ha bisogno di un esecutivo più forte, ma di una Costituzione più forte. È infatti la Costituzione che valorizzando le differenze come irrinunciabile patrimonio comune, assicura l’unità: sia l’unità geografica, tra Nord e Sud, isole e continenti, sia l’unità istituzionale tra i poteri, sia rapporti di unità e di eguaglianza tra le classi, i generi, le nazionalità, le religioni e gli ordinamenti giuridici. Per paradosso, sono proprio Bossi e la Lega, incuranti del costituzionalismo, che non possono realizzare, e anzi allontanano, la riforma federale.

È per dare voce a questa esigenza e a questo ideale politico di Unità e Costituzione, e invitare cittadini e partiti a farli propri, che è convocata per venerdì 29 aprile a Bologna, alle ore 15.30, nella Biblioteca del convento di San Domenico, un’assemblea nazionale dei Comitati Dossetti per la Costituzione.

Crisi istituzionale - La prospettiva in cui l’Assemblea si colloca è quella di una rapida fine della legislatura in corso, ormai irrecuperabile. Essa è entrata in una fase di vera e propria crisi istituzionale, per la corruzione entrata in Parlamento, per l’inagibilità del presidente del Consiglio ormai ridotto a “un’anatra zoppa”, per l’attacco portato dal governo agli altri poteri, fino al punto di voler revocare l’inclusione costituzionale della magistratura tra “gli altri” poteri dello Stato, e per la perdita della buona fama internazionale dell’Italia a causa della cattiva immagine datane all’estero, della volubilità e incoerenza delle sue amicizie e della infedeltà governativa ai principi e ai dettati degli articoli 10 e 11 della Costituzione. Tuttavia un normale avvicendamento di governo, che dovrebbe poter avvenire in qualsiasi democrazia funzionante, in Italia non è possibile a causa dell’interpretazione errata che è stata data al voto popolare come investitura di un capo per l’intera durata di una legislatura. Perciò per rimuovere l’anomalia di un governo divenuto oggettivamente causa di turbamento sociale e di dissesto istituzionale, non c’è altra via che lo scioglimento delle Camere: una prospettiva che non è venuta meno nonostante i voti di rincalzo raccolti dalla maggioranza al di fuori di ogni regola politica.

Una legislatura di dialogo e di tregua - La gravità della situazione italiana è tale che per uscirne non basta un ricambio di governo, ma occorre un’opera di rinnovamento culturale e spirituale, che comporta la ricostruzione di principi costituzionali ed etici fondamentali per lo sviluppo delle persone e la convivenza civile. Per una tale operazione sarà necessaria tutta la prossima legislatura, che si prospetta perciò come una legislatura di carattere ricostruttivo e ricostituente, in cui si dovrà pensare a come concludere la transizione italiana anche sulla base di un sereno bilancio degli effetti che ha avuto la scelta del bipolarismo. Ciò rende necessario che la prossima legislatura, anche in vista di puntuali riforme che dovessero essere deliberate da maggioranze costituzionali, favorisca il massimo dialogo tra le parti, e che a questo essa sia predisposta  per composizione e per stile. E ciò anche ai fini di arrivare a una nuova legge elettorale che, in quanto regola del gioco politico, possa godere del più largo consenso delle parti. Ciò richiede che nei due rami del Parlamento tutti siano correttamente rappresentati, non potendosi procedere a tali riforme attraverso forzature maggioritarie, e addirittura in assenza di minoranze escluse dalle Camere. E richiede altresì che nel rapporto con i loro rappresentanti tutti i cittadini, sovrani non solo per un giorno, concorrano “a determinare la politica nazionale”. Dunque il prossimo Parlamento, proprio in ragione di questa sua funzione riformatrice, dovrebbe essere eletto in modo da realizzare una veritiera rappresentanza; ciò però non potrà avvenire se, votandosi con l’attuale legge elettorale, il risultato fosse sovvertito dall’attribuzione di uno straripante premio di maggioranza a una forza o coalizione che fosse molto lontana dal raggiungere la maggioranza dei voti, e dalla conseguente sottrazione di un gran numero di seggi alle altre forze di minoranza che avessero raggiunto risultati anche di poco inferiori a quello del “vincitore”.

Ciò rende estremamente importante che ci si prepari per tempo alla consultazione elettorale e che si scelga il modo più adeguato per affrontarla e prendervi parte.

Come andare alle elezioni - Prima di tutto perciò i Comitati Dossetti per la Costituzione rivolgono un pressante appello ai partiti perché al più presto essi definiscano le loro alleanze e il loro progetto di governo, in modo che i cittadini con piena consapevolezza possano orientarsi nelle loro scelte, sapendo se avranno di fronte due sole coalizioni antagoniste, o più coalizioni o “poli”, e da chi e con quali programmi tali poli sarebbero formati.

In secondo luogo i Comitati Dossetti fanno appello a tutte le forze che al di là delle loro scelte politiche specifiche si riconoscano nell’indissolubile nesso di Unità e Costituzione, perché stabiliscano tra loro o tra le coalizioni da loro formate, un ulteriore collegamento elettorale, ai sensi dell’art. 14 bis del Testo unico delle leggi elettorali come modificato dalla legge Calderoli, allo scopo di vanificare il meccanismo della legge Calderoli volto a manomettere, grazie al premio di maggioranza e agli sbarramenti, il voto popolare. Nello stesso tempo le forze così collegate potrebbero esprimere un impegno comune per un’azione legislativa condivisa su alcune opzioni essenziali di rilievo costituzionale, pur ponendosi in diverse collocazioni parlamentari e di governo. Si tratterebbe pertanto di un collegamento di carattere tecnico-istituzionale che permetterebbe a ogni partito o coalizione politica di fare la propria corsa sostenendo il proprio programma elettorale, ma che avrebbe il fine di ricostituire, pur nelle differenze, l’unità spirituale e politica della nazione, l’unità dell’elettorato e l’unità tra popolo e Parlamento grazie a una rappresentanza non alterata nella ripartizione dei seggi. Tale risultato sarebbe ottenuto dal popolo stesso nelle urne, nella misura in cui tale collegamento producesse un risultato elettorale tale da non dar luogo all’ipotesi  - prevista dal secondo comma dell’art. 83 della legge per l’elezione della Camera e dall’art. 17 della legge per il Senato - della attribuzione di un premio di maggioranza al gruppo vincente. Una supercoalizione elettorale stabilita a garanzia di Unità e Costituzione, potrebbe infatti facilmente raggiungere e superare il 55 per cento dei voti, ristabilendo così le condizioni per un voto libero ed eguale, senza artifici postelettorali.

Un uso virtuoso della legge Calderoli - Si realizzerebbe pertanto un uso virtuoso della legge Calderoli.

Prima di tutto si riporterebbe l’indicazione popolare di un presidente del Consiglio nell’alveo costituzionale. La legge infatti, nel richiedere che i partiti collegati elettoralmente designino un capo della coalizione, non ne fa di diritto un candidato alla presidenza del Consiglio, essendo fatte salve le prerogative del capo dello Stato a cui tocca il conferimento dell’incarico sulla base dei risultati elettorali; pertanto il capo dell’ampia coalizione  riunita in nome dell’Unità e della Costituzione può presentarsi come una figura solo rappresentativa e di garanzia, senza pregiudicare l’identificazione della guida dell’esecutivo e l’assetto di governo.

Riguardo poi ai risultati del voto, la legge Calderoli funzionerebbe come una legge proporzionale. Infatti essa, facendo proprio l’impianto del Testo Unico del  1957 per le elezioni della Camera e del decreto legislativo n. 533 del 1993 per l’elezione del Senato, prevede, come prima ipotesi e come prima fase della procedura, che tutti i seggi in palio alla Camera e al Senato siano distribuiti in modo proporzionale tra tutte le coalizioni e le liste concorrenti, sulla base di una quota elettorale nazionale (o regionale per il Senato) eguale per tutti, così che i voti di tutti gli elettori pesino tutti allo stesso modo nell’assegnazione dei seggi. Però la legge Calderoli introduce a un certo punto una ipotesi subordinata, e cioè che, fatta in via provvisoria l’assegnazione dei seggi, risulti che nessuna coalizione o partito abbia conseguito, grazie ai suoi voti, 340 deputati alla Camera e il 55 per cento dei seggi in ciascuna regione al Senato. A questo punto la legge Calderoli da distributiva diventa redistributiva, toglie i seggi agli uni e li attribuisce agli altri; alla coalizione o lista risultata come la minoranza più forte, (anche per pochi voti rispetto a ciascuna delle altre) aggiunge tanti deputati o senatori quanti ne mancano a 340 (o al 55 per cento nella regione) togliendoli da quelli già assegnati alle altre liste e coalizioni.  Di conseguenza si vengono a formare due diverse quote elettorali, una, a cui bastano meno voti, per chi vince, l’altra, per la quale ci vogliono molti più voti, per gli altri; e così i voti dei cittadini non sono più eguali, essendo computati secondo aritmetiche diverse.

Ma se una coalizione, tanto larga come quella qui proposta, riesce a conseguire un consenso elettorale pari o superiore a quello necessario per eleggere 340 deputati e il 55 per cento dei senatori in ogni regione, il premio di maggioranza non ha ragione di scattare e a tutti i partiti, anche a quelli che avessero dato vita a una coalizione opposta, i seggi sarebbero attribuiti in modo proporzionale secondo la effettiva forza di ciascuno.

La legge Calderoli introduce poi una ulteriore discriminazione, perché stabilisce una soglia di sbarramento che non è eguale per tutti: ai partiti uniti in una coalizione che ottenga un certo numero minimo di voti vengono distribuiti seggi se hanno conseguito il 2 per cento dei voti alla Camera e il 3 per cento al Senato; ai partiti non coalizzati non viene invece distribuito alcun seggio se non hanno superato la soglia del 4 per cento alla Camera e dell’8 per cento al Senato. Nell’ipotesi di un uso virtuoso della legge Calderoli, non dandosi un’alterazione del risultato elettorale con l’attribuzione di un premio di maggioranza, e non identificandosi il collegamento elettorale con un’alleanza di governo, non ci sarebbe alcuna ragione che dei partiti siano esclusi dalle coalizioni, sicché per tutti la soglia di sbarramento si abbasserebbe al 2 per cento alla Camera e al 3 per cento al Senato.

Reagire all’astensionismo elettorale - Una coalizione per l’Unità e la Costituzione come quella proposta, potrebbe risolvere anche la questione delle preferenze. Essa potrebbe infatti contemplare le elezioni in due turni, il primo dei quali sarebbe autogestito. I partiti collegati potrebbero infatti organizzare, una o due settimane prima del deposito delle liste, delle primarie in cui i cittadini, scegliendo quattro o cinque nomi dall’elenco loro presentato dai partiti, determinerebbero l’ordine in cui ciascun partito inserirebbe i candidati nella lista definitiva, ordine che sarebbe quello secondo il quale, come stabilisce la legge, infine verrebbero eletti.

Ciò varrebbe anche a ridurre il pericolo di un forte astensionismo elettorale, derivante sia dal restringersi dell’offerta politica ai cittadini, sia dalla grave menomazione che l’elettorato ha subito per il sequestro da parte dei partiti del suo diritto alla scelta dei parlamentari e alla manifestazione delle sue preferenze.

Per arrestare il corso verso una grave crisi di astinenza della nostra democrazia è necessario pertanto, sia riguardo alla scelta politica che alla scelta delle persone, restituire lo scettro al popolo sovrano, come qui si è indicato di fare.

I contenuti dell’impegno comune - Ma quali dovrebbero essere i temi di impegno comune di un collegamento elettorale o supercoalizione per l’Unità e la Costituzione? E’ evidente che essi dovrebbero essere scelti ed elaborati dalle stesse forze politiche che vi concorressero; i Comitati Dossetti per parte loro indicano i seguenti tre punti, che peraltro tutte le forze di opposizione hanno già manifestato l’intenzione di affrontare.

  1. Anzitutto una legge elettorale che, anche se non propriamente proporzionale, contempli un’equa proporzione tra voti ed eletti, e permetta la presenza in Parlamento di tutte le forze politiche significative del Paese, e non solo per un preteso e incostituzionale “diritto di tribuna”.
  2. Una legge che ridefinisca i casi di ineleggibilità e incompatibilità con l’ufficio di deputato o di senatore o di membro del governo, tale non solo da evitare o risolvere i conflitti d’interesse, ma di precludere l’accesso a tali uffici di persone che in pendenza del giudizio o per condanne definitive possano oggettivamente apparire come inadatti a adempiere alle funzioni pubbliche “con disciplina ed onore” e a rappresentare la Nazione senza vincolo di mandato.
  3. Una normativa che, tenendo conto delle nuove tecnologie e del nuovo contesto economico e imprenditoriale dei mezzi di comunicazione e di opinione, restauri il pluralismo nei mezzi di comunicazione, rimuova gli ostacoli a un pieno esercizio della libertà di stampa e di manifestazione del pensiero, e garantisca il diritto dei cittadini di essere variamente e correttamente informati anche attraverso un servizio pubblico non dipendente dalle logiche commerciali e di mercato.

I Comitati Dossetti per la Costituzione intendono inoltre raccomandare nell’Assemblea di Bologna altre tre cose di straordinaria urgenza.

  1. Una legge di parità tra il Nord e il Sud del Paese. In verità, fatti gli italiani, non si può dire ancora che sia fatta l’Italia, finché non sia completata in tutto il Paese una dignitosa rete stradale, autostradale, ferroviaria, finché l’Alta velocità non raggiunga Brindisi, Siracusa e Agrigento, senza bisogno del ponte sullo Stretto, finché il sistema sanitario non offra eguali prospettive di salute e di vita a tutti i cittadini e gli stranieri presenti nel Paese, finché la scuola, la giustizia, la sicurezza pubblica non siano sostenute e adeguatamente finanziate in tutta l’Italia, finché non si stabiliscano misure compensative per il lavoro che manca nel Sud e per una diminuzione del tasso di disoccupazione giovanile e femminile nel Mezzogiorno e nelle isole.
  2. Una forte iniziativa italiana per dare attuazione, nelle parti ancora inadempiute, al cap. VII della Carta dell’ONU, onde garantire che gli eventuali interventi armati per il mantenimento o il ristabilimento della pace e della sicurezza internazionale non siano effettuati per interessi di parte e non assumano mai la forma della guerra, come tale bandita dalla Carta e dalla Costituzione. Secondo lo Statuto  dell’ONU le azioni implicanti l’impiego della forza armata non possono essere compiute se non dopo aver esperito, anche da parte dello stesso Consiglio di Sicurezza, tutti i tentativi per una composizione pacifica, e devono avvenire sotto la responsabilità non di uno Stato, per quanto grande e potente, e tanto meno della NATO, ma del Consiglio di Sicurezza e sotto la direzione strategica del Comitato dei capi di Stato Maggiore dei cinque membri permanenti; le operazioni militari devono essere compiute da forze armate tratte dagli eserciti nazionali ma messe a disposizione del Consiglio di Sicurezza in base ad accordi permanenti tra questo e gli Stati. Il fatto che questa parte dello Statuto dell’ONU non sia stata mai attuata, è stata la causa non solo delle sconsiderate guerre del passato fatte per “scopi umanitari”, ma anche del caos, della improvvisazione e degli altissimi costi morali e politici dell’ultimo intervento contro la Libia.
  3. Allo stesso modo è necessario, dopo la funesta esperienza della catastrofe ambientale e nucleare in Giappone, che vengano aperte nuove frontiere e nuovi campi d’azione al costituzionalismo internazionale, in modo che i beni comuni dell’umanità e gli interessi generali della intera famiglia umana trovino adeguata tutela e promozione nell’ordinamento internazionale.

I referendum, l’ “Aventino del popolo” e una petizione alle Camere – Coerentemente con le proposte qui formulate, i Comitati Dossetti per la Costituzione prenderanno posizione a favore del sì nei previsti prossimi referendum riguardanti l’acqua, il nucleare e il “legittimo impedimento”, e si impegnano a prestare il loro contributo di mobilitazione e di analisi per il loro successo, che può rappresentare un passaggio importante verso gli ulteriori traguardi di attuazione e sviluppo costituzionale.

Allo stesso scopo i Comitati Dossetti valuteranno con le altre componenti dell’associazionismo e della politica la possibilità di promuovere, nelle diverse situazioni locali, un “Aventino del popolo” mediante il quale i cittadini possano, in modo permanente, attraverso riunioni e altre opportune iniziative, resistere e dissociarsi dalle scelte del presidente del Consiglio e del governo e affrettarne l’uscita di scena.

Infine, per far emergere l’esigenza prioritaria di porre termine alla legislatura, nell’assemblea di Bologna i Comitati Dossetti proporranno che siano raccolte le firme per una petizione alle Camere, a norma dell’art. 50 della Costituzione, per “esporre la necessità” che esse, non reiterando comunque la fiducia al governo, riconoscano di dover togliere l’ostacolo che impedisce il ricorso alle elezioni anticipate.

I Comitati Dossetti per la Costituzione sono convinti che quella qui suggerita sarebbe una via per venir fuori dalla lunga stagione dell’odio e avviare una ricomposizione dell’unità spirituale e politica dell’Italia: una via, ma forse anche l’unica via.

Per presentare queste proposte e discuterle con i partiti è stato deciso di convocare l’Assemblea nazionale che si terrà il 29 aprile, alla quale i cittadini e i rappresentanti delle forze politiche sono cordialmente invitati.

La ragione per cui i Comitati Dossetti prendono questa iniziativa è chiara: la Costituzione non vive da sola, ma nella coerenza di tutto l’ordinamento interno e internazionale; non può sopravvivere la lettera della Costituzione mentre deperisce e si perde la Repubblica o si distrugge, in assenza di regole, l’ambiente universale umano. Né i Comitati intendono sostituirsi ai partiti nella loro peculiare responsabilità politica, ma intendono proseguire il dialogo con loro già avviato nell’ultima Assemblea dei Comitati nel giugno dell’anno scorso a Bologna.

Raniero La Valle e Luigi Ferrajoli

Presidente e Vice-presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione

31 marzo 2011

(Per comunicazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. )

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Determinazioni ed Interventi:

A giugno i tre referendum

Un appello

promosso da: Redazione www.ildialogo.org

Mercoledì 23 Marzo 2011

La Corte Costituzionale ha ammesso i tre referendum su: acqua, nucleare e legittimo impedimento. È l’occasione per dire la propria opinione se si desidera la privatizzazione dell’acqua, la monopolizzazione dell’energia e la disuguaglianza di fronte alla legge di chi è “nominato” ministro. Oltre duecento anni fa la Rivoluzione francese con un vento di democrazia spazzò via i privilegi dei “nobili”. Oggi “qualcuno” vuole ripristinarli.

Per tutelare l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, per dire la propria opinione su un bene inalienabile come l’acqua; per contribuire alla determinazione della politica energetica del Paese e ribadire l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge

PARTECIPA AI REFERENDUM

e di’ la tua.

Meno di 3 mesi ci separano dalla convocazione dei tre referendum. E’ ormai chiaro che, nonostante le varie richieste, il governo non ha alcuna intenzione di accorparli con le elezioni amministrative del 15 maggio o del ballottaggio del 29 maggio per paura che si raggiunga il quorum del 50% +1.

Per i referendum probabilmente si voterà il 12 giugno, ultima data disponibile, ma così facendo il governo ha anche deciso di sprecare 300 milioni di euro che in periodo di crisi potevano essere utilizzati per ben altro. Anche se, il Ministro dell’ interno, corre rischio di essere denunciato per spreco di denaro pubblico e per mancata rimozione di ostacoli che impediscono la partecipazione dei cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (come stabilisce il comma 2 dell’art. 3 della nostra costituzione). Anche per questo rifletti,

PARTECIPA AI REFERENDUM

e di’ la tua.

Resta poco tempo per convincere il 50% +1 (25 milioni di elettori) a votare per i referendum! Noi non abbiamo televisioni o altri potenti mezzi. Ma la rete sì. Usiamola. In Nord Africa con il tam tam della rete hanno travolto i regimi dell’Egitto e della Tunisia. Noi usiamola per informare e invitare parenti, amici e conoscenti a partecipare ai referendum. C’è gente che non lo sa. Bisogna raggiungere il quorum. Passa parola.

Il futuro, nostro e dei nostri figli, è nelle scelte che facciamo oggi. È il momento delle decisioni. Dobbiamo avere la volontà di farle. Fa’ la tua scelta

PARTECIPA AI REFERENDUM

e di’ la tua.

Questi referendum impegnano diritti e bisogni reali: acqua, energia pulita e uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Sono concetti semplici alla portata della comprensione e della sensibilità di tutti. E tutti devono partecipare. Il nostro comportamento determinerà le basi su cui costruire il futuro. Per te e tuoi figli,

FAI LA TUA SCELTA E RENDI PARTECIPI I TUOI AMICI, PARENTI E CONOSCENTI.

Con fiducia

La redazione del sito www.ildialogo.org

Chiediamo a tutti i nostri lettori che condividono questo nostro appello di inviare il testo della presente lettera a tutti i propri contatti email. Dobbiamo far si che tutti si sentano responsabili del destino proprio e delle future generazioni.

Art. 41 - Una mediazione verso la Dottrina sociale della Chiesa

Art. 41, manifesto solidale

Fulvio De Giorgi

9 Febbraio 2011



Tra i costituenti prevalse la linea democristiana, condivisa sia da Dossetti sia da De Gasperi: né liberismo né comunismo, ma solidarietà

L’ipotesi di una modifica dell’articolo 41 della Costituzione ha un valore ideale e culturale: mira a indicare la prospettiva valoriale in cui inserire e da cui far discendere una precisa politica economica. Si potrà dire che ciò viene fatto non tanto sperando nella reale possibilità di modificare la Costituzione quanto per avere una bandiera ideologica da agitare nelle eventuali elezioni anticipate o, comunque, nella lotta culturale. In ogni caso l’operazione è legittima ed averla comunque posta al livello 'alto' del fondamento costituzionale è apprezzabile per correttezza: non aggirare cioè la Costituzione , ma modificarne il dettato se si vuole dare un diverso indirizzo ideale e culturale. Ma allora il punto della discussione è questo: quale indirizzo culturale si vuole affermare e quale si vuole negare? La risposta, a mio parere, non lascia dubbi: si vuole affermare la cultura liberale e liberista (secondo le formule del neo-liberalismo, ormai periclitante sul piano mondiale, dopo un’egemonia durata decenni) e si vuole negare la Dottrina sociale della Chiesa.

L’art. 41 nacque da una serrata discussione, in seno all’Assemblea costituente, nella quale le posizioni liberali e liberiste di Lucifero, che non voleva vincoli alcuni per l’iniziativa economica privata, si contrapponevano a quelle del comunista Togliatti, che evidentemente partiva da una concezione sfavorevole alla libertà economica privata e puntata sul dirigismo dell’economia pianificata (anche se si rendeva conto di non poter proporre la collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio: che era comunque l’obiettivo massimo dei comunisti). I democristiani, come Dossetti, La Pira e Moro, proposero dunque la mediazione, che in effetti si affermò, sulla base della Dottrina sociale della Chiesa, che aveva alle spalle la Rerum Novarum di Leone XIII, la Quadragesimo anno di Pio XI e i radiomessaggi di Pio XII.

In particolare, nella riunione della Commissione per la Costituzione del 3 ottobre 1946, Dossetti chiarì che, eliminata ogni ipotesi totalitaria (fascista o comunista), non rimaneva che scegliere tra due linee alternative: o quella liberale o quella solidarista democratica (cristiana). Se cadeva la seconda non rimaneva che la prima: aut aut. Affermava infatti: «Il dilemma che si pone ha due sole alternative, per cui se si sopprime una via non resta che l’altra, e cioè che la vita economica si debba svolgere spontaneamente, ritornando al sistema fondamentale dell’ottimismo liberale. Ora, l’esperienza storica insegna che il lasciare libero giuoco alle forze naturali ed economiche porta ad una sopraffazione».

Naturalmente so bene che una vulgata giornalistica ha fatto largamente circolare l’immagine, in realtà caricaturale, di un Dossetti cattocomunista, contrapposto ad un De Gasperi cattoliberale. Ciò è ovviamente sbagliato e falso sul piano storico: Dossetti non era comunista e De Gasperi non era liberale: erano entrambi cristiani, solidaristi, democratici, esponenti di punta dello stesso partito. Anche di De Gasperi, pertanto, si possono ricordare vari interventi 'ideali' sulla congiunzione di libertà politica e giustizia sociale. Basti, per tutti, il suo ultimo discorso (quasi a ricapitolazione di tutta la sua vita po-litica), il 27 giugno 1954, nel quale disse: «Anche per la scuola cristiano-sociale mi pare che le conclusioni della contemporanea esperienza si possono formulare così: né capitalismo né comunismo, ma 'solidarismo di popolo in cui lavoro e capitale si associno, con crescente prevalenza del lavoro, sotto il controllo e ove occorra con la propulsione dello Stato democratico' […]. Così va interpretata la nostra Costituzione che proclama la Repubblica democratica fondata sul lavoro: il quale fondamento dovrà però essere coordinato con tutti gli altri principii sociali della nostra Costituzione riguardanti le libertà sindacali, libertà dell’iniziativa economica pur con la riserva dell’utilità sociale, il riconoscimento della proprietà privata pur col diritto dello Stato di espropriazione per i servizi essenziali, il diritto per i lavoratori di collaborare nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla vitalità delle aziende, però in armonia con le esigenze della produzione. Si tratta dunque di una linea mediana, di un incontro fra due esigenze e due interessi». Proprio di questa linea mediana – sia detto per inciso – si sente oggi la mancanza: tanto nella politica economica quanto nella composizione del conflitto sociale.

Dire articolo 41 della Costituzione , nell’attuale formulazione, significa dire Dottrina sociale della Chiesa in alternativa al liberalismo dogmatico. Ma – si potrebbe osservare – son passati tanti anni! La Rerum novarum è del 1891, la Quadragesimo anno del 1931 e dagli stessi radiomessaggi di Pio XII ci separano ormai settant’anni. La Dottrina sociale della Chiesa è, però, mutata? Non direi: anzi con il Concilio e con il magistero sociale di tutti i successivi papi (dal beato Giovanni XXIII a Benedetto XVI) si è rafforzata e chiarita.

Il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa , pubblicato dal Pontificio consiglio della Giustizia e della pace nel primo decennio di questo XXI secolo, afferma: «Il principio della destinazione universale dei beni della terra è alla base del diritto universale all’uso dei beni. Ogni uomo deve avere la possibilità di usufruire del benessere necessario al suo pieno sviluppo: il principio dell’uso comune dei beni è il 'primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale' e 'principio tipico della dottrina sociale cristiana'. […] 'Tutti gli altri diritti, di qualunque genere, ivi compresi quelli della proprietà e del libero commercio, sono subordinati ad essa [destinazione universale dei beni]: non devono quindi intralciarne, bensì al contrario facilitarne la realizzazione, ed è un dovere sociale grave e urgente restituirli alla loro finalità originaria' (n. 172)».

«L’insegnamento sociale della Chiesa esorta a riconoscere la funzione sociale di qualsiasi forma di possesso privato, con il chiaro riferimento alle esigenze imprescindibili del bene comune. L’uomo “deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non unicamente come sue proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono essere utili non solo a lui ma anche agli altri”. La destinazione universale dei beni comporta dei vincoli sul loro uso da parte dei legittimi proprietari. La singola persona non può operare a prescindere dagli effetti dell’uso delle proprie risorse, ma deve agire in modo da perseguire, oltre che il vantaggio personale e familiare, anche il bene comune' (n. 178). “Di fronte al concreto rischio di un’'idolatria' del mercato, la Dottrina sociale della Chiesa ne sottolinea il limite, facilmente rilevabile nella sua constata incapacità di soddisfare esigenze umane importanti” (n. 349)».

Orbene non ci sono dubbi sul piano di una nitida e limpida alternativa culturale: o il neo-liberalismo o la dottrina sociale della Chiesa. Il primo porta con sé il 'materialismo pratico' (di chi assume una gerarchia di valori dettata dalle dimensioni materiali) e l’individualismo assoluto. La seconda considera tale materialismo una grave menomazione della visione dell’uomo e l’individualismo come la via all’egoismo sociale (con giganteschi danni per il bene comune): afferma invece lo spiritualismo di un umanesimo plenario e il solidarismo della fraternità universale.

 

l’economista

Felice: «Però è in contrasto con l’ordinamento europeo»

Va riscritto solo in parte, «tagliando» la prescrizione di interventi di Stato e inserendo invece la tutela attiva dei consumatori e della libera concorrenza

Flavio Felice

Nel clima malsano dell’attuale politica italiana, consapevoli del 'disastro antropologico' denunciato dal cardinal Bagnasco, a molti sono parse quanto meno surreali le parole del presidente del Consiglio sulla proposta di riforma dell’articolo 41 della Carta costituzionale evocata dal ministro dell’Economia. Tale articolo rappresenta un architrave della cosiddetta 'Costituzione economica' del nostro Paese e consta di tre commi. Perché si possa cogliere fino in fondo il significato di questo articolo , compresi i limiti, credo sia necessario sottolinearne il retroterra culturale. In breve, gli articoli 41 , 42 e 43 della Costituzione risentono di una cultura economica quanto meno scettica nei confronti del sistema di libero mercato.

Tale cultura venne scossa dal processo di unificazione europea. È opinione diffusa che la concezione 'ordoliberale' dell’economia sociale di mercato tedesca influenzò significativamente la filosofia di fondo dei Trattati istitutivi della Comunità economica europea. Entrò, dunque, in Italia, per via europea, il principio di concorrenza, la consapevolezza che il processo di mercato non rappresenta tanto un possibile disvalore da contenere, quanto un valore da far crescere e maturare. Negli articoli 81, 82 e 86 del Trattato che istituisce la Comunità europea del 1992 si afferma il principio di concorrenza come principio ermeneutico che esprime l’identità economica dell’Europa.

Sono vietati gli accordi tra le imprese, tra le associazioni, così come sono proibite tutte quelle pratiche che pregiudichino il mercato e che ne restringano o ne falsino la libera concorrenza, enunciando altresì l’irriducibile inconciliabilità tra la presenza di imprese che abusino della loro eventuale posizione dominante e il principio di concorrenza. Sulla base di quanto scritto, è possibile ipotizzare una riforma dell’articolo 41 , conservando tutto ciò che merita di essere conservato, in buona sostanza il primo comma, che sancisce la libera iniziativa economica, e il secondo, che stabilisce i limiti entro i quali ciascun privato è tenuto ad operare. Il secondo comma, in particolare, ci rinvia a un’affermazione di principio inderogabile, che per i cristiani significa riconoscere le condizioni minime affinché si possa cominciare a parlare di 'bene comune'. Non è un caso che proprio in questo articolo , e in particolare in questo comma, s’intraveda l’influenza esercitata dagli estensori del Codice di Camaldoli, alcuni dei quali poi divennero padri costituenti.

Qualche problema è posto dal terzo comma: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Qui andrebbe ricordato che proprio all’interno della Democrazia cristiana si confrontarono due anime, quella dossettiana, che vedeva nella Costituzione non uno strumento con il quale porre un limite al potere, bensì un piano di ingegneria sociale, e quella di Alcide De Gasperi (e invero di don Luigi Sturzo), per il quale nessun principio guida per la politica è migliore del noto aforisma di lord Acton: «Il potere tende a corrompere, il potere assoluto corrompe in modo assoluto».

Con il Trattato di Roma del 1957 e quello di Maastricht del 1992, l’Italia ha fatto propria la prospettiva dell’economia sociale di mercato, in forza della quale si assume il carattere funzionale dello Stato alla costruzione dell’ordine sociale e non finalistico, in nome di un tanto meritorio quanto indefinibile concetto di 'utilità sociale'. In sintonia con i principi di sussidiarietà e di poliarchia, in materia economica, alla Stato spetterebbe il compito – non esclusivo – di stabilire le regole che consentano all’autonoma e creativa capacità delle singole persone e delle comunità di contribuire al perseguimento del bene comune. Un bene comune che consta di una pluralità di condizioni (beni), per i quali è necessaria una pluralità di istituzioni: è anche questo un modo per concretizzare l’invito del pontefice a guardare la politica come «la via istituzionale della Carità», avendo a cuore i principi di sussidiarietà e di poliarchia.

Per questa ragione, come centro studi Tocqueville- Acton, abbiamo pensato di offrire un contributo alla riflessione, proponendo una revisione dell’articolo 41 che lasci intatti i primi due commi e sostituisca il terzo con altri due commi. Questi ultimi riprendono letteralmente parti degli articoli 81 e 82 del Trattato di Maastricht. L’articolo verrebbe così riformulato:

«L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge garantisce la tutela dei consumatori e la fornitura dei servizi di interesse generale in regime di libera concorrenza, sanzionando chiunque operi per impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza.

È incompatibile con il mercato in regime di libera concorrenza lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato nazionale o su una parte sostanziale di questo ».

Chi scrive, da anni sostiene l’opportunità di modificare l’articolo 41 , recependo i suddetti articoli del Trattato di Maastricht, ma altresì mette in guardia da coloro che presentano tale riforma come 'la frusta' che provocherà la ripresa economica. Non scherziamo! Si tratta di un chiaro 'articolo manifesto’, figlio di un’epoca e di una cultura politica. Una cultura politica alla quale va tutto il nostro rispetto, insieme alla stima nei confronti di uomini che eroicamente ci restituirono alla libertà e alla democrazia. Lo sbandieramento di una riforma costituzionale, in questa fase surreale della politica italiana, rischia di nascondere le ragione autentiche di una riforma auspicabile, offuscando le ragioni che spinsero Sturzo a lottare una vita intera per un mercato disciplinato – e per questo più libero e aperto – contro le «tre male bestie della democrazia»: «Partitocrazia, statalismo, abuso del denaro pubblico».

Vai al dossier: Costituzione: Articolo 41

Art. 41 - Però è in contrasto con l’ordinamento europeo

Art. 41 , manifesto solidale

Flavio Felice

9 Febbraio 2011

Va riscritto solo in parte, «tagliando» la prescrizione di interventi di Stato e inserendo invece la tutela attiva dei consumatori e della libera concorrenza

Nel clima malsano dell’attuale politica italiana, consapevoli del 'disastro antropologico' denunciato dal cardinal Bagnasco, a molti sono parse quanto meno surreali le parole del presidente del Consiglio sulla proposta di riforma dell’articolo 41 della Carta costituzionale evocata dal ministro dell’Economia. Tale articolo rappresenta un architrave della cosiddetta 'Costituzione economica' del nostro Paese e consta di tre commi. Perché si possa cogliere fino in fondo il significato di questo articolo , compresi i limiti, credo sia necessario sottolinearne il retroterra culturale. In breve, gli articoli 41 , 42 e 43 della Costituzione risentono di una cultura economica quanto meno scettica nei confronti del sistema di libero mercato.

Tale cultura venne scossa dal processo di unificazione europea. È opinione diffusa che la concezione 'ordoliberale' dell’economia sociale di mercato tedesca influenzò significativamente la filosofia di fondo dei Trattati istitutivi della Comunità economica europea. Entrò, dunque, in Italia, per via europea, il principio di concorrenza, la consapevolezza che il processo di mercato non rappresenta tanto un possibile disvalore da contenere, quanto un valore da far crescere e maturare. Negli articoli 81, 82 e 86 del Trattato che istituisce la Comunità europea del 1992 si afferma il principio di concorrenza come principio ermeneutico che esprime l’identità economica dell’Europa.

Sono vietati gli accordi tra le imprese, tra le associazioni, così come sono proibite tutte quelle pratiche che pregiudichino il mercato e che ne restringano o ne falsino la libera concorrenza, enunciando altresì l’irriducibile inconciliabilità tra la presenza di imprese che abusino della loro eventuale posizione dominante e il principio di concorrenza. Sulla base di quanto scritto, è possibile ipotizzare una riforma dell’articolo 41 , conservando tutto ciò che merita di essere conservato, in buona sostanza il primo comma, che sancisce la libera iniziativa economica, e il secondo, che stabilisce i limiti entro i quali ciascun privato è tenuto ad operare. Il secondo comma, in particolare, ci rinvia a un’affermazione di principio inderogabile, che per i cristiani significa riconoscere le condizioni minime affinché si possa cominciare a parlare di 'bene comune'. Non è un caso che proprio in questo articolo , e in particolare in questo comma, s’intraveda l’influenza esercitata dagli estensori del Codice di Camaldoli, alcuni dei quali poi divennero padri costituenti.

Qualche problema è posto dal terzo comma: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Qui andrebbe ricordato che proprio all’interno della Democrazia cristiana si confrontarono due anime, quella dossettiana, che vedeva nella Costituzione non uno strumento con il quale porre un limite al potere, bensì un piano di ingegneria sociale, e quella di Alcide De Gasperi (e invero di don Luigi Sturzo), per il quale nessun principio guida per la politica è migliore del noto aforisma di lord Acton: «Il potere tende a corrompere, il potere assoluto corrompe in modo assoluto».

Con il Trattato di Roma del 1957 e quello di Maastricht del 1992, l’Italia ha fatto propria la prospettiva dell’economia sociale di mercato, in forza della quale si assume il carattere funzionale dello Stato alla costruzione dell’ordine sociale e non finalistico, in nome di un tanto meritorio quanto indefinibile concetto di 'utilità sociale'. In sintonia con i principi di sussidiarietà e di poliarchia, in materia economica, alla Stato spetterebbe il compito – non esclusivo – di stabilire le regole che consentano all’autonoma e creativa capacità delle singole persone e delle comunità di contribuire al perseguimento del bene comune. Un bene comune che consta di una pluralità di condizioni (beni), per i quali è necessaria una pluralità di istituzioni: è anche questo un modo per concretizzare l’invito del pontefice a guardare la politica come «la via istituzionale della Carità», avendo a cuore i principi di sussidiarietà e di poliarchia.

Per questa ragione, come centro studi Tocqueville- Acton, abbiamo pensato di offrire un contributo alla riflessione, proponendo una revisione dell’articolo 41 che lasci intatti i primi due commi e sostituisca il terzo con altri due commi. Questi ultimi riprendono letteralmente parti degli articoli 81 e 82 del Trattato di Maastricht. L’articolo verrebbe così riformulato:

«L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge garantisce la tutela dei consumatori e la fornitura dei servizi di interesse generale in regime di libera concorrenza, sanzionando chiunque operi per impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza.

È incompatibile con il mercato in regime di libera concorrenza lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato nazionale o su una parte sostanziale di questo ».

Chi scrive, da anni sostiene l’opportunità di modificare l’articolo 41 , recependo i suddetti articoli del Trattato di Maastricht, ma altresì mette in guardia da coloro che presentano tale riforma come 'la frusta' che provocherà la ripresa economica. Non scherziamo! Si tratta di un chiaro 'articolo manifesto’, figlio di un’epoca e di una cultura politica. Una cultura politica alla quale va tutto il nostro rispetto, insieme alla stima nei confronti di uomini che eroicamente ci restituirono alla libertà e alla democrazia. Lo sbandieramento di una riforma costituzionale, in questa fase surreale della politica italiana, rischia di nascondere le ragione autentiche di una riforma auspicabile, offuscando le ragioni che spinsero Sturzo a lottare una vita intera per un mercato disciplinato – e per questo più libero e aperto – contro le «tre male bestie della democrazia»: «Partitocrazia, statalismo, abuso del denaro pubblico».

Vai al dossier: Costituzione: Articolo 41