Lavoro

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Il futuro del Lavoro e dello Stato Sociale a Bologna

Bologna

Venerdì 8 Aprile 2011 - ore 18:00

Auditorium del Villaggio del Fanciullo

via Scipione Dal Ferro n, 4

 

Incontro con:

  • ALESSANDRO ALBERANI - Segretario Generale CISL Bologna
  • DANILO GRUPPI- Segretario Generale Cgil Bologna

Modera:

  • Paolo Natali - circolo Acli Giovanni XXIII

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Scarica il volantino dell'iniziativa.

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RIABILITARE LA FATICA

IL RUOLO DEL LAVORO MANUALE

Giorgio Campanini
20 Gennaio 2011

 

Nel fiume di commenti al caso Fiat, un tema è rimasto quasi del tutto in om­bra e merita invece di essere posto all’atten­zione dell’opinione pubblica. Al di là delle ra­gioni, anche degne di considerazione, che hanno determinato la «svolta» (prima fra tut­te la preoccupazione di reggere la concor­renza straniera), non vi è dubbio che l’esito finale della vicenda, soprattutto in termini di immagine, sia una ulteriore sottovalutazio­ne del lavoro manuale. Esso sarà – sembra – meglio pagato, ma sarà più condizionato dall’impresa, più duro, più stressante. Qua­le sarà l’attrazione che in futuro – per una sor­ta di effetto a cascata che sarebbe responsa­bile valutare – il lavoro in fabbrica eserciterà sui nostri giovani?
È ben noto il paradosso italiano: la disoccu­pazione giovanile coesiste, ormai da decen­ni, con mancanza di mano d’opera in setto­ri- chiave dell’economia e in particolare nel­l’agricoltura, nei servizi di cura alla persona, nella pesca, e così via... Per fare solo un e­sempio, se gli italiani e le italiane volessero dedicarsi al lavoro di cura (e diventare, per intenderci, 'badanti') gran parte della di­soccupazione giovanile verrebbe meno. Ec­co dunque il problema che sta dietro il refe­rendum di Mirafiori: vi è ancora posto, in I­talia, per un lavoro industriale capace di in­contrare le aspettative dei giovani? O corria­mo il rischio che le fabbriche di domani di­ventino quello che sono diventati non pochi alberghi di oggi (direttore, personale di fascia alta, cuochi italiani e camerieri, facchini, por­tieri, ecc. extracomunitari o comunque stra­nieri?). Non è un caso che siano apprezzate e ricercate 'professioni' ritenute (spesso a torto) meno faticose e meno impegnative?
Todos Caballeros ?

È, questo, il 'caso serio' di una disoccupa­zione che risulterà endemica se non si veri­ficherà un cambio di mentalità, se non si ri­valuterà il lavoro manuale, se non ci si edu­cherà alla fatica e al sudore: ovviamente sfi­dando la più radicale impopolarità e meri­tandosi l’accusa di bieco conservatorismo. Ma si ritiene davvero che si possa tornare ai livelli di crescita del passato e creare ai livel­li 'alti' della società posti di lavoro sufficienti per tutti gli italiani, continuando a usufrui­re, ai livelli bassi, dell’apporto degli stranie­ri?
Anche la comunità cristiana deve compie­re, al riguardo, un serio esame di coscienza. Su questo giornale qualche riflessione c’è già stata. Ma mi sembra che sia in gran parte ve­nuta meno l’attenzione al lavoro, in tutte le sue forme. L’importante, anche se non pri­va di incertezze, esperienza dei 'preti ope­rai' è ormai alle nostre spalle; i vertici eccle­siastici e anche quelli laicali (ivi compreso chi scrive, ammesso che appartenga a questa categoria) hanno nel loro passato, al più, e­sperienze brevi e saltuarie di lavoro manua­le e di 'sudore della fronte'. È dunque venuto il tempo, dopo quello della «riabilitazione dell’etica», anche della «riabilitazione della fatica». Senza ripetere l’elogio della mitica «impagliatrice di sedie» cara a Charles Péguy (tale infatti era sua madre…), preoccupata che quanto usciva dalle sue mani fosse bel­lo e ben fatto, occorre tornare a parlare di più del lavoro: di un lavoro svolto in libertà, degnamente retribuito, non supinamente subìto (che ne è della 'partecipazione' o­peraia?), svolto nella consapevolezza di co­struire in qualche modo, con le proprie ma­ni, il Regno che viene. Se non subentrerà questa nuova consapevolezza, non resterà che assistere sbigottiti alle migliaia di domande per un posto di usciere mi­nisteriale e alla malin­conica chiusura di stalle per le quali non si trova più nes­suno disposto ad al­zarsi all’alba.

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Gli accordi proposti dalla FIAT ai lavoratori ...

30 Dicembre 2010

La questione aperta dagli accordi proposti dalla FIAT per gli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori appare d’importanza cruciale e deve essere analizzata con il massimo della razionalità e della ragionevolerzza…..

Sono profondamente mutate le condizioni della produzione e del mercato, l’utile dell’impresa non è più assicurato……

Ma tutto questo può, e in quale misura, cambiare i rapporti fra le organizzazioni dei lavoratori e l’impresa? Può indebolire il riconoscimento della rappresentanza dei lavoratori e il coinvolgimento  dei lavoratori nella individuazione e nella condivisione degli obiettivi dell’impresa? Su questo rapporto avremmo probabilmente dovuto fare passi avanti piuttosto che indietro…..

Il lavoro e i diritti del lavoratore devono essere sempre e comunque subordinati al fine primario dell’utile dell’impresa? La produzione e l’utile d’impresa dovrebbero essere intesi come un bene comune e il prezzo per conseguirli dovrebbe essere ripartito equamente senza alcuna imposizione…..Il lavoro è un diritto/dovere di ogni cittadino ed è alla base del riconoscimento del diritto di cittadinanza…..

Si tratta di una questione che interpella la sensibilità dei cristiani che dovrebbero sentirsi direttamente impegnati nella interpretazione e nell’analisi della situazione e nella ricerca di soluzioni adeguate…….

Pubblichiamo due documenti: un’analisi di Luigi Mariucci, giuslavorista, e un documento che sancisce la nascita di un’associazione a difesa dei diritti del lavoratore.

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Indignazione, Decisione, Associazione

30 Dicembre 2010

Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti

Abbiamo deciso di costituire un'associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione.

La prima ragione della nostra indignazione nasce dall'assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell'impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive.

La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l'essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell'ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l'esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.
L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.
Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria.

Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.
La precarizzazione, l'individualizzazione del rapporto di lavoro, l'aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell'ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto "collegato lavoro" approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l'affettività dei diritti stessi.

Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all'altezza della sfida?
Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.
Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un'associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un'azione adeguata con l'intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno.

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Mirafiori: un accordo a tre stadi e il suo tallone d’Achille


Luigi Mariucci

28 dicembre 2010

L’accordo di Mirafiori va osservato a tre livelli.

Il primo riguarda la disciplina delle condizioni di lavoro. Si tratta di una regolazione dura, tutta centrata sulla esigenza della massima utilizzazione degli impianti: le turnazioni mobili, la riduzione delle pause, lo straordinario comandato ecc. Qui la critica può essere più di tipo sostanziale che formale: c’è una idea della produttività tutta fondata sull’utilizzo intensivo della prestazione di lavoro. In tema si può segnalare un solo profilo di legittimità: l’ipotizzata estensione delle clausole anti-assenteismo, dirette a ridurre l’indennità economica di malattia, anche agli impiegati a cui una antica legge (la legge sull’impiego privato del 1924) assicura invece la retribuzione integrale a carico del datore di lavoro.

Il secondo livello riguarda il tema del diritto di sciopero. Qui sarebbe necessario che i contraenti chiarissero se la clausola sulla “responsabilità individuale” riguarda l’inadempimento di specifici obblighi previsti dal contratto (quale la prestazione di lavoro straordinario) o lo sciopero tout court. In questo secondo caso la clausola sarebbe illegittima, per violazione dell’art. 40 cost, dato che lo sciopero è considerato dalla migliore dottrina un “diritto individuale ad esercizio collettivo”, formula definita da Gino Giugni “un dogma fondato sulla ragione”, un diritto quindi che in alcun modo può essere monopolizzato da singole organizzazioni.

Il terzo livello riguarda il sistema delle relazioni industriali. Questa mi pare la parte più claudicante dell’ambizioso disegno. Infatti l’accordo Mirafiori  si presenta per un verso come un accordo aziendale, proponendosi quindi come modello di una aziendalizzazione dei rapporti contrattuali. “All’americana”, si dice. Trascurando il fatto che negli USA  il sistema è da sempre aziendalistico, fondato sul monopolio del sindacato aziendale che ottiene con referendum il riconoscimento di esclusivo agente negoziale, mentre in Italia e in Europa i sistemi contrattuali prevedono  sempre, in forme diverse, una cornice negoziale di tipo nazionale. Altre volte invece si invoca, altrettanto a sproposito, il modello tedesco dove la contrattazione aziendale non è mai esistita, i contratti collettivi sono regionali ma negoziati sotto la direzione di un unico sindacato nazionale, e i recenti accordi aziendali di tipo adattivo sono negoziati all’interno di un sistema di relazioni industriali  coeso sul piano nazionale e nell’ambito di una disciplina della cogestione introdotta mezzo secolo fa. Per la quale nelle società per azioni i sindacati hanno una rappresentanza paritaria nei consigli di sorveglianza e nelle aziende i lavoratori eleggono consigli aziendali investiti di molteplici compiti, tra cui si segnala quello di autorizzare i licenziamenti individuali. Al tempo stesso l’accordo Mirafiori ipotizza la stipula di un futuro “contratto dell’auto”, da applicarsi a tutte le imprese dell’indotto: questo sarebbe allora un nuovo contratto nazionale di settore. Si tratta evidentemente di due prospettive diverse.

Infine la questione più rilevante dal punto di vista sistemico riguarda la rappresentanza sindacale e i diritti sindacali. Secondo l’accordo Mirafiori non esiste più una rappresentanza sindacale unitaria elettiva. I diritti sindacali vengono usufruiti dai sindacati firmatari in termini paritari, a prescindere dalla rappresentatività effettiva. Questo è l’aspetto più inquietante dell’accordo. A Mirafiori non ci saranno più rappresentanze elette dai lavoratori ma cinque r.s.a. di Fim, Uilm, Fismac, Ugl e associazione dei quadri Fiat, nominate dagli stessi sindacati firmatari dell’accordo, le quali godranno paritariamente dei diritti sindacali in termini di permessi, agibilità in azienda ecc. La Fiom resterà fuori e diventerà una organizzazione sindacale extra legem, non riconosciuta e non titolare di alcun diritto sindacale. Tutto questo è  legittimo rispetto alla dizione letterale dell’art.19 dello Statuto dei lavoratori, come modificato da un demenziale referendum promosso nel 1994, naturalmente “da sinistra”, con l’idea di allargare il campo di applicazione dei diritti sindacali. Si realizza la classica eterogenesi dei fini, segnalata a suo tempo tra gli altri da chi scrive. L’esito consiste in uno straordinario paradosso: in base all’art.19 dello Statuto hanno diritto a costituire proprie rappresentanze i sindacati firmatari di contratti collettivi applicati nei luoghi di lavoro; poiché i contratti collettivi si firmano in due ne consegue che sono le imprese a decidere, ammettendoli alla contrattazione, chi sono i sindacati titolari del diritto a costituire proprie rappresentanze in azienda. Poiché la Fiom non ha sottoscritto il contratto ne consegue che la Fiom è esclusa dall’esercizio dei diritti sindacali in azienda. Mentre di tali diritti godono pienamente la UGL, erede della ex-Cisnal sindacato a suo tempo collegato al nostalgismo fascista, e la Fismic  derivazione dell’ex sindacato aziendale “giallo” del Sida. C’è di che rievocare la disposizione di cui all’art.17 dello Statuto dei lavoratori, dove si dice che “è fatto divieto ai datori di lavoro di costituire o sostenere , con mezzi finanziari o altrimenti, associazioni sindacali di lavoratori”. C’è soprattutto da chiedersi per quale conseguenza di errori la Fiom sia riuscita a farsi incastrare in questo modo e a mettersi in un angolo dal quale non potrà uscire se non impegnandosi in uno sforzo propositivo e rinunciando all’idea che la proclamazione di un ennesimo “sciopero generale” sia la formula risolutiva, specie considerando il dubbio successo del  ricorso ai rapporti di forza nelle condizioni date.

Ciò non toglie che l’esito appena descritto sia non solo paradossale ma in sé irrazionale, e al fondo illegittimo, per il contrasto con i principi di fondo sanciti dalla costituzione, all’art. 39,  in riferimento sia al primo comma, relativo alla garanzia della libertà e del pluralismo sindacale, sia al secondo comma, che sancisce un meccanismo comunque proporzionale di verifica della rappresentatività sindacale. Perciò l’operazione Mirafiori non funzionerà. Per molti motivi, ma specialmente perché il suo effetto sistemico sarebbe devastante: l’anarchia delle relazioni contrattuali, la riduzione dei rapporti di lavoro a puri rapporti di forza. Qui vedo il vero tallone d’Achille dell’accordo Mirafiori. Anche perchè in quell’accordo c’è una clausola secondo cui i lavoratori verranno trasferiti alla nuova joint venture mediante licenziamenti e riassunzione, escludendo la disciplina dell’art. 2112 del codice civile sul trasferimento d’azienda. Ma chi ha mai detto che quella disciplina, per di più di derivazione comunitaria, sia derogabile a piacimento?

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“UN SILENZIO ASSORDANTE”

 Associazione Carta ‘48

I recenti dati sulla occupazione nel nostro paese registrano nel 2009 una perdita di circa 400.000 posti di lavoro con un decremento rispetto all’anno precedente, circostanza mai verificatasi dal 1995. A tale notizia è stato riservato dalla stampa il relativo spazio ma certo con minor risalto rispetto alle solite diatribe tra le forze politiche, alla cronaca nera o rosa od altro.

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Caserta 29 aprile 2010