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Aprire il Paese ad un futuro di speranza

Dichiarazione di Agire Politicamente in vista delle elezioni del 4 Marzo

Roma, 14 febbraio 2018

Il Coordinatore nazionale

Analogo articolo è stato indirizzato al quotidiano Avvenire

1.    Nel messaggio di fine anno, il presidente della Repubblica, con felice immagine, ha detto che “le elezioni aprono, come sempre, una pagina bianca”, che tutti siamo chiamati a scrivere, possibilmente in bella copia: la società civile, ancor prima dei partiti e dello stesso Parlamento da eleggere. E’ una scrittura faticosa, incerta, svogliata e perfino negata, anche perché, come ha rilevato il presidente della Cei nella prolusione al Consiglio permanente del 22 gennaio scorso, “il nostro Paese sembra segnato da un clima di ‘rancore sociale’, alimentato da una complessa congiuntura economica, da una diffusa precarietà lavorativa e dall’emergere di paure collettive”.

2.    Intanto, in queste settimane, l’associazionismo cattolico ha voluto dare voce alle ansie e alle speranze della nostra gente (il “popolo”, tanto caro all’ermeneutica teologica e al cuore paterno di Francesco), con una serie di iniziative e documenti, che interpellano la volontà politica dei candidati e dei partiti. Tra questi, segnaliamo l’appello del Consiglio nazionale di Pax Christi, per fermare la produzione e il commercio delle armi; l’Agenda migrazioni, elaborata dalle principali associazioni ecclesiali cattoliche e presentata a Roma l’8 febbraio scorso; il trentottesimo convegno dell’Istituto Bachelet, sulla buona politica; il documento elettorale della rete di associazioni cattolico-democratiche C3dem, Partecipare al voto, guardando ai valori della Costituzione, del 10 scorso.

3.    L’associazione Agire politicamente, che ha condiviso o sottoscritto tali proposte e attese, intende formulare, con questa nota, una più esplicita declinazione politica dei principi e dei valori che, in genere, guidano la prassi associativa del mondo cattolico, consapevole del pluralismo politico dei cattolici ma anche responsabile delle proprie ragioni fondative e delle opzioni, inevitabilmente “di parte”, espresse in passato e che ora, sia pure con accresciuta trepidazione ma con più convinta  determinazione, riafferma. Del resto, partecipare vuol dire prender parte, essere di parte e recare la propria parte nella plurale, laboriosa combinazione del tutto, pur non identificandosi con alcun partito!

4.    Agire politicamente, sin dagli inizi, ha considerato la nascita del Partito democratico fattore di novità nella storia dei partiti politici, occasione di rinnovamento della politica italiana, opportunità storica per il movimento politico dei cattolici. Ci sembrò, infatti, decisamente inedita e significativamente innovativa la confluenza, in un progetto unitario, delle tre grandi culture che hanno elaborato la nostra Carta costituzionale: il personalismo comunitario del cattolicesimo democratico, l’umanesimo operaistico della tradizione socialcomunista, la concezione liberale dei diritti individuali.

5.    Oggi, a dieci anni dall’atto fondativo del partito, constatiamo con disappunto che tale progetto, implicativo di una identità plurale e di una gestione collegiale, non è stato sviluppato. E’ prevalsa una conduzione monocratica secondo una gestione elitaria del partito, che ha finito per accentuarne l’autoreferenzialità, in un processo già avviato e pervasivo di altre formazioni, di verticalizzazione della politica, pur nella sua condizione di debolezza e di ostaggio dell’economia e della finanza.

A torto o a ragione, questa deriva viene addebitata a Renzi, che del partito è il segretario, tanto che si è sedimentato, nell’immaginario politico di molti, un grumo di antirenzismo, che non basterà la campagna elettorale a sciogliere, anche perché alimentato dal risentimento della pattuglia scissionista che, con la denominazione di Liberi e Uguali, volendo colpire Renzi, fa campagna elettorale contro il Pd, come se i veri nemici della libertà e dell’uguaglianza non siano altrove!

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6.    Noi riteniamo che un sereno confronto e una analisi più attenta possano individuare una serie di concause, prossime e remote, interne ed esterne, che il partito stesso dovrebbe riconoscere, attingendo al potenziale di attualità del progetto originario, per segnare una ripartenza e un nuovo inizio.

A questa ripartenza, che dovrebbe entrare nel programma del partito e, in nome della quale, chiedere il consenso dell’elettorato, torniamo a guardare con trepida speranza. E’ anche questa la condizione perché il cattolicesimo democratico, componente strutturale del progetto originario, continui a considerare il Partito democratico quale luogo privilegiato di espressione e di sviluppo della propria cultura politica. Ma vorremmo anche che non si sentisse a disagio, più che ignorato, in un partito divenuto altro e geneticamente mutato rispetto alla vocazione originaria.

7.    La constatazione di tali limiti, dei tanti errori e delle non poche inadempienze non possono, tuttavia, sottrarci al dovere di esprimere un sostanziale apprezzamento per l’azione di governo, condotta prima da Renzi e poi da Gentiloni, secondo un programma centrato sulle linee del Partito democratico. Di questa azione, noi auspichiamo la continuità ma anche una più decisa destinazione sociale, soprattutto a sostegno delle accresciute fragilità del nostro Paese, ansioso di aprirsi ad un futuro di speranza.

Il Partito democratico sta presentando un programma in cento punti, forse troppi e, comunque, bisognosi di una disposizione gerarchica, da inserire in un progetto di costruzione della democrazia sociale, nella quale l’adempimento dei doveri di uguaglianza diventi condizione di esercizio dei diritti di libertà e, perciò, trovino attenzione prioritaria le due più urgenti questioni sociali, oggi soffocate dal prevalere del modello mercantile della società: il diritto al lavoro e il dovere di accoglienza degli immigrati.

8.    La qualità sociale della democrazia e il paradigma interpretativo e applicativo dei doveri di uguaglianza risultano dalla centralità del lavoro, strumento primario di inclusione sociale. E ben ha fatto il Pd a porlo tra le priorità del suo programma, ma non escluda una revisione migliorativa del Jobs act, da inserire in una riforma complessiva del mercato del lavoro e delle prestazioni professionali. Da questa prospettiva, va misurato il carico dei bisogni per l’accresciuto disagio sociale e riscritta l’agenda delle politiche per le nuove generazioni (Neet, obbligo formativo, alternanza scuola-lavoro, diritto allo studio…).

Infine, mentre riconosciamo che il Pd si è distinto rispetto ad altre forze politiche, per le misure umanitarie adottare nell’emergenza migratoria, elevando l’Italia a modello di esemplare solidarietà per un’Europa indifferente e perfino ostile, non possiamo non manifestare la nostra viva preoccupazione per la svolta restrittiva voluta dal governo Gentiloni. Il paradosso di queste misure è che, mentre nel 2017 gli sbarchi sono calati di un terzo (a quale prezzo umano!) rispetto all’anno precedente, è cresciuta l’ostilità della gente verso gli stranieri.

Nel messaggio per la 51.a Giornata mondiale della pace, dedicato ai migranti e rifugiati, papa Francesco propone “quattro pietre miliari per l’azione”: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Non possono non essere i quattro passaggi obbligati di una rinnovata politica dell’accoglienza, ispirata ai doveri di uguaglianza e di solidarietà.

 

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