Franceschini, tutor di Di Maio?

Lino Prenna

9 Settembre 2019

E' una buona notizia che Dario Franceschini e Luigi Di Maio, capidelegazione al Governo, rispettivamente del Pd e del M5s, si siano impegnati ad una periodica, reciproca frequentazione: una sorta di bilaterale nostrana che, data la diversa levatura dei due, potrebbe configurarsi come tutorato del primo sul secondo.

Sì, perché Di Maio, parcheggiato alla Farnesina, dove farebbe meno danni (ma quale immagine dell'Italia!), va seguito, orientato, controllato ma, soprattutto, convertito al senso delle istituzioni e alla democrazia rappresentativa. Nel governo gialloverde, con cui quello giallorosso ritiene sia in continuità, il ministro incaricato dei rapporti con il Parlamento aveva anche la delega alla democrazia diretta. Era quel Fraccaro, che il capo dei grillini ha imposto ora come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, minacciando altrimenti di far saltare tutto, a poche ore dall'appuntamento di Conte con Mattarella.

Che la democrazia diretta (sia pure nella farsesca parodia della consultazione on line) venga ancora considerata fonte di legittimazione politica, lo dimostra il fatto che la trattativa avviata per la formazione del nuovo governo sia rimasta quasi sospesa “aspettando Rousseau”, come ha titolato Avvenire di martedì 3 settembre. Dunque, i parlamentari pentastellati, ai quali è delegata, secondo la Costituzione repubblicana, la rappresentanza del popolo grillino, contano meno o niente rispetto a qualche migliaio di like sulla piattaforma della Casaleggio Associati. Anche il presidente del Consiglio incaricato, con una caduta istituzionale, ha mostrato di accreditare tale procedura rivolgendo ai grillini un caloroso appello perché votassero si, quasi che la legittimazione al costituendo governo dovesse venire dal loro parere favorevole!

Quanto alla correttezza istituzionale, Di Maio dovrà imparare a distinguere il ruolo di ministro da quello di capo del suo Movimento e a non fare della Farnesina il luogo di riunione dei suoi ministri, come ha fatto ancor prima che il Governo si presentasse alle Camere per la fiducia.

E' una conversione istituzionale, quella che Franceschini dovrà operare. E, giacché c'è, da affermato romanziere, provi a migliorare la lingua italiana del ministro degli Esteri. Per l'inglese, speriamo che ci pensi la sua finanziaria di riferimento!


Testo presente anche sul Foglio periodico "Politicamente - Anno XIX Numero 3 Luglio-Settembre 2019"