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Un progetto partito per un progetto società

Agire Politicamente - Coordinamento di cattolici democratici

Il Coordinatore nazionale Lino Prenna

8 Luglio 2019

Se volessimo dare uno sguardo al dibattito interno, peraltro sempre più autorefenziale, del Partito Democratico, dovremmo constatare che non è cambiato niente rispetto al passato: cambiano i segretari ma non cambia il partito e permane la tendenza a dividere più che a condividere. E se volessimo chiedere che fine ha fatto il progetto originario, che portò a parlare di partito nuovo e non di un nuovo partito, dovremmo rispondere che questi anni sono stati impiegati a distruggerlo, ancor prima di tentarne la realizzazione!

La caduta del partito e la mancata realizzazione del progetto che lo ha costituito sono direttamente proporzionali. Eppure, quel progetto seppe suscitare molte attese e speranze, perché si presentava come fattore di novità nella storia dei partiti politici, occasione di rinnovamento della politica italiana, opportunità storica per il movimento politico dei cattolici. A molti, infatti, sembrò decisamente inedita e significativamente innovativa la confluenza in un progetto unitario delle tre grandi culture che hanno elaborato la nostra Carta costituzionale: il personalismo comunitario del cattolicesimo democratico, l’umanesimo della tradizione social comunista, la concezione liberale dei diritti individuali.

Più volte, negli anni scorsi, abbiamo parlato di “identità plurale”, per dire che le culture di provenienza si sarebbero impegnate, in condizione paritaria e non egemonica di una sulle altre, ad elaborare una sintesi di essenziale e condivisa unità e non a costituirsi in correnti o a rivendicare quote di appartenenza. Purtroppo, anche con la nuova segreteria, continua la prassi competitiva interna nella ricerca di posizionamenti utili. Se non ho contato male, si sarebbero formate, in queste ultime settimane, almeno otto correnti, con denominazioni ripetitive e puramente nominalistiche. Tale mappa si è costruita fuori e senza il progetto originario, nel quale evidentemente non credono i vari capicorrente. Eppure, nelle tre culture costitutive del progetto ci sarebbe spazio per sviluppare tutte le sensibilità, se sono queste a marcare le differenze interne. Per esempio, Carlo Calenda non ha bisogno di crearsi uno spazio a latere del partito per aggregare i liberaldemocratici, impropriamente chiamati moderati, perché nel progetto originario c’è la componente liberale, rappresentata all’inizio, da Valerio Zanone, già segretario e poi presidente del Partito Liberale Italiano. Devo ritenere che lo stesso Gentiloni appartenga, per formazione culturale, a questa componente e non avrebbe bisogno di mettersi in proprio con “riformdem”. Peraltro, l’attivazione di questa area doterebbe il partito di un centro che lo riporterebbe alla denominazione originaria di partito di centrosinistra, senza trattino. Ad ogni modo, il problema del Partito Democratico è la dirigenza ma anche il progetto: elaborarne uno, comunque, se quello originario non è ritenuto più praticabile.

Agire Politicamente, constatando con disappunto che il progetto originario non è stato sviluppato, anzi archiviato, ha chiesto più volte, almeno ad ogni cambio di segreteria, di “tornare alle origini”, non senza aver condotto una severa analisi sulla conduzione di questi anni. Lo chiediamo anche a Nicola Zingaretti, convinti che, proprio per la mancata realizzazione, il progetto conservi il suo potenziale di modernità e possa costituire il punto di ripartenza per un nuovo inizio, troppo frettolosamente enfatizzato dopo il piccolo passo avanti delle elezioni europee.

Dal progetto di partito può nascere un progetto di società, che impegni il Partito Democratico a liberarsi dall’ansia elettorale e ad aprire processi virtuosi di condotta sociale più che occupare spazi e posizioni di potere, giacché l’alternativa a Salvini, di cui parla il segretario, non è un problema di numeri ma di idee, di valori, di significati da declinare in un progetto capace di aprire il Paese ad un futuro di speranza.

Di fronte agli inquietanti scenari aperti dal radicalismo sovranista che mina i fondamenti stessi della convivenza sociale, il Partito Democratico sia il partito del presidio costituzionale e della cittadinanza democratica, aperto alla società civile per coglierne le ansie, i bisogni ma anche le attese e le speranze di futuro.

Nel contesto nazionale e internazionale, segnato da profonde ferite dell’umano, si tratta di progettare un nuovo umanesimo politico per una democrazia compiuta che, ai diritti di libertà e ai doveri di uguaglianza, aggiunga i sentimenti di fratellanza universale. “Dobbiamo riconoscere – ha scritto papa Francesco nella Lettera al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Humana communnitas – che la fraternità rimane la promessa mancata della modernità” (n.13).

Strumenti di elaborazione di tale nuovo umanesimo siano l’economia e l’ecologia, discipline pratiche che, nella loro comune etimologia, evocano le regole della casa e chiedono alla politica di ripensarsi come attività di cura della casa comune.


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