Democrazia e Istituzioni

Il discorso all'Università del Cairo

Barack Obama

4 Giugno 2009

SONO onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città eterna, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso. Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum. ...

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Il Partito Democratico: Dopo la débâcle del PD

Paolo Corsini

Giugno 2009

Si discute molto della dèbacle elettorale del Partito Democratico, una sconfitta che, per limitarci al Nord del Paese, assume le sembianze di una alluvione subita. Al di là di cifre, di dati statistici che meglio potranno essere approfonditi dopo il 21 giugno, a ballottaggi effettuati, resta la necessità di una disamina radicale, né consolatoria - il mancato plebiscito a favore di Berlusconi -, né autoassolutoria - i tempi fisiologici di affermazione di un partito recentemente costituito. Conviene, dunque, guardare al di là della congiuntura e fissare l’attenzione su processi di più lunga durata, al fine di cogliere le ragioni di un esito che, se consente al PD di evitare la dissoluzione, e con essa la fine di un progetto, non garantisce certamente prospettive rassicuranti. Anzitutto il partito di Veltroni prima, di Franceschini oggi, non è ancora riuscito ad inverare l’aggettivo “democratico” in modo da autenticarlo, da sostantivarlo. Eppure la sua costituzione, come a fortiori dimostra il pesante arretramento

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COCKTAIL D’ESTATE

Vincenzo Ortolina

24 Luglio 2010

Chissà se anche Casini, e lo stesso De Mita, ritengono Berlusconi, al pari dell’attuale presidente della Provincia di Milano (“suo dipendente”, ha insinuato perfidamente ma comprensibilmente Filippo Penati), che lo ha recentemente premiato con questa motivazione, uno “statista di rara capacità, che conduce con responsabilità e lucida consapevolezza il paese verso un futuro di uomini e donne liberi che compongono una società solidale fondata su amore, tolleranza e rispetto per la vita”. Certo, sorprende che, oltre al segretario centrista, che poi ha corretto il tiro, persino il sopra citato ”intellettuale della Magna Grecia” (che a suo tempo era uno dei capi più espressivi di noi che militavamo nella “sinistra di base” della DC, ma che ultimamente, a sorpresa -oppure no?-, si è avvicinato al centrodestra), non escluda che possa essere lo stesso premier in carica a presiedere, in questo nostro paese “che non pensa e che non cresce”, una sorta di governo “costituente”, di tregua e di riflessione. Non scherziamo! hanno subito risposto opportunamente ai centristi, e alle “colombe” del centrodestra, i nostri dirigenti nazionali. La Bindi, per parte sua, ha ulteriormente precisato: possiamo anche ipotizzare di non sottrarci alla responsabilità di un governo di salute pubblica, a patto che a presiederlo non sia nessuno dei responsabili del disastro che il paese sta registrando. A partire, è ovvio, dal “padrone”, pur un po’ in difficoltà, del PdL, e dal responsabile di questa “finanziaria”. La pregiudiziale nei confronti di Berlusconi in particolare non è superabile, dunque, e l’uscita di scena del premier è anzi un’esigenza prioritaria. Ciò, tanto più dopo l’acuirsi, quali che siano le responsabilità penali dei singoli (che pure credo saranno definitivamente accertate), di una nuova, imbarazzante “questione morale”, e la continua scoperta delle varie “cricche”, che non sono un’invenzione del “Corriere”, e che sfiorano i piani alti della “casa” delle libertà (o presunte tali). Certo, i “peccati” non sono necessariamente “reati”, e non bisogna confondere la moralità con il moralismo, come si dice, a difesa, nell’entourage del “Cavaliere”. Ma che il clima, in argomento, sia inquinato, chi può negarlo? Con buona pace di uno dei non pochi scudieri in gonnella del “premier”, quella Brambilla la “rossa” (per via dei capelli, ben s’intende) che, detto per inciso, non mi pare abbia aumentato il tasso di “qualità” della componente femminile che sta in politica. Costei, echeggiando il capo, di cui subisce evidentemente il “fascino”, ha affermato con sicumera, ignorando Napolitano, che sono tutte montature che verranno smentite dai fatti, sono menzogne e calunnie. Che nel suo partito “non c’è nulla da mettere a posto”, e che sono semplicemente in atto, dunque, “oscure manovre” per infangare complessivamente la “creatura” (il termine è mio) di Berlusconi. Il quale però, ci ammonisce il quotidiano “Europa”, non ha alcuna intenzione di andarsene, perché non esiste una “divisibilità” del potere del capo, di questo capo, e dunque è impensabile un esecutivo, sostenuto dal PdL, che non abbia “Lui” alla guida. Il capo deve restare, e non soltanto in ragione delle sue pendenze con la giustizia, il cui iter riprenderebbe una volta fuori dall’area di governo. Il presidente del consiglio non lascia, dunque, a meno che Fini, culturalmente ormai fuori dal recinto PdL, non decida (ipotesi da non escludere) di rompere definitivamente. A che valgono, allora, i moniti del degnissimo Presidente della Repubblica, che insiste per uno sforzo congiunto di “coesione nazionale”, e auspica ogni giorno che maggioranza e opposizione raggiungano le necessarie intese per realizzare quelle riforme che tutti dicono indispensabili? Ma questo è giusto il punto. “Unto del Signore” imperante, io non credo siano possibili accordi sulle “riforme”. La prima dovrebbe riguardare la definitiva soluzione dell’enorme “conflitto d’interessi”. E quando mai l’uomo di Arcore acconsentirà? Sulla giustizia, la sua preoccupazione prima non è tanto quella di renderla più efficiente, ma di assoggettare la magistratura (che pure ha delle colpe, non v’è dubbio) ai voleri dell’esecutivo. La “costituzionalizzazione” del “lodo Alfano” è inaccettabile. Personalmente, spero che vadano fino in fondo, senza il nostro aiuto, ovviamente, e che, dopo, il PD cavalchi il referendum abrogativo. Quella sì, sarebbe un’occasione clamorosa per liberarci definitivamente del “sultano”! Quanto alle riforme sociali ed economiche, che cosa ci possiamo aspettare da questi “Robin Hood alla rovescia”? Un governo presieduto da Berlusconi può essere realmente “nemico” degli evasori fiscali? Può essere capace di “disturbare” le ricchezze sfacciate e le rendite? Sui problemi del lavoro, la debolezza di Sacconi, a riguardo della questione “Fiat”, è apparsa evidente. E che dire, poi, della logica un po’ aberrante, in un paese quale il nostro (come si è visto), dei commissari straordinari alle opere pubbliche? Circa, infine, gli indispensabili cambiamenti istituzionali, questa maggioranza, che oltretutto ha ripetutamente affermato di voler mantenere l’attuale legge elettorale nazionale, avrà davvero il proposito di procedere alla riduzione del numero dei parlamentari, al superamento del bicameralismo “perfetto”, a trovare una soluzione seria della questione delle incompatibilità e ineleggibilità? Ne dubito. Intanto, stanno provvedendo a comprimere il ruolo degli Enti locali, a ridimensionarne le funzioni e il sistema di rappresentanza, e a tentare di azzerare ogni forma di ampliamento della partecipazione e del controllo da parte dei cittadini. Il tutto, al fine sostanziale di ridurre il perimetro dell’intervento pubblico. Così, come ha bene scritto un “esperto” sul già citato giornale Europa, anziché avere una vera “Carta delle autonomie” quale strumento di valorizzazione delle istituzioni locali, rischiamo di ottenere una sorta di decalogo per il rilancio del centralismo statale e regionale. E’ indubbiamente sorprendente che, in una simile situazione, a fronte, cioè, di una crescente sfiducia nel governo, l’opposizione, e il partito democratico in particolare, continuino a rimanere al palo nei sondaggi. E’ vero che i “grandi opinionisti” sedicenti moderati non ci aiutano, in argomento, evidenziando soprattutto i dissapori e i distinguo all’interno della sua classe dirigente, e minimizzandone invece gli interventi positivi, che non sono pochi. Resta il fatto che la voce “democratica” è tuttora troppo flebile. Il PD non ha una precisa linea comunicativa, e non fa breccia nell’immaginario collettivo. Non mi pare serva, allo scopo, litigare sui termini ”amici” e “compagni” (a me stanno bene i due insieme) ed evocare, come taluno dei “nostri” pure fa, ipotesi di “terzi poli”, che sanciscano il fallimento del bipolarismo. Al riguardo, mi sembra, infatti, irrealistico immaginare che Casini più Pezzotta più Rutelli (il quale ultimo accusa ingiustamente il centrosinistra, appena uscitone, di anteporre il pubblico impiego e i pensionati a tutto il resto, e, per i miei gusti, dialoga un po’ troppo col suo ex compagno radicale Quagliariello, uno di tanti cortigiani sedotti dal “carisma” del premier) possano diventare una forza davvero importante al punto da scompaginare i due poli attuali. Che riescano a fondare il partito che rappresenta finalmente e stabilmente al meglio il “centro”. Certo, l’aggiunta di Fini peserebbe, e non poco, ma a quel punto vorrei capire l’identità della nuova formazione: partito della “Nazione”, nientemeno? Cioè? In sostanza, a me l’idea di questo “terzo polo” (un’operazione che potrebbe significare, è stato argutamente detto, “mettere cipria sulle chiazze rosse”) rimane nebulosa e indefinita. In relazione, poi, al “disagio” dei cattolici che stanno con i “democratici”, condivido ciò che ha detto Angelo Bertani: se il problema è il “laicismo”, questo pervade, ormai, molti partiti, anche a destra (compresi quelli benedetti dagli “atei devoti”), e l’intera società. La difesa dei “valori” che attengono alla sfera etico-morale rappresenta un impegno ineludibile per i cristiani, i quali però non possono che contrastare anche il “clericalismo” e l’“affarismo”. Con i “compagni” del partito, in ogni caso, è evidente che condividiamo l’idea, pur declinata secondo la necessità dei tempi moderni, del “bene comune”, dell’eguaglianza (che non è egualitarismo), dell’onestà, della fratellanza, del servizio a favore dei più svantaggiati. Questo, a me basta, per ora. Certo, il partito di Bersani ha l’esigenza di rilanciare la propria immagine e accentuare il suo profilo “plurale”, mettendo a maggior agio quanti non si sentono ancora del tutto a casa propria. Non deve essere la semplice continuazione del PC – PDS – DS, e neppure il nuovo partito “socialdemocratico” italiano (aggettivo che non mi scandalizza, peraltro), pena la sua definitiva rovina. Quanto all’attivismo “organizzativo”, e non solo, degli ex democratici di sinistra, mi pare che, in realtà, con la stessa battaglia per l’elezione del segretario nazionale, che ha visto ex DC ed ex PCI (consentitemi le definizioni) dividersi liberamente tra Bersani, Franceschini, e Marino, un bel po’ di “melting pot” sia avvenuto, via! Indubbiamente, e mi appresto a chiudere, sullo stesso tema delle alleanze future, e del leader da proporre per il governo, in questa fase che potrebbe riservare sorprese, i ragionamenti in casa democratica non sono ancora per nulla maturi. Personalmente non credo nel “Messia” Vendola, che pure mi è simpatico, e la cui vivacità è comunque da apprezzare, ma che, facendo per esempio l’errore di equiparare l’“eroe” Giuliani agli eroi Borsellino e Falcone, si dimostra inadatto a rappresentare la sensibilità media della coalizione. Non credo, sulle alleanze, che noi si possa (o si debba) rompere con Di Pietro, regalandogli una fetta significativa degli antiberlusconiani più sensibili alla questione “legalità”. Non credo, altresì, che potremo fare a meno di ricollegarci con la parte “ragionevole” della sinistra-sinistra. Corriamo il rischio di riavere una coalizione che comprende tutto e il suo contrario? Ma qual è l’alternativa reale? Quanto all’UDC, o al “partito che verrà”, si tratterà di capirne le intenzioni, dato che non potrà vivere “in solitudine”. Certo, difficile immaginare un Rutelli, pur con le sue ambiguità, che va a sostenere, in qualche misura, la destra. La prospettiva, per il PD, è dunque ancora incerta e confusa. Bisogna, però, parlarne presto e a fondo, in vista del 2013 ma, assai probabilmente (e sperabilmente), di una scadenza più ravvicinata.

Berlinguer “profeta disarmato”

Paolo Corsini

Giugno 2009

Concludendo la biografia dedicata ad Enrico Berlinguer (Roma, Carocci, 2006), il primo convincente lavoro storiografico sullo scomparso leader del Pci, Francesco Barbagallo ha avuto modo di annotare come “per la seconda volta, in pochi anni la storia d’Italia cambia per la morte di un uomo: Moro prima, Berlinguer poi. Non possiamo sapere come sarebbe andata la storia d’Italia se fossero rimasti vivi, sappiamo come è andata dopo la loro morte”. Una constatazione amara ed un interrogativo che rimandano ad un ineludibile bilancio da condurre in sede politica, al di là di ogni tentazione nostalgica, oltre ogni rimozione e fuori da quell’attitudine elusiva, da quella propensione all’infingimento, che hanno fatto parlare taluni di “silenzio dei comunisti”, quasi che una parte rilevante della politica italiana non sia mai esistita. Un atteggiamento che fa da pendant alla damnatio memoriae, alla grande impostura che grava sugli anni della seconda repubblica, con un prima, demonizzato sino al ludibrio e un poi acriticamente esaltato. ...

 

Vedi articolo: Berlinguer “profeta disarmato”
(recensione della biografia di Enrico Berlinguer di Francesco Barbagallo)

Paolo Corsini

Saper servire l’unità

CELEBRARE I 150 ANNI DELL’ITALIA POLITICA, SENZA RETORICA E SENZA MIOPIE

di  Giorgio Campanini

Le celebrazioni dell’unità d’Italia, 150 anni dopo, appaiono inevitabilmente condizionate dalla retorica d’uso nei discorsi ufficiali. Potrebbero e dovrebbero tuttavia rappresentare un’occasione di riflessione sul passato, anche per trarne indicazioni circa il futuro. Un aspetto, in particolare, meriterebbe di essere maggiormente approfondito e sviluppato, anche perché concorrerebbe, riteniamo, a esorcizzare il rischio di una contrapposizione frontale fra 'laici' e 'cattolici' che una certa corrente di pensiero duramente anticlericale - fortemente minoritaria nella realtà sociale, ma fortemente presente nei mass-media - sta in ogni modo cercando di determinare, rispolverando l’ormai logoro bagaglio di un passato che si vorrebbe ormai morto.

Riflettere sul rapporto fra movimento risorgimentale e cattolici non significa riaprire antiche ferite ma contribuire a una più profonda comprensione della nostra storia. Vi furono, allora, due opposte miopie: quella di chi vedeva nel dominio temporale dei pontefici la condizione assolutamente necessaria per la stessa sopravvivenza di una Chiesa non sottomessa al potere politico; e quella di chi vedeva nella religione in generale e nel cristianesimo nella sua forma cattolica in particolare un ostacolo al progresso, alla modernizzazione del Paese, all’instaurazione di una società autenticamente liberale. Alla prima miopia devono essere fatte risalire ingiuste condanne, dolorose emarginazioni, persistenti diffidenze nei confronti della nuova Italia che il processo risorgimentale andava disegnando. Ma guasti non minori provenivano dalla seconda miopia - quella di pressoché tutta la classe dirigente del Risorgimento - che individuava come segnali di progresso l’espulsione delle monache dai conventi di clausura, l’incameramento di beni ecclesiastici trasferiti spesso per poche lire all’emergente borghesia, la proibizione di pressoché tutte le manifestazioni esteriori del culto, processioni comprese.

Occorre riconoscere che la prima miopia ha trovato, anche nella storiografia, uno spazio assai maggiore della seconda. Chi ancora oggi grida allo scandalo per l’otto per mille che lo Stato riconosce alla Chiesa cattolica - e in parte largamente maggioritaria concorre all’esercizio della carità e alla tutela del patrimonio ecclesiastico, spesso di alta qualità artistica, che non è della Chiesa, ma di tutti - mostra di avere (o finge di avere) una ben scarsa conoscenza della nostra storia.

Non è il caso, tuttavia, di rivangare antiche lacerazioni, bensì di prendere atto - proprio in occasione di questo cento cinquantenario - che la contrapposizione frontale non ha giovato a nessuno: né a una Chiesa allora prigioniera della sua intransigenza, né ad uno Stato tormentosamente privato del sostegno e dell’apporto dei cattolici. Chi, ancora oggi, opta per la contrapposizione frontale agisce, consapevolmente o meno, per l’in­de­bo­li­mento del Paese.

Ripercorrere la storia dei rapporti fra Chiesa e Stato in Italia rappresenta dunque una salutare immersione - al di là di ogni pregiudiziale ideologica - in una vicenda storica che pure dovrebbe insegnare qualche cosa e mettere in guardia contro la riproposizione di inutili lacerazioni. Ai cattolici il compito e la responsabilità di testimoniare un’esemplare forma di cittadinanza, a servizio di un Paese che, oggi e sempre, avrà bisogno di loro per beneficiare di quelle risorse etiche senza le quali la pura e semplice crescita del mitico 'Prodotto interno lordo' sarebbe non un arricchimento, ma un impoverimento.

da Avvenire 11 Giugno 2010