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Un percorso ragionato per un voto responsabile al referendum di autunno

Seminario estivo di Agire Politicamente 2016

Il contributo di Giancarla Codrignani (letto da Pier Giorgio Maiardi)

 

Giancarla Codrignani

 Laggio di Vigo di Cadore – 30 agosto 2016

Prima di tutto una premessa sulle trasformazioni del mondo è cambiato. Senza adeguamenti dobbiamo cogliere le occasioni per non abbandonare la globalizzazione alla finanza, e darle invece i connotati culturali che sembra non siamo ancora attrezzati a fornirle per reagire in senso positivo. Non si tratta di derogare ai principi: come raccomandava Giovanni XXIII alla chiesa, occorre leggere meglio (sia il Vangelo sia i segni dei tempi).

Una seconda premessa; trattando la nostra conversazione sulla riforma della Costituzione, vorrei escludere l'insensatezza di divisioni che rischiano di portare la gente al livello di una partita Milan/Inter: i referendum possono essere opportunità per una lezione di educazione civica collettiva. I Costituenti non avevano tutti le stesse idee, ma lavoravano insieme. Quindi, qui, io e Mimmo Gallo siamo a "difendere la Costituzione", a prescindere dai diversi convincimenti.

Fine delle premesse.

Si dice che "è in pericolo la democrazia". Vero. Ma non in Italia a causa di questa riforma. Purtroppo il momento storico segna un passaggio d'epoca che fa paura. Il lavoro non sarà mai più quello di prima: i motori li monta il robot e l'operaio dovrà farsi ingegnere per produrre e governare le nuove macchine; le biotecnologie pongono problemi che non si possono rinviare a quando saranno applicate (un articolo dell'Espresso di questa settimana ricorda che una cosa è avere inventato gli occhiali, un'altra le lenti a contatto, ben diversa sarà la retina bionica. Le donne si permettono di aggiungere che una cosa è conservare il materiale riproduttivo o produrre un embrione in provetta, un'altra arrivare all'utero artificiale e alla gravidanza extracorporea.) Nonostante la diminuzione dell'analfabetismo e la crescita delle lauree la gente reagisce alle conseguenze (immigrazioni, disoccupazione, crisi del sistema produttivo) con la paura, la frammentazione, la chiusura, l'antipolitica. La democrazia è certamente in crisi, ma ne è causa l'affermarsi dei nuovi nazionalismi, che predicano l'uscita dall'Europa e dall'euro a beneficio delle politiche conservatrici. Si tratta della responsabilità del voto, che è diritto/dovere di cittadinanza: non solo Mussolini e Hitler ma Erdogan è stato eletto a larga maggioranza. In Italia dopo i governi di Andreotti e Craxi (sotto i quali la riforma costituzionale fu avviata), Berlusconi (d'accordo con D'Alema all'inizio della terza bicamerale) e Monti o Letta (un altro che ha legato la sua responsabilità al varo della riforma). Gli ultimi governi proponevano più o meno la stessa riforma costituzionale che oggi è del governo Renzi, anche se la si vede contestata più delle precedenti.

Debbo dire: di Renzi mi importa poco, ma trovo giusta la sua decisione di chiudere una questione che ha impegnato il Parlamento per 33 anni (Renzi nel 1983 andava alle elementari), con 3 bicamerali ampiamente pubblicizzate e discusse.

Quindi due domande:

- il paese sa che si arrivò alla prima bicamerale nel 1983 perché ogni poco si andava ad elezioni anticipate (per chi ama i risparmi politici: pensiamo al costo)? Io sono stata eletta tre volte, ma non ho lavorato 15 anni, bensì 11. Essendo il quinquennio la procedura prevista, non è sano il paese che fa una norma della contraddizione.

- dove erano gli autorevoli contestatori che ora si oppongono alla chiusura del procedimento? In oltre trent'anni c'è stato tutto il tempo di produrre proposte; i giuristi nelle riviste specialistiche, i giornalisti con interviste e approfondimenti, i politici con iniziative "dal basso". Ricordo che nei Comitati Dossetti eravamo divisi - senza polemiche - tra chi pensava al "doppio turno alla francese" (oggi favorevoli al no) e chi optava per il sistema tedesco.

Forse era da gran tempo ora di decidere.

D'accordo per una manutenzione, non una manomissione della Costituzione uscita dalla Resistenza, "la più bella". Non mi sognerei certo di riformarne la prima parte, quella dei principi; ma, da cattolica che rispetta la laicità (parentesi: come è stato possibile che qualche cattolico abbia chiesto di schierarsi per il "no" in quanto cattolici?), se potessi, toglierei dall'art. 7 l'incardinamento del Concordato e, da femminista, sopprimerei l'art.37 che assegna solo alla donna "l'essenziale funzione familiare" (evidentemente tolta ai maschi da Padri costituenti ignari delle contestazioni delle donne settant'anni dopo).

Non parliamo neppure di riformare i principi della Costituzione repubblicana. Anche perché non sono ancora attuati e, possibilmente senza riguardi per peccati e omissioni del passato, c’è da credere che non sarà semplice pensarne una strategia attuativa in termini attuali.

Ma le cose non fatte pesano. Non va dimenticato che partiti, sindacati e cooperative sono menzionate in Costituzione come organi della partecipazione, ma non sono mai stati normati e obbligati alla trasparenza nelle gestioni. Evidentemente non conveniva alle demagogie dell'epoca come non convenne al Pci votare lo Statuto dei lavoratori e non astenersi per averlo ritenuto troppo riduttivo. Era l'epoca in cui i costi della politica era meglio tenerli "liberi" e portare i lavoratori in piazza contro i governi indotti a stampare carta moneta. Tempi non bellissimi, inesorabilmente lontani.

Oggi è urgente regolamentare le lobbies perché, nel dominio dell'antipolitica, ci potremmo trovare in Comuni, Regionale e Parlamento rappresentanti ben altrimenti "nominati". A Bologna il 5 % dei negozianti paga il pizzo.

Ho sempre odiato il Senato. Sarà stato così anche per i senatori nei confronti della Camera, suppongo. Comunque, troppe volte ho visto testi su cui si era raggiunto un'intesa decente, partire per l'altra Assemblea e tornare modificato dopo sei mesi in un pendolarismo senza tempo. Conservo l'indignazione sulla legge contro la violenza sessuale e lo stupro: 20 anni e 7 legislature!

Nel 2016, da ex-parlamentare che ha lavorato seriamente, pretendo che il legislatore sia produttivo nel fare il suo mestiere, cioè produrre leggi e delegificare.

"L'uomo solo al comando"? Il presidente del Consiglio resta costituzionalmente colui (o colei) che, in quanto capo dell'Esecutivo, dirige la politica generale e ne è il responsabile. Vero è che un'innovazione del 1993 ha dato alle elezioni amministrative un carattere nuovo; il sindaco viene eletto con il maggioritario, il ballottaggio e il premio di maggioranza (del 60%!!): non ci sono state conseguenze antidemocratiche. Il Pci/Pds ne fece l'esperimento per arrivare a quel governo a cui non aveva mai avuto accesso, pur avendo dato prova di democrazia. Fu così che, dopo Berlusconi, venne Prodi che, pur non provenendo dalla sinistra, realizzò l'alternativa che l'Italia non aveva mai avuto (un'anomalia nella politologia comparata).

Il Parlamento monocamerale, composto da ben 630 rappresentanti, eserciterà le sue funzioni: se l'elettore pensa alle responsabilità che ha nel mondo attuale e ai suoi interessi politici, voterà gente di governo e di opposizione che svolgeranno la dialettica che immaginiamo continuerà vivace anche dentro i banchi governativi: un Fassina ci sarà sempre. Anche un Verdini (come ci fu un Mastella) perché il voto prevede l'approvazione democratica con il 51% e quindi intese democratiche. Importante, invece, immaginare la riduzione se non la scomparsa di voti di fiducia, maxiemendamenti e decreti a catena. L'importante per la democrazia è, dunque, eleggere gente con la schiena dritta e disposta a studiare per consolidare i diritti (anche nuovi) e far avanzare con competenza processi innovativi.

Per finire qualche spicciolo schematico:

- La democrazia decade quando i meccanismi sono arrugginiti e lenti. E quando in 70 anni di repubblica si contano 63 governi.

- La legge elettorale è una legge. Non fa combinato disposto. Nemmeno le norme relative alla politica internazionale o all'immigrazione. O alle pretese delle donne.

- La sovranità appartiene al popolo. L'elettorato siamo noi: nel 1948 metà paese votò monarchia. A Bologna nelle ultime amministrative la Lega al ballottaggio con il sindaco PD ha riportato il 48 %. Nel 2001 abbiamo approvato (D'Alema number one) la riforma del Titolo V, la cui applicazione è stata disastrosa. Agli errori si rimedia in democrazia con i mezzi correttivi previsti.

- Leggo in positivo l'innovazione referendaria del 138 e delle leggi di iniziativa popolare

- La sinistra: vogliamo chiederci come mai, nonostante la fine del comunismo, nonostante un leader màximo come Berlinguer (odiato a suo tempo come oggi Renzi, si legga "Dimenticare Berlinguer" di Miriam Mafai), nonostante le innumerevoli modificazioni sistemiche, non si riesce ad aggiornarla concettualmente? Si è finiti a ritenere "di sinistra" M5S (contro Europa, euro, immigrati, donne, ebrei…) e la democrazia del web?

- Una cattiveria me la consento: come si fa a votare "no" insieme con Salvini e Brunetta?

 

 


Vedi Dossier: Referendum costituzionale

di Giancarla Codrignani, vedi anche: A PROPOSITO DELLE RIFORME Rocca, 15 gennaio 2016
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