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Il vero significato del no nell'analisi di Emanuele Severino

Le “riforme” come ipotesi, la costituzione come programma

 

Franco Astengo

da Fidest - 1 luglio 2016

Le pagine culturali del “Corriere della Sera” hanno ospitato nei giorni scorsi un saggio di Emanuele Severino sul tema delle riforme e del referendum costituzionale.

Il filosofo sostiene la tesi che, in un certo modo, il referendum d’autunno sarà misurato su di una “ipotesi”.

Il “sì” alla proposta del governo, già approvata dal Parlamento, conterebbe, infatti – principalmente – non tanto per l’approvazione immediata dei contenuti presenti nelle modifiche del testo del’ 48 quanto piuttosto una “propensione per il cambiamento della Costituzione”, ponendo questo cambiamento al di là del compromesso all’epoca raggiunto dai rappresentanti dei grandi filoni politico–culturali che avevano animato e realizzato la Resistenza al nazifascismo.

In realtà, attraverso la visione contenuta nel saggio di Severino, ci si starebbe muovendo verso un ineluttabile destino che accompagna il futuro delle democrazie: quello riguardante la previsione del dominio della tecnica economica sulla politica.

La meta sarebbe quella di raggiungere un equilibrio politico inserito nel quadro di questo vero e proprio spostamento nell’asse di riferimento dell’azione politica (che risulterebbe sottratta, nella sostanza, alla logica del misurarsi con la “fratture” sia sociali, sia relative all’identità statuale) .

Si tratterebbe, nella visione dei riformatori, di raggiungendo un nuovo equilibrio tale da non  permettere appunto alla tecnica economica di esercitare un primato assoluto.

Le convulsioni dell’oggi, in particolare con riferimento al mutamento di ruolo dello “Stato – nazione” e alle difficoltà di relazione tra i processi globali e la loro dimensione sovra nazionale, non sarebbero altro che la coda di un processo ineludibile, avendo già, scrive Severino: “ la stessa economia capitalistica istituito rapporti tali con l’apparato tecnico – scientifico, che fanno trasparire la destinazione al dominio da parte di quest’ultimo”.

Il livello di mediazione che le deformazioni costituzionali approvate in Italia potrebbe determinare sarebbe, alla fine, quello di rinchiudere le istituzioni in una sorta di gabbia.

L’intento sarebbe quello di preservarle dai sommovimenti dettati dalla fragilità dell’umore dei popoli (vedi Brexit).

Le forze politiche (come del resto scrive anche Maurizio Caprara sulle colonne dello stesso Corriere della Sera) si muoverebbero così in un orizzonte di esercizio del potere in senso tecnico, in parallelo con la oligarchia finanziaria.

La governance del futuro ricalcherebbe insomma più o meno il modello della Commissione Europea e della BCE: il nodo che si sta, in una qualche misura affrontando con le elezioni USA attraverso la proposta della candidatura democratica.

Il voto popolare servirebbe così soltanto per una verifica interna alle élite, al peso delle cordate che le compongono, della capacità dei leader di vendere illusioni al popolo: la codificazione insomma della “fine della storia” preconizzata al momento della caduta della logica dei blocchi e del “socialismo reale”.

La politica, come sostiene Severino, nella chiusa del suo testo intesa come capacità di coordinamento della tecnica del capitalismo finanziario.

Un tipo di lettura molto realistica questa contenuta nel saggio di Severino che disvela i contenuti veri presenti nell’indirizzo della logica di governo sostenuta dal blocco centrista che regge economia e stato in Italia.

Una situazione che dovrebbe far riflettere quanti sostengono il “NO” nel referendum dell’importanza della loro posizione oggettivamente posta ben oltre la semplice difesa dei principi contenuti nel dettato del ’48.

E’ evidente che, a questo punto, perdono di valore le diatribe sul bicameralismo più o meno paritario o più ridondante, sui poteri della Regioni e della Presidenza del Consiglio.

Risalta però, ancora una volta, in ogni caso il tema della legge elettorale che all’interno del quadro appena descritto  si trasforma ancor di più nell’atto di tipo plebiscitario di legittimazione del gruppo dirigente dominante.

Non si tratta quindi, all’interno dello scontro che si profila,  di difendere questo o quell’articolo, di considerare (come molti fanno) riduttivo il proclamare la semplice difesa dello status quo e di impostare una campagna per la piena attuazione, pensando anche in futuro a qualche altra modifica.

La Costituzione deve essere intesa, a questo punto, come “programma” esattamente nello stesso senso inteso dalle forze più importanti presenti nell’Assemblea eletta il 2 Giugno 1946: quelle forze che, fuori dalle diverse ideologie professate, esercitarono nel concreto un’azione di esercizio della rappresentatività politica in funzione di una dimensione (e di un’organizzazione) di massa.

Non debbono sussistere esitazioni su questo punto, o ritardi di natura tecnicistica o semplicemente legati alla convenienza politica legata alla prospettiva del dopo – voto (questo elemento sarà cavalcato già da tanti dei protagonisti negativi di questa vicenda).

La Costituzione come programma della democrazia repubblicana, con accenti di specificità nazionale intesa come spazio d’esercizio della sovranità popolare.

Accenti di specificità collocati in un quadro riferito al “vincolo esterno” di internazionalismo dei principi e dei valori.

La Costituzione intesa come alternativa allo scenario (terribile) del dominio intrecciato tra le diverse oligarchie tecnocratiche.

Una prospettiva agghiacciante che è possibile respingere attraverso l’espressione del NO intesa come passaggio per una fase diversa di concreta alternativa sulla base della cui prospettiva raccogliere forze per dotarle di una adeguata identità politica.

La Costituzione antifascista da difendere oggi nella consapevolezza  piena dello spirito del tempo.



Vedi Dossier: Referendum costituzionale

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