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La politica: professione come vocazione

Nel centenario della conferenza di Max Weber

17 Febbraio 2019

Lino Prenna

Articolo rilanciato da Avvenire il 23 Aprile 2019

Nel gennaio del 1919, mentre il prete siciliano Luigi Sturzo, con la nascita del Partito popolare, dotava la politica italiana di un potenziale etico di riscatto sociale, a Monaco di Baviera, il sociologo tedesco Max Weber, proponendo la politica quale professione e vocazione, ne definiva i criteri di eticità. Il 19 gennaio di quell’anno, in singolare coincidenza con l’Appello ai liberi e forti – significativa, certo, di comuni aspirazioni della nascente Europa democratica -, la Germania andava alle urne, dopo la caduta della monarchia e la proclamazione della repubblica nel novembre dell’anno precedente. Weber era stato tra i fondatori del partito democratico tedesco e aveva collaborato alla redazione della costituzione di Weimar.

Nell’ambito di un ciclo di incontri, organizzato dalla Libera lega studentesca, egli aveva tenuto nel novembre del 1917 una prima conferenza dal titolo Wissenschaft als Beruf e l’altra, nel gennaio del 1919, l’aveva dedicata alla Politik als Beruf. Tema comune alle due conferenze era il lavoro intellettuale (Geistige Arbeit als Beruf). Le edizioni italiane del titolo originale delle due conferenze hanno privilegiato la traduzione di Beruf in professione, ma dovremmo tradurre anche La scienza come vocazione e La politica come vocazione, non disponendo nella lingua italiana di una sola parola che racchiuda in sé le due accezioni semantiche.

Weber aveva già affrontato il tema della professione come vocazione nel saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, all’interno del rapporto tra forme economiche e contenuti religiosi. Secondo l’analisi del sociologo tedesco, viene dalla Riforma il contributo all’affermazione di una nuova valutazione del lavoro quotidiano, desunta dal ritrovato significato religioso del concetto di professione. Weber dimostra che il termine Beruf, nel suo significato di “compito assegnato da Dio”, trae origine della traduzione luterana della Bibbia. E, oltre al significato della parola, viene dalla Riforma, secondo Weber, l’idea di valutare l’adempimento del proprio dovere, nelle “professioni mondane”, come l’espressione più alta della vita etica. Perciò, l’adempimento dei propri doveri, quali essi risultano dalla singolare collocazione di ciascuno nel mondo, è l’esercizio di una specifica vocazione: compito assegnato da Dio e risposta alla sua chiamata, che impegna l’uomo a lavorare nel cantiere del mondo.

Weber riprenderà questa tematica nelle due conferenze tenute a Monaco. Nella seconda, dopo aver detto che la politica è un’attività direttiva, finalizzata ad influenzare la vita pubblica, attraverso l’esercizio legittimato del potere, il sociologo si sofferma a delineare il profilo del politico e si chiede quali debbano essere le doti che lo qualificano e per le quali può sperare di essere all’altezza del potere assunto. Si può dire – così risponde – che sono tre le qualità decisive per il politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Solleva, poi, la questione dei rapporti tra etica e politica e si domanda se davvero non abbiano nulla a che fare l’una con l’altra, come talvolta si afferma, oppure, al contrario, sia vero che la medesima etica valga per l’azione politica come per qualsiasi altra azione umana. Giunge, così, a proporre due modelli interpretativi e valutativi delle azioni eticamente orientate: secondo “l’etica della convinzione” o secondo “l’etica della responsabilità”. Chi agisce per sola convinzione assolve al dovere della verità e dell’osservanza integrale dei princìpi. Invece, agire seguendo l’etica della responsabilità implica la consapevolezza di dover rispondere delle prevedibili conseguenze delle proprie azioni.

Sono due comportamenti distinti, perché il primo si preoccupa esclusivamente di affermare i princìpi ideali, indipendentemente dalle condizioni storiche e dagli esiti finali. L’altro, invece, contestualizza le azioni e le finalizza, misurandone l’efficacia e l’effettiva incidenza. Dunque, se la politica è la capacità di influenzare la vita pubblica non può che seguire l’etica della responsabilità. Ma, anche se distinti e, nella prassi, talvolta contrapposti, i due modelli comportamentali sono integrativi l’uno dell’altro e non alternativi. È lo stesso Weber a sostenerlo: “Pertanto – così conclude – l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità non sono assolutamente atteggiamenti antitetici, ma complementari, che soltanto quando sono congiunti formano l’uomo vero, quello che può avere la vocazione alla politica”.

L’analisi dell’agire umano, ricondotto da Weber al duplice modello etico, suggerisce alcune considerazioni circa il duplice modo di orientare la politica: secondo l’affermazione dei valori o secondo le opportune mediazioni. Ci consente anche di affermare la democrazia rappresentativa come sistema delle mediazioni istituzionali e sociali, lontano dalle dannose velleità della sedicente democrazia diretta, cara ai populismi di varia estrazione. Intanto, possiamo dire che, se l’etica della convinzione porta all’assolutizzazione dei princìpi, l’etica della responsabilità, invece, cerca la mediazione dei princìpi nell’attualità del contesto politico. Giuseppe Lazzati notava già che gli equivoci nati sul termine mediazione lo rendono sospetto, pur non mancando motivi storici, culturali, etici e perfino teologici che ne legittimano la validità anche sul piano dell’agire politico. Infatti, mediare vuol dire coniugare, congiungere, collegare due ambiti ideali o reali, distinti o separati tra loro. Nel caso, si tratta di collegare l’ordine teorico dei princìpi all’ordine pratico delle azioni. Questo collegamento non è una meccanica trasposizione dell’uno nell’altro ma una operazione intermedia di declinazione, di traduzione, di applicazione, avvertita dei contesti storici e sociali, nonché consapevole degli esiti e delle conseguenze. Perciò, è un’operazione progettuale, che alla politica chiede di pensarsi e di proporsi come progetto.

La necessità di tale operazione è evidente se consideriamo che l’affermazione dei soli princìpi senza una responsabile trascrizione nella pratica risulterebbe ininfluente sull’agire politico, giacché la possibilità di influire sulla realtà nasce dalla opportuna elaborazione dei princìpi in strumenti operativi. Questa elaborazione è esercizio di prudenza, virtù del governo di sé e degli altri, da concepire aristotelicamente come equilibrio tra teoria e pratica.

In questo senso, l’etica non è solo l’insieme dei princìpi che regolano l’agire politico ma anche la stessa pratica politica, individuale e sociale, buona in quanto responsabilmente orientata. Tra l’ordine dei valori ideali e l’ordine della realtà empirica, vi è la stessa differenza che intercorre tra la teoria e la pratica, tra il momento conoscitivo e il momento operativo del bene. Sono due livelli che l’etica della responsabilità si incarica di coniugare, consapevole che la traduzione in comportamenti e strumenti virtuosi, pur condotta con paziente continuità, sarà sempre parziale e relativa rispetto alla assoluta totalità dei princìpi. “La politica – ci ricorda Max Weber – è un forte e lento trapanare di tavole dure con passione e misura nello stesso tempo. È senz’altro vero, e tutta l’esperienza storica lo conferma, che non si raggiungerebbe il possibile, se nel mondo non si tentasse sempre di nuovo l’impossibile”.

È questo il compito della politica, quale arte della mediazione: fare il possibile, perseguendo l’impossibile! In questa permanente e quasi conflittuale tensione, Pietro Scoppola ravvisava la passione per/della politica, intesa e vissuta “come valutazione del possibile e sofferenza per l’impossibile”.

 

 

Pedagogista, coordinatore nazionale di Agire Politicamente

 

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