Democrazia e Istituzioni

APPUNTI PER UNA RIFLESSIONE SULLA "IRRAGIONEVOLE DURATA" DEL PROCESSO PENALE

(con la cortese autorizzazione dell'Autore, pubblichiamo un contributo sulla "irragionevole durata" del processo penale, scritto per il sito www.unicost.it)

 Maurizio Millo[1]

1.- Si dice spesso che stiamo vivendo un momento storico molto confuso; ciò mi sembra particolarmente vero per il mondo del processo, sia civile, sia penale. Quest’ultimo specialmente appare affetto da malattia quasi incurabile: si accavallano gli interventi legislativi e giurisprudenziali e non si riesce più a riconoscere alcun quadro organico che consenta di dare senso compiuto ed intelligibile alle sue regole e di evitare che un numero crescente di procedimenti si arenino lungo la strada per motivi che contraddicono qualsiasi buon senso.
Posta questa preoccupata premessa, poiché continuo a confidare nella buona volontà di tanti tra quelli che si impegnano per rendere in qualche modo sensato ed utile lo svolgimento del nostro quotidiano lavoro, ho pensato di proporre alcune piccole e schematiche riflessioni che non hanno alcuna presunzione di completezza, ma spero possano stimolare verso la ricerca di rimedi che possano migliorare lo svolgimento delle attività processuali e servano a mantenerne il valore rispetto agli obbiettivi concreti che si vogliono perseguire.
Il primo passo mi sembra debba essere ricordare quali sono questi obbiettivi concreti essenziali che si deve riuscire a perseguire nella realtà, per verificare poi in quali direzioni si possa agire.
 
2.- La funzione essenziale del processo penale credo si possa sintetizzare nel tentativo di garantire che la reazione sociale di fronte al crimine sia correttamente indirizzata quanto all’individuazione del responsabile e sia, inoltre, rispettosa della persona dell’imputato. Rappresenti, insomma, non una forma di vendetta, ma un servizio che lo Stato dà per il mantenimento della pace sociale e della sicurezza dei cittadini, cui tutti gli uomini - specialmente i più indifesi e deboli - sentono di avere diritto.
Presupposto implicito, ma essenziale, di questa affermazione è che la risposta al crimine e la ricerca di sicurezza da parte della società sono realtà comunque ineliminabili e che, qualora il processo non riesca a funzionare, tale reazione - come fenomeno sociale - tende a verificarsi in ogni caso, ma con alto rischio di assumere modalità distorte e non rispettose della persona del presunto colpevole, con notevoli possibilità, inoltre, di indirizzarsi verso i soggetti sbagliati.
Da ciò deriva che il processo deve risultare realmente efficace altrimenti, almeno nel medio periodo, sarà scavalcato dalla ricerca di sicurezza e, da una parte, si scateneranno dinamiche che metteranno in crisi la stessa sopravvivenza della vita sociale quotidiana, dall’altra tutti i suoi protagonisti [non solo i giudici, ma anche gli avvocati] diverranno socialmente inutili e saranno percepiti come tali.
Nella Storia vi sono state più volte conferme che, quando la richiesta di reazione e sicurezza sociale si fa molto forte, o il processo si dimostra in grado di rispondere a queste richieste - pur incanalandole entro confini di ragionevolezza e rispetto della persona umana - o viene del tutto scavalcato. Possono essere esempi molto attuali di frizione tra le due opposte esigenze che si cerca di contemperare di fronte ad eventi prima imprevisti, il nuovo sistema di intercettazioni telefoniche ipotizzato in USA in funzione antiterrorismo, certamente non in linea con le ordinarie impostazioni garantistiche del processo americano, ma ancora di più la richiesta di processare i terroristi di fronte alle corti marziali, senza che ciò fosse già previsto prima della commissione dei fatti; oppure il nuovo meccanismo di internamento senza processo previsto in Inghilterra per eventuali arabi sospetti[2] (si badi bene che questi esempi provengono dai Paesi ritenuti la patria del garantismo), ma si potrebbe riflettere anche su alcune delle disposizioni processuali adottate in Italia per combattere il terrorismo interno o pensare alla recentissima vicenda del mandato di cattura europeo come reazione alla criminalità internazionale in espansione ed infine - per non prolungare troppo l’elenco - alle proposte e richieste di intervento fatte in Italia per fronteggiare i fenomeni della violenza in occasione di manifestazioni sportive o delle rapine nelle ville o, in generale, della cosiddetta microcriminalità.
L’intelligenza dei giuristi e la loro bravura tecnica si deve esercitare per superare la miopia del breve periodo ed evitare - nei limiti del possibile - l'oscillazione pendolare tra ipergarantismo e giustizialismo (che sempre tende ad emergere quando il sistema penale diviene inefficace); un eventuale momento di euforia - sia quando tocchi ai giustizialisti, sia quando tocchi agli ipergarantisti - non deve far dimenticare che il periodo dell’oscillazione, anche quando duri alcuni anni, risulta comunque, nella sostanza, molto breve.
 
3.1.- Il processo deve quindi riuscire a procedere con adeguata rapidità verso una pronuncia finale: deve saper essere efficace; se non ci riesce tende a cadere in disuso, con gravi conseguenze sociali. Credo si debbano percorrere contemporaneamente molte vie, ma che tutte debbano essere davvero concrete. Penso sia ormai scaduto il tempo delle formule vuote: i veri giuristi si riconoscono dalla loro capacità di misurarsi con gli effetti concreti che le norme e le interpretazioni di queste possono avere nella realtà.
In questo spirito proverò a fare - solo come esempi di un possibile metodo - una rapida rivisitazione di alcuni istituti e previsioni del codice di procedura penale che, a mio avviso, meriterebbero riforma perché di costo funzionale sproporzionato rispetto ai vantaggi che comportano (quando li comportano).
3.2.1.- Vi sono “garanzie” che sembrano onestamente inutili per l’imputato, ma sono certamente dannose per il processo: ad esempio il disposto dell’art. 420 ter ed il rinvio fatto a tale norma dall’art. 484 c.p.p.: l’imputato legittimamente assente ha diritto non solo (giustamente) al rinvio dell’udienza, ma anche ad una nuova notificazione della citazione (comprensiva di imputazione, ecc.); il risultato è che, con notevole aggravio delle cancellerie e degli uffici addetti alle notifiche ed inoltre notevole rischio che si verifichino nullità puramente formalistiche, si deve ripetere un’attività di notificazione del tutto inutile, poiché l’interesse concreto dell’imputato - che già ben conosce le imputazioni - è semplicemente quello che non si celebri l’udienza in sua assenza e quindi sarebbe giusto prevedere il semplice diritto al rinvio, mentre, per la conoscenza della nuova data, sarebbe sufficiente utilizzare la funzione di rappresentanza del difensore (chi poi tema improbabili difetti di comunicazione tra difensore ed assistito può ricordare che nel mondo attuale non manca per chiunque la possibilità di informarsi direttamente e facilmente in cancelleria e che nel nuovo rapporto tra cittadino e Stato non sembra una richiesta assurda quella di doversi fare parte attiva come corrispettivo del riconoscimento di un diritto e per sanare un eventuale problema di comunicazione tra imputato e difensore non creato certo dallo Stato).
3.2.2.- Altro esempio di questo genere può essere quello del ricorso in Cassazione, con normale effetto sospensivo della irrevocabilità, della sentenza che applica una pena su comune richiesta delle parti, mentre (se non si vogliono favorire attività puramente dilatorie) sarebbe sufficiente - per estremo scrupolo - prevedere, in caso di ricorso, la possibilità di sospensione dell’esecuzione da parte della Cassazione in seguito  a specifica e motivata richiesta del ricorrente.
3.3.1.- Si possono poi fare esempi di “garanzie” che hanno utilità, almeno teoricamente, per l’imputato, ma non mi sembrano ormai compatibili con la funzione essenziale del processo: rappresentano un costo sproporzionato rispetto al risultato concreto che si vorrebbe raggiungere e potrebbero essere superati alla luce del nuovo rapporto stabilito tra cittadino e Stato e tra parti e giudice con il processo di stampo accusatorio.
Penso ad esempio alla notificazione del decreto che dispone il giudizio all’imputato che sia rimasto contumace all’udienza preliminare anche qualora la notifica dell’avviso di tale udienza sia avvenuta a mani proprie o di persona comunque convivente che abbia accettato l’atto: di nuovo non si comprende perché in questi casi se l’imputato non compare all’udienza non venga utilizzata anche a questi fini la funzione di rappresentanza del difensore (e poi, in ogni caso, posto che si tratta di casi nei quali l’interessato ha certamente avuto notizia personale dell’udienza, se l’imputato ha scelto di non presenziare all’udienza potrà comunque informarsi e soprattutto non si vede perché abbia diritto di creare maggiori difficoltà e problemi rispetto a chi ha invece deciso di presenziare); quando poi l’imputato ha eletto domicilio presso il suo difensore questa nuova notifica - necessariamente effettuata solo presso il difensore domiciliatario - diviene un ulteriore caso di attività veramente inutile per l’imputato, ma dannosa per il processo.
3.3.2.- In quest’ottica si può riflettere sull’omessa previsione che l’imputato dichiari se si afferma  innocente o meno al momento dell’ammissione delle prove (problematica spesso molto seria per il corretto ed efficace svolgimento dell’istruttoria dibattimentale nei processi complessi, pur se in concreto attenuabile con una corretta interpretazione di quanto stabilisce l’art. 493/1 c.p.p., quando recita che il PM e i difensori delle parti “indicano i fatti che intendono provare”, poiché dalla corretta prospettazione di questi si dovrebbe compiutamente dedurre la linea difensiva).
3.3.3.- Si potrebbe aggiungere a questi esempi di garanzie sproporzionate rispetto allo scopo - e per questo a mio avviso da superare - anche un eccesso nella regolamentazione dell’istituto della prescrizione, istituto questo di diritto penale sostanziale, ma con notorie indirette pesanti ripercussioni processuali. Si dovrebbe, infatti, prevedere che la prescrizione del reato sia applicabile solamente fino alla pronuncia della sentenza d’appello, almeno per tutti i casi in cui la Cassazione confermi la pronuncia o rilevi solo difetti di motivazione o comunque vizi che non comportino nullità assolute o vizi insanabili nell’utilizzazione di atti o comunque vizi sostanziali (da individuare con attenzione e senza esagerazioni naturalmente), tenuto conto che in questi casi la “pretesa punitiva” dello Stato appare pienamente esercitata e realizzata, anche se, per giusta garanzia dell’imputato, si deve potere verificare che il giudizio sia stato pronunciato a “regola d’arte”. Non appare ben chiaro perché il tempo necessario per questa verifica di pura legittimità del giudicato (già sostanzialmente formatosi) debba poi comportare l’estinzione del reato anche nei casi in cui si riconosca la correttezza della procedura o non emergano comunque vizi tali da dover provocare una sostanziale regressione del procedimento.
3.3.4.- Mi sembra vi sia un altro esempio di "garanzia" sproporzionata rispetto al giusto obbiettivo che si vuole perseguire e che, per la sua eccessività, potrebbe risultare miope difendere ad oltranza.
Penso alla previsione di necessario rinvio dell'udienza quando il difensore sia legittimamente impedito senza che vi sia un adeguato bilanciamento, ad esempio con l'obbligo di nominare almeno un sostituto processuale del difensore[3] e comunque con un limite al numero dei rinvii possibili per tale motivo (si rifletta solo sugli effetti della possibilità di nominare un unico difensore da parte di tutti gli imputati di un clan mafioso implicati in molti diversi e complessi processi).
3.4.1.- Si potrebbero infine introdurre alcuni meccanismi innovativi, ma probabilmente indispensabili nell’attuale situazione, per evitare la futura oscillazione del pendolo verso il giustizialismo.
3.4.2.- Un esempio: la possibilità di prevedere l'immediata esecutività delle sentenze in grado di appello non appena depositata la motivazione, sempre salva la possibilità di sospensione da parte della Cassazione alla luce dei motivi di ricorso (si pensi ai casi in cui l'impugnazione investe solo aspetti di contorno rispetto al nucleo dell’imputazione ed in conseguenza anche l’eventuale accoglimento influisca in realtà solo su una parte contenuta della pena, mentre il rinvio dell’esecuzione comporta un aumento della sua dannosità anche per il condannato, perché finirà per colpire una persona tanto diversa dall’originario autore del reato).
3.4.3.- Un’altra possibilità: il rinvigorimento dei poteri di direzione del dibattimento da parte del giudice - come avviene d’altra parte in tutte le procedure di stampo accusatorio - poiché non può risultare fisiologico che il processo, oltre ad essere affidato all’iniziativa delle parti, sia addirittura abbandonato alla loro buona volontà di procedere. Ad esempio, personalmente condivido, dal punto di vista tecnico, la pronuncia della Cassazione secondo cui non è prevista nel nostro sistema la possibilità di sanzionare con la decadenza dal diritto di assunzione della prova la parte che non abbia provveduto alla citazione deitesti (cfr. Sez. V, 28.3/12.5.2000, in Cass. Pen. 2001, n. 1186), ma tale conclusione - ripeto, a mio avviso, tecnicamente corretta - appare priva di qualsiasi fondamento nel buon senso (tanto più alla luce dell’art. 507 c.p.p.) e foriera di pericolose conseguenze pratiche. In quest’ottica inoltre sarebbe probabilmente saggio ipotizzare una qualche forma di “sanzione” - realizzata anche solo con meccanismi “morali” stimoli culturali ed ambientali inquadrabili nello spirito della "moral suasion" di stampo anglosassone - per eventuali attività processuali stravaganti ed inammissibili rispetto alla vera funzione del processo.
Per spiegarmi ed evitare il rischio che si pensi solo al contenimento delle attività della difesa, mentre le mie riflessioni hanno veramente a cuore l’efficacia del processo nel suo insieme, richiamerò un esempio che riguarda un PM il quale ha creduto di dover presentare ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione[4] contro l’ordinanza del giudice che, nel corso del dibattimento, aveva prescritto a quel PM la rinnovazione della citazione dei testi inseriti nella sua lista non comparsi ad un’udienza (cfr. S.U. 31.1/8.2.2001, n. 4, in Cass. Pen. 2001, n. 1130): a parte lo specifico caso concreto, che avrà avuto origine, come sempre, per motivi particolari che ci sfuggono e non devono essere qui valutati, mi sembra ci si debba chiedere quale sorta di garanzia rappresenti la possibilità di sindacare e rallentare, senza rischiare appunto alcuna conseguenza, neppure del tipo “morale” cui accennavo, i poteri  puramente ordinatori del giudice che andrebbero al contrario potenziati se si vuole poter risolvere la serie di problemi concreti che sempre si presentano nel corso del processo (come nello svolgimento di qualsiasi attività umana) e che chiedono solo di essere risolti secondo buon senso o comunque superati, qualsiasi via si scelga per farlo.
 
4.- Mi rendo conto dell'estrema limitatezza di queste riflessioni, non a caso definite appunti, svolte presentando solo dei semplici esempi tra i molti malfunzionamenti che si possono rintracciare nel nostro sistema, ma spero possano spingere altri a fare proposte migliori e più efficaci; l’importante mi sembra solo che si riavvii un cammino di soluzione dei problemi nell’ottica della concretezza e di quello che gli anglosassoni definirebbero la ragionevolezza del diritto.


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[1] Presidente della 1^ sezione penale del Tribunale di Bologna

[2]  Peraltro già sperimentato in USA al tempo della seconda guerra mondiale per i cittadini di origine giapponese: ulteriore prova dell’assunto qui sostenuto.

[3] Non so se si affermerà definitivamente e quale senso concreto finirà per avere l’interpretazione giurisprudenziale che tende a stabilire tale obbligo pur in assenza di un chiaro quadro di riferimento normativo che invece risulterebbe una garanzia per tutti.

[4] Si pensi a quante energie spese da tanti, per farlo, per studiarlo, per discuterlo, per motivare la decisione.

La margherita, la federazione, l’unione negli scenari della politica italiana

Seminario estivo Passo della Mendola 2005

Passo della Mendola 2005

Alberto Monticone

            Il sistema politico italiano registra oggi un profondo mutamento della natura dei soggetti politici: pur persistendo la presenza di partiti, e persino in numero maggiore rispetto alla stagione da essi caratterizzata (cfr. Scoppola, La Repubblica dei partiti), prevale la forzata invenzione di nuove rappresentanze della volontà popolare. Non sono però gli elettori a determinare con la loro voglia di futuro la nascita di poli, federazioni e altre aggregazioni politiche; essi assistono piuttosto, quasi da spettatori, a ciò che va elaborando il ceto politico e sono poi chiamati ad approvare al modo del coro della tragedia greca. È vero che sono sempre le élites a guidare il cambiamento in democrazia, tuttavia pare difficile ritenere che l’attuale classe politica dirigente sia l’interprete autentica delle aspirazioni popolari delle quali vorrebbe (e dovrebbe) essere l’avanguardia. Nel centrosinistra si nota un chiaro allontanamento dalla sua capacità di porsi in ascolto dei cittadini e di agire con loro, che aveva segnato positivamente la nascita dell’Ulivo dieci anni or sono. La crisi del ’98 e la successiva sconfitta elettorale del 2001 hanno segnato la rottura dell’intesa con la sua base, rottura che invano le forze del centrosinistra – quelle che si erano unite nell’Ulivo – hanno cercato di superare con formule organizzative che talora hanno avuto effetti del tutto diversi da quelli sperati. Dal 2001 ad oggi la maggiore preoccupazione del centrosinistra è stata quella di contrastare la frammentazione, sia in vista di una più efficace opposizione al governo di centrodestra sia per costruire una solida alternativa per il bene del Paese. Se questa finalità è certamente necessaria e positiva, resta comunque ampiamente trascuratoli nodo centrale della politica italiana, ossia il recupero di una concreta, vitale alleanza tra classe politica e cittadini, che è qualcosa di più e di ben diverso dal mero contrasto dell’astensionismo. Il centrosinistra si è troppo speso nella ricerca del consenso elettorale e troppo poco nell’interpretare l’evoluzione della società e nel farsi carico delle istanze diffuse dei cittadini. Va osservato un altro aspetto ingannevole, nella pur generosa tensione del centrosinistra degli ultimi anni: la propensione a ripetere, o forse a conservare, il metodo dell’Ulivo, che oggi non ha più efficacia sia perché lo si richiama più nella forma che nella sostanza, sia soprattutto perché l’Italia del 2005 si trova in una situazione radicalmente diversa – nel contesto europeo e mondiale – rispetto al ’95. La storia del nostro Paese ha subito una cesura, nel decennio, non dissimile dal ’68 o dall’89, e non solo per il terrorismo internazionale. Quando allora nel dibattito politico di area si attribuisce a questa o quella componente del centrosinistra la responsabilità di aver indebolito o portato alla crisi l’Ulivo, si compie una distorsione della realtà e rischia di imboccare una strada sbagliata per l’avvenire. La formula dell’Ulivo appartiene al passato: può esserne ripreso lo spirito, non la struttura. Dichiararsi «ulivisti» ha un senso solo se si intende rinnovare una esperienza felice.

            Sulla scena politica del centrosinistra sono comparse tre nuove forme di aggregazione: in ordine di tempo la Margherita, la Federazione (dell’Ulivo), l’Unione. La Margherita, come è noto, è sorta dall’incontro di popolari, democratici e laici di ispirazione liberaldemocratica. Le ragioni della sua nascita sono principalmente da ricondurre a due aspirazioni: contribuire ad unire le forze democratiche e rendere più coesa la componente del riformismo gradualista del centrosinistra. Essa dunque si configurava come crogiuolo di una forza plurale, capace – proprio in virtù del suo pluralismo – di convergere su grandi linee programmatiche con l’intera area del centrosinistra. Questa potenzialità è stata però frenata e ristretta dalla rigida veste di partito, che, invece di valorizzare l’incontro delle diversità, le ha volute mescolare in una tendenziale uniformità. Per i primi tre anni di vita del nuovo partito la condizione di forza di opposizione ha consentito una buona affermazione della Margherita, la raccolta di un ampio consenso e una non difficile convivenza delle culture di origine delle componenti. Ma profilandosi la possibilità di passare dall’opposizione al governo del Paese si sono risvegliate le identità interne: non per volgari motivi di spartizione del potere, ma per la naturale e profonda ragione che il passaggio alla attuazione del riformismo implica l’affiorare delle sottaciute varietà di metodo e, per certi aspetti, di sostanza. La fragilità della pretesa contaminazione delle culture si è rivelata in due fenomeni apparentemente distinti, ma tra loro correlati: da un lato la formalizzazione di una maggioranza di circa l’80%, abbastanza variegata essa stessa al suo interno, e di una minoranza di circa il 20%; dall’altro la raccolta di altre componenti di assai varia provenienza e persino in contrasto con lo spirito originario della Margherita. La pluralità delle culture nella Margherita ha assunto ormai un carattere contrattualistico, per taluni aspetti più pericoloso del vecchio sistema delle correnti. Si deve allora dedurre che questo partito ha perduto ogni validità? Credo di no, al contrario potrebbe crescere di valore nel panorama politico italiano, ma  a due condizioni: che ricominci da una fase costituente sulla base di un aperto confronto fra culture e progetti, alla ricerca di un comune denominatore; che si impegni a raccogliere le istanze dei cittadini, abbandonando il recupero di vecchio o interessato ceto politico.

            Il secondo fenomeno di trasformazione del centrosinistra è il progetto di Federazione, avviato con intese elettorali nel corso del 2004 tra DS, Margherita, SDI e repubblicani europei, e poi ripreso senza successo a livello di aggregazione nelle rappresentanze elette. Tre sono i passaggi della costituenda FED: il primo fu quello della lista unitaria per le elezioni europee del 2004, il secondo gli accordi per le regionali del 2005, il terzo il progetto di fusione dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato. Nella tornata elettorale per il Parlamento europeo si profilò un disegno interessante nella linea politica dei quattro partiti, perché ci si proponeva di superare in Europa il contrasto/accordo tra PPE e PSE e in Italia si voleva prefigurare uno schieramento potenzialmente maggioritario rispetto al polo di centro-destra. Ma il ventilato gruppo parlamentare unitario a Bruxelles non venne costituito, mentre in Italia l’asserito successo della Federazione non raggiunse la misura desiderata, anche se comunque rispetto al polo avversario ebbe inizio una apprezzabile rimonta. Nella competizione elettorale della primavera del 2005 il centrosinistra ottenne un ottimo risultato, a conferma di quello già verificatosi nelle elezioni amministrative; e tuttavia la FED non funzionò quale motore della rimonta, anzi il dibattito apertosi al suo interno e la parziale unità di liste con alcune eccezioni resero evidente il fatto che quel tipo di alleanza non aveva ancora trovato la sua strada. «Uniti per l’Ulivo» era la formula adottata, ma proprio essa mostrava la debolezza del progetto, sia perché non si scorgeva il nesso con lo spirito dell’Ulivo del ’95, sia per la non partecipazione di alcune componenti di quella originaria alleanza, come i Verdi. In realtà i 4 partiti della FED restavano profondamente diversi nella loro visione del futuro e andava manifestandosi una sempre più palese concorrenza tra i maggiori; DS e Margherita, in misura direttamente proporzionale al crescere dei successi elettorali e alle speranza di strappare al centrodestra il governo del Paese. Vi fu infine il tentativo di federare i rispettivi gruppi parlamentari, tentativo più sviluppato al Senato e meno alla Camera, rimasto però sulla carta. Il vero nodo politico della FED è stato ed è il problema di una forte alleanza di tutto il centrosinistra, intorno ad un programma costruito insieme e ad un leader che ne sia l’espressione e la guida. Tale programma non esiste ancora, mentre Romano Prodi, che indubbiamente ha le qualità per essere il punto di riferimento del centrosinistra, è indotto a ricercare attraverso formule un consenso che invece è ottenibile solo intorno ad essenziali scelte politiche. Così la FED non ha futuro, anche perché le ricorrenti affermazioni di taluni suoi esponenti circa la stabilizzazione di «Uniti per l’Ulivo» o addirittura la sua evoluzione in partito democratico contraddicono la ricchezza di una convergenza plurale e inducono molti a temere la omologazione alla componente più forte.

            Il più recente stadio di coesione del centrosinistra è l’Unione, che, senza pretesa di eliminare le diversità delle posizioni da Rifondazione all’Udeur, si propone quale alleanza progressista alternativa al Polo delle Libertà. È evidente che si tratta di un ritorno dei partiti con un netto stacco rispetto all’Ulivo e alla FED, specialmente se si pensa che per quest’ultima si era a lungo parlato di cessione di sovranità da parte appunto dei partiti. A controbilanciare questa ripresa di protagonismo delle singole forze politiche (anche di quelle minori, se non addirittura di politici «free lance»), si propone una direzione forte affidata a Prodi, al quale si riservano prerogative super partes e poteri decisionali di grande rilievo. È difficile dire se questa sorta di diarchia (Prodi e partiti) sia una svolta di grande momento nel centrosinistra: oggi si può sperare che sia un effettivo passo in avanti nell’offrire alla politica italiana un sicuro riferimento alla composita volontà dei cittadini e al tempo stesso una guida politica coesa e forte, necessaria in una fase di gravissima condizione economica e sociale e di pesanti preoccupazioni per la sicurezza. L’Unione ha il grande vantaggio di essere aperta sia ai partiti sia ad istanze culturali e sociali diversamente espresse e soprattutto di essere una sorta di patto democratico, non meramente elettorale. Non sarà facile mettere insieme sul piano programmatico le tesi della sinistra radicale con quelle di tipo liberaldemocratico o persino moderate del centro, ma, se nel clima del dopoguerra riuscirono ad accordarsi DC e PCI nel formulare la costituzione del ’48, non dovrebbe essere impossibile ritrovare oggi nei suoi tratti essenziali uno spirito costituente. Si sta però compiendo un grave errore di metodo, quello cioè di mettere a fondamento dell’Unione la guida di Prodi attraverso una conferma popolare con le primarie. Oltre i rischi di inutili squilibri tra la sinistra e il resto dell’Unione le primarie sono in contrasto con lo spirito di un patto costituente, non garantiscono la tenuta dell’Unione e isolano maggiormente la figura di Prodi. C’è da augurarsi che o si rinunci alle primarie o si trasformino in una sorta do assemblea di delegati di partiti e di movimenti, a tutto vantaggio di una comunanza di progetto e della stessa leadership di Prodi.

            Margherita, FED e Unione non debbono essere dunque scenari rigidi nei quali ciascuna cultura possa giocare il suo ruolo senza però discuterne i contorni. I cattolici democratici non devono decidere se accettare o rifiutare tali scenari, ovvero non devono soppesare le opportunità di avere in essi spazio. Essi sono piuttosto provocati a valutare innanzitutto se e come le tre strutture corrispondano alla loro idea di comunità nazionale e di rappresentanza democratica e quale eventuale contributo essi possano darvi e, infine, quali miglioramenti siano ad essi consentiti. Per quanto sopra detto l’Unione offre la maggiore opportunità per una ripresa dal basso del cattolicesimo democratico italiano per due principali motivi: il suo carattere di patto democratico intorno ad obiettivi essenziali per questa specifica stagione; il pluralismo delle componenti non limitato ai partiti strutturati. Si tratta tuttavia di un patto che, rispondendo ai principi fondamentali di democrazia, si limita a individuare un itinerario di massima e ad affrontare di questo la prima tappa: la rinascita del nostro Paese sotto il profilo sociale, economico, internazionale. Per il cattolicesimo democratico, come per ogni altra cultura politica all’interno dell’Unione, rimane aperta la sfida del suo radicamento popolare, della sua identità e della sua laicità politica. Proprio la natura di patto dell’Unione solleva con maggiore incisività l’interrogativo intorno alla diaspora dei cattolici democratici, stimolati a rendere unitariamente il loro contributo di idee, di valori, di servizio democratico. Non è qui evidentemente questione di opzioni partitiche, ma di un ben più grande dilemma: quello del senso, della vitalità e della incidenza del cattolicesimo democratico nella società italiana. Si delinea pertanto la necessità di una fondazione, non meramente culturale, di una nuova fase del cattolicesimo democratico in Italia con una speciale attenzione alla dimensione europea del problema.

            Si potrebbe osservare che cattolici democratici sono presenti in diverse forze politiche di centrosinistra (Margherita, DS, Udeur e altre), che anzi nel partito di Rutelli e di Parisi essi sono componente assai rilevante e che in quello di Mastella sono largamente prevalenti. Eppure oggi è assolutamente urgente guardare oltre la classe politica, che apprezzabilmente intende rappresentare la cultura e gli ideali cattolici democratici, e porsi in ascolto di quella parte del Paese che, benché minoritaria, s riferisce alla tradizione cristiana. Non è questione di identità da far valere nei partiti di appartenenza, è piuttosto questione di radicamento e di reinvenzione. La collocazione partitica è un secondo momento, prima bisogna esistere nella consapevolezza, nella cultura e nell’esperienza di vita sociale.

            I recenti dibattiti estivi sul centro appartengono ad una sintassi politica (o forse  a un gergo) che non si addice ai cattolici democratici solleciti di un rinnovamento della politica, soprattutto se per Centro si intende una sorta di casa dei moderati. Il tema del Centro, così come è in questi giorno affrontato, è tutto interno alla rappresentanza parlamentare e ai rapporti tra i partiti, mentre trascura la realtà della società italiana, nella quale, se mai, Centro è sinonimo di condizione diffusa, di speranze condivise, di attese che vanno oltre interessi settoriali, di buon senso popolare. Una politica di centro è allora di per sé progressista, popolare, aliena da tendenze reazionarie come da fughe in avanti precipitose, ma decisamente democratica e capace di anche ardite novità. In altre parole è movimento, pluralismo, sviluppo con la gente: non si identifica necessariamente in un partito e può rendere più efficace un sistema bipolare nel quale non si demonizzi l’avverso fronte, ma lo si combatte con scelte concrete. Oggi una seria politica di centro si colloca, a mio parere, quasi naturalmente nel centrosinistra, in alternativa al preteso moderatismo che prevale nel centro-destra. Paiono allora fuori luogo le preoccupazioni che taluni esponenti dell’Unione hanno manifestato, affermando che una politica di centro è in contrasto con il centrosinistra e con la sua battaglia democratica.

 


Vedi Seminario estivo Passo della Mendola 2005

Vedi Dossier: Seminari di Agire Politicamente

Water Grabbing

Le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo

 MILANO

sabato 16 febbraio 2019 ore 9:30 - 13
Centro Cardinale Schuster, via S. Antonio 5

AMBIENTE E GEOPOLITICA

EMANUELE BOMPAN
MARIROSA IANNELLI

introduce Marco Corno

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