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UOMO E AMBIENTE: PENSIERO E PRASSI

Seminario di riflessione

 
Bologna

Presso l'Istituto San Giuseppe - Via Augusto Murri 74/2

Domenica 11 Maggio 2014

 

Manifestazione con la partecipazione di:

Prof. Andrea Porcarelli - docente di Scienze della Formazione presso l'Università di Padova

Padre Adriano Sella - direttore nazionale della Rete Interdiocesana Nuovi Stili di Vita

Organizzata da

MEIC Bologna


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  • Scritto da Lacorte, Pietro
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A proposito del problema ILVA di Taranto

Pietro Lacorte

22 Febbraio 2013

 

Nella mia qualità di cittadino, partecipe di una comunità alla cui crescita devo contribuire, nonché di medico, ritengo che la “salute” sia un valore preminente nella vita di una persona e che perciò vada sempre tutelata, addirittura promossa. Ragion per cui essa non deve mai essere sacrificata, nemmeno in parte, nell’intento di garantire un altro valore, come il lavoro.

Fra i due valori, non equiparabili, non si può perciò invocare la “cultura della mediazione”, la quale è possibile solo quando si affrontano valori di pari dignità.

Il lavoro rappresenta un valore per ogni persona, in quanto consente di esprimere le proprie potenzialità per l’acquisizione di mezzi necessari alla “crescita”.

La Magistratura di Taranto non  “si è mossa sulla base di principi teorici astratti” ma, ritengo, sulla base delle tante direttive espresse nel corso delle varie Conferenze internazionali sulla promozione della salute che si sono susseguite dopo il Congresso mondiale della salute del 1977, nella quale si chiedeva l’impegno di assicurare entro l’anno 2000 un livello tale di salute da permettere una vita economicamente e socialmente produttiva.

Si riconosceva, perciò, alla salute un valore indispensabile per assicurare un lavoro produttivo in ogni senso.

Come si può allora ritenere che la tutela della salute e, meglio, la promozione della salute, possa essere garantita in un processo produttivo che continua, sia pure in modo progressivamente decrescente, ad esporre i lavoratori dell’ILVA ed i cittadini tutti del comprensorio di Taranto ad inquinanti nocivi per la salute e la vita?

Se l’impegno preminente di tutti, cittadini ed istituzioni, deve essere quello di concorrere alla promozione della salute per l’acquisizione di un sempre maggiore “benessere” è doveroso individuare modalità diverse di attività per i lavoratori dell’ILVA nelle more del disinquinamento di un’industria, costi quel che può costare alla comunità nazionale, quella comunità che finora ha goduto di una crescita economica assicurata da una produzione che non ha protetto la popolazione di Taranto, come avrebbe dovuto.

Domando se è giusto ed etico che il governo, per non correre il rischio di una diminuzione di un’attività produttiva che rende all’economia della nazione, continui ad esporre a sostanze nocive ed inquinanti, sia pure, come già detto, in modo progressivamente minore, i lavoratori dell’ILVA e la popolazione di Taranto e del suo hinterland.

E’ bene fermarsi a riflettere, tenendo presente il dovere di rispettare la vita e la dignità delle persone, al di là di ogni prospettata mediazione e di non meravigliarsi per l’azione di protesta dei cittadini di Taranto, i quali desiderano solo di essere rispettati nel loro diritto alla salute e alla difesa delle loro produzioni tradizionali, divenute pericolose per la salute a causa dell’inquinamento del territorio e del mare.

Meno male che essi si sono svegliati, sia pure in ritardo, grazie alla sensibilità di una Magistratura, responsabile e cosciente  del proprio ruolo in difesa di una giustizia uguale per tutti, giustizia che va assicurata affrontando i problemi in maniera olistica, complessa, nell’attenzione ai riflessi che l’ambiente ha nei confronti “dello sviluppo”  e del “benessere” delle persone e dell’intera comunità”.

Chi governa non ha la prerogativa di decidere da solo ciò che è bene  debba essere attuato; chi governa deve coinvolgere nelle proprie decisioni i cittadini oggetto dei provvedimenti, perché li discutano e li apprezzino, ove li ritengano equi, e partecipino poi attivamente alla loro attuazione, aiutandoli ad esprimere  quelle che A. Sen. definisce  “capabilities”

La Magistratura è un potere autonomo che è stato prevista dai costituenti per la retta applicazione dei diritti e dei doveri dei cittadini e delle istituzioni.

Non si dimentichi che il Governo riceve una delega dai cittadini per essere organizzati a crescere nella loro integrità produttiva, in pari dignità ed a svilupparsi pienamente.

La crescita non è solo legata alla produzione, al benessere economico, ma prevalentemente alla crescita umana dei cittadini, considerati come persone, diventando fattore di “sviluppo”.

Non si può tendere ad un futuro benessere, tenendo presente solo la crescita economica, costi quel che può costare.

Per il caso dell’ILVA di Taranto occorre pensare ad un sistema di bonifica che arresti subito l’inquinamento, sospendendo ogni produzione, e che assicuri ai lavoratori un’attività diversa, magari quella della bonifica del territorio, nel rispetto della loro dignità.

La promozione, che va oltre la tutela della salute, va assicurata in obbedienza alle direttive delle tante conferenze Internazionali che si sono susseguite con un ritmo incessante, dopo quella di Alma Ata del 1978, nella quale si prevedeva il coinvolgimento dei settori economici e sociali, oltre quello sanitario, nell’intento di assicurare il maggiore livello di salute.

E’ utile ricordare le conferenze di Ottawa e quelle successive di Adelaide, Sundsvall, Giacarta, Città del Messico, Bangkok, Nairobi, le quali tutte hanno posto il problema della promozione della salute in modo preminente nell’agenda delle agenzie nazionali ed internazionali nonché locali per la promozione dello sviluppo e non della sola crescita economica.

Nessuno è più autorizzato a disattendere direttive del genere. E la Magistratura di Taranto merita ogni considerazione per il coraggio che ha avuto nel porre sul tappeto un problema per tanti anni disatteso dalle Istituzioni e dai privati favorendo la devastazione di un intero territorio.

  • Scritto da Redazione
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1000 gru di carta

Bologna
Sabato  2 e Domenica  3 aprile  2011
dalle ore 11,00 alle ore 18,00 -  centro  interculturale Zonarelli

Via Giovanni Antonio Sacco, 14 - 40127 Bologna  (zona Via del Lavoro)
bus linea 21 (fermata “Lavoro”), bus linea 28 (fermata “Pezzana”)

Una leggenda giapponese racconta che a colui il quale realizzerà 1000 origami dalla forma di gru legati tra loro, un desiderio sarà esaudito dall’uccello simbolo di longevità e fortuna nella cultura nipponica.

Aiutaci a realizzare 1000 gru di carta che verranno spedite in Giappone, assieme al ricavato (devoluto alla Croce Rossa Giapponese), al fine di aiutare la popolazione colpita dal terremoto dell’11 marzo.

Promosso da:

Gruppo Volontari Giapponesi a Bologna

Informazioni:

da millegru.exblog.jp  tel 0510547833

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  • Scritto da Lacorte, Pierino
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Lettera aperta sull'Ilva

Pierino Lacorte
dal sito MEIC

4 Gennaio 2013

Pubblichiamo di seguito una lettera aperta di Pierino Lacorte, presidente del Meic di Ostuni, al presidente nazionale Cirotto e all'assistente don Zuccaro. Si tratta di una riflessione sulla complessa e dolorosa vicenda dell'ILVA di Taranto. La condividiamo per aprire un dibattito con chiunque voglia discuterne. Taranto - Area industriale

 


Al Prof. Carlo Cirotto - Presidente nazionale MEIC
Al Rev. Mons. Cataldo Zuccaro - Assistente nazionale MEIC

Cari amici,
vivo in una profonda trepidazione per come vedo vivere, ai vari livelli, l'attuale delicata situazione in cui versa il nostro Paese.
Vedo una Chiesa che diventa sempre più gerarchica, nonostante il Concilio, quel Concilio sul quale abbiamo deciso di riflettere nel corso del corrente anno sociale.
Vedo una comunità civile che non ha più fiducia nelle istituzioni e si rifugia in un assenteismo sempre più diffuso il quale può essere foriero di un futuro di una gravità imprevedibile.
A fronte di una situazione siffatta ho la chiara impressione che il MEIC continui a percorrere una strada che non gli offre significanza alcuna nella vita della Chiesa e in quella della comunità civile.
Ho insistito più volte sulla necessità di smettere di parlarci addosso nei vari incontri, nei vari estenuanti dibattiti che non si traducono poi in azioni concrete.
Accadono cose nella vita della Chiesa e in quella della Nazione che ci lasciano spesso indifferenti.
Lasciamo che la gerarchia invada sempre più i campi di nostra specifica competenza laicale, per quanto giustificata dalla nostra ignavia, ed entri nel merito di problematiche molto serie con dichiarazioni, delle quali, talora, farebbe bene ad astenersi.
Lasciamo che i poteri istituzionali adottino soluzioni non condivisibili sul piano etico, come nel caso dell'ILVA di Taranto e non esprimiamo, con pacatezza e coraggio, il nostro punto di vista di intellettuali e di uomini di fede, almeno utile a sostenere il nostro socio e amico che ha assunto un gravoso compito nella compagine governativa.
È mai possibile che nessuno abbia il coraggio di affermare con fermezza che la vita di una sola persona vale, secondo il Vangelo e secondo i più comuni principi etici laici consolidati, molto più di un'industria che si ritiene debba continuare a rimanere in attività al fine di mantenere in vita l'intero ciclo produttivo dell'acciaio? Prevale evidentemente nel decreto legge del governo il principio del bene economico della nazione, composta da oltre sessanta milioni di persone, nei confronti del diritto ad una vita sicura di appena alcune centinaia di migliaia di persone.
Si sostiene che è doveroso assicurare il lavoro a circa ventimila persone e perciò si ritiene necessario che l'ILVA continui a produrre anche nel corso dei lavori di disinquinamento; se poi tale produzione espone, sia pure in modo decrescente in rapporto al progredire della bonifica, i lavoratori a rischi per la loro salute, ciò non costituisce un problema di cui farsi carico.
Sembra ormai che la difesa della salute come diritto primario della persona sia rimasto appannaggio della magistratura, le cui decisioni, si ritiene, dovrebbero cedere alle leggi dello Stato, qualunque fondamento esse abbiano.
Tutto ciò sarebbe passato sotto silenzio se un'intera popolazione non avesse avuto il coraggio di opporsi ad una decisione legislativa che non risolve pienamente il problema, così come ha fatto rilevare una mamma di Taranto con una straziante lettera indirizzata al capo dello Stato, il quale ha ritenuto di giustificare la sua firma al decreto legge, sostenendo che esso non riguarda solo l'ILVA ma anche tutte le altre realtà industriali italiane in difficoltà, nelle quali è necessario intervenire per garantire interventi a protezione dell'ambiente e a difesa della salute dei cittadini. Ma è bene rilevare che il caso Taranto è particolarmente importante per la gravità e la vastità di un inquinamento che investe un esteso comprensorio, nel quale sono compromesse attività produttive locali rilevanti, come l'agricoltura, la zootecnia, la mitilicultura, le quali, sin dai tempi della Magna Grecia, assicurano vita e benessere alla popolazione.
In una situazione così complessa e non facilmente risolvibile è poi intervenuto il presidente della CEI con una nota apparsa su "Avvenire" del 5 dicembre, con la quale ha pienamente condiviso e legittimato l'operato del governo, secondo il criterio di scelta di una "via mediana" che, personalmente, non riesco a comprendere su quali principi si fondi.
Ancora una volta appare evidente l'opportunità che qualche volta la gerarchia si astenga dall'esprimere giudizi sull'operato di organismi politici, secondo quanto viene sancito nella "Gaudium et spes", a proposito del ruolo dei laici nella vita civile, i cui rappresentanti più qualificati per livello culturale continuano a non esprimere giudizi di merito e a non prendere posizione su problemi gravi, come accade spesso nel nostro movimento. E meno male che c'è un Presidente nazionale dell'Azione Cattolica che, quando è necessario, interviene a proposito a nome di tutti noi, interpretando i "segni dei tempi' che ci è dato di vivere, così come ha fatto con la dichiarazione pubblicata su ‘Avvenire" del giorno 8 dicembre, con la quale fa osservare che "aderire all'Azione Cattolica vuol dire compiere una scelta personale e libera, che permette poi di effettuare altre scelte, anche esse liberamente. È un sì che indica un senso di appartenenza alla Chiesa e all'Associazione, dal quale scaturisce il porsi al servizio della comunità e della società". Ed oggi porsi al servizio della società significa contribuire a risolvere nel modo più giusto il caso Taranto, nel rispetto della dignità della vita umana, nonché a prendere coscienza del particolare momento difficile, sul piano economico, sociale e politico, che il nostro paese sta attraversando, e ad attivarsi perché ogni cittadino partecipi attivamente alla vita politica, senza più attendere che qualche personaggio carismatico ci salvi dal baratro, cercando invece di individuare persone capaci ed oneste che nella vita di ogni giorno interpretano il loro dovere di cittadini, senza clamori, al servizio della comunità.
Spero che a tal fine tutti nel MEIC si ripropongano lo stesso impegno posto in essere nell'immediato dopoguerra dai loro predecessori, i quali furono determinanti nel dare un assetto democratico al paese, attraverso l'attiva partecipazione alla stesura della Carta Costituzionale, secondo i dettati del Codice di Camaldoli, ed al governo della cosa pubblica. Basterà rileggere gli atti dei convegni nazionali MEIC svoltisi nei primi anni del dopoguerra per rilevare su quali temi vertessero le relazioni tenute dai soci che poi sono divenuti uomini di governo di alto sentire, oppure rileggere gli articoli di Coscienza di allora.
Ritengo che i soci del MEIC di oggi debbano proporsi il dovere di essere determinanti nella vita del paese come quelli di allora. Non basta gloriarsi per avere aggiornato il Codice di Camaldoli per poi tenerlo custodito in biblioteca. Spero perciò che quanto proposto nell'ultimo progetto MEIC, presentato nel corso dell'ultimo Consiglio nazionale, sul Concilio venga puntualmente attuato per riproporre a tutti i soci la necessità di vivere la storia, sapendo interpretare i "segni dei tempi" per avere la capacità di individuare soluzioni adatte a tutelare il ‘bene comune'.
In caso contrario, personalmente correrei il rischio di non ritenere più necessaria ed essenziale per me l'appartenenza ad un movimento che non mi aiuti ad essere più membro attivo di una Chiesa che sia veramente Popolo di Dio e di uno stato considerato una comunità di persone.
Grato per l'attenzione che vorrete porre a quanto ho scritto, vi saluto con la cordialità di sempre.