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Agire tra l’essere ed il vivere

Riflessione attinente al tema trattato

nel Seminario estivo

“La memoria di essere popolo": "Per una prossimità della politica”

Giovanni Pizzi[1]

15 Agosto 2019 – S. Maria Assunta

Silvana De Mari, in un suo post , tratta della depressione, malessere dei nostri giorni nelle nostre vite. Per descriverla, richiama il processo di formazione della coscienza individuale distribuita tra le sfere emotive e razionali che si stratificano nelle consistenze dell’io. Quell’io che la scienza psicologica tenta di descrivere e che si forma nell’individuo in un continuo e ricorsivo processo di riflessione propria e di esperienze transazionali con il noi ed il mondo esterno. Un io, poi, che si forma nell’individuo nell’inconsapevole percezione che l’io dopo di aver detto io sia già differente dall’io che lo precede.

Nell’attuale epoca postmoderna caratterizzata da disincanti e multimedialità - con eccessi di messaggi -, l’autrice sottolinea come si giunga presto all’incapacità di elaborare le esperienze, di essere condizionati nel pensare al punto – direi – di giungere a quell’illusione del pensiero che consiste nel “pensare di pensare”. In queste condizioni viene così esaltato un incapace di coniugare emotività e ragione alimentando quei drammatici stati di disagio che assumono il nome di depressione.

Imparo dell’autrice e del suo “post su social” dall’apprezzamento che ne ha fatto un amico. Ella introduce il suo lungo testo con un brillante incipit che invita anche me a superare l’impegno della lettura in quel contesto mediatico uso alla concisione.

Leggo e mi accingo ad esprimere il mio like ma, per abitudine, mi concedo un tempo per riflettere tanto più che trovo nell’incipit qualcosa di impreciso. Ora, l’incipit è efficace ma … falso! Più che falso, direi pericoloso: provo a dire la mia.

È vero, in epoca biblica non si parlava di depressione ma ciascun’epoca esprime i concetti secondo parole proprie. Oggigiorno accettiamo l’inquadramento e la terminologia dei disagi e delle malattie secondo tassonomie definite e condivise in ambito scientifico (capita poi che le malattie entrino ed escano da tali elenchi, ma questo è un altro problema …). Dunque, in epoca biblica non si usava la parola depressione ma si impiegavano altri nomi per esprimere disagi esistenziali che certo non mancavano.

Perciò, qualcosa di vero e di falso nel testo; ma quale il “pericolo” nascosto?

Esso non è nel richiamo alla depressione ma, credo, stia nell’evocare nostalgicamente un felice tempo perduto per paragonarlo ad una drammatica decadenza del tempo attuale. E anche questo atteggiamento, ripreso dagli anziani di ogni generazione tanto da diventare con Orazio, proverbiale, non è pernicioso in sé in quanto memoria di esperienze da trasmettere alle nuove generazioni ma può diventarlo. Può diventarlo se porta a ritenere che le trasformazioni siano nocive; se ci si ritira dal dialogo intergenerazionale vedendo che i valori della tradizione non vengono accolti, non riflettendo sulla necessità di proporli con un linguaggio comprensibile nei tempi che cambiano; che i problemi del tempo nuovo non ci riguardino, forse per una raggiunta immunità …. Insomma, una serie di aspetti riducibile forse al rifiuto di relazionarsi con il nuovo e con i nuovi arrivati nella scena del mondo e all’incapacità di interpretare nelle nuove situazioni quei valori che hanno alimentato la nostra esistenza ma che non sappiamo far emergere nella giusta luce nel tempo che ci è dato e ove pur essi possono trovar spazio.

Mi piacerebbe vivere al tempo del re Davide? Forse, ma non mi è dato di farlo. Il problema non si pone: qui e oggi si compie la nostra vita. Qui e oggi il nostro io, il noi (umanità; non quello del “prima noi”!) deve operare per cercare il bene possibile. Questo è lo spirito che dovrebbe animare quel processo partecipativo – e creativo per i credenti -al quale siamo stati chiamati. Processo che ora ci vede differenti dall’umanità del tempo di Golia; processo di forza infinita che è già “atto” (Essere) ma che noi vediamo, facendone parte, solamente “in atto” (Vita) e che ‑ ormai abbiamo capito ‑ dovremmo interpretare con la legge della misericordia fraterna, la sola regola capace di corrispondere all’originaria potenza generativa (Mt 9,13b) e di farci giungere al punto omega della beata “assunzione a tempo indeterminato”.

Processo, in definitiva, che parte da un fiat e che interpella la nostra partecipazione con l’impegno del buon amministratore e non, invece, con quell’atteggiamento di chi illudendosi nella conoscenza di colui al quale rispondere (Mt 25,24b “so che sei …”), prudentemente si arrocca ma verrà poi giudicato “servo malvagio ed infingardo” (πονηρὲ δοῦλε καὶ ὀκνηρέ).

Ecco, questo è il possibile “pericolo” presente in quell’incipit, pericolo che potrebbe falsare il recepimento dell’apprezzabile analisi contenuta nell’articolo, capace di trovare quei consensi cui io stesso posso ora associarmi.

 

[1] tinyurl.com/y3jjsjyc