Il governo della città: autonomia, prossimità, integrazione

Relazione al Convegno nazionale di Agire politicamente – coordinamento dei cattolici democratici e Associazione Teorema


Paolo Giaretta

Roma, 13 maggio 2016

Qualche anno fa l'economista statunitense Edward Glaeser ha pubblicato un corposo volume che ha voluto intitolare “Il trionfo della città” e a sostegno della tesi bene espressa dal titolo ha portato molte argomentazioni e anche molti dati. Ormai più della metà della popolazione mondiale vive in aree urbane. Anche se con il termine città poi si da espressione a realtà abbastanza diverse. Le megalopoli asiatiche, latino americane ed africane con decine di milioni di abitanti sono città formate da molte città con incredibili diseguaglianze. C'è la rete delle città medie europee che ne costituiscono l'ossatura urbana, con molta storia alle spalle. Non mancano le grandi capitali come Londra e Parigi. Negli Stati Uniti su una popolazione di 318 milioni di abitanti 243 milioni si concentrano nelle aree urbane che coprono tuttavia solo il 3% della superficie.
 

Del resto da sempre è nella città che si concentra l'innovazione, l'anticipazione del futuro. Era ad Atene che Platone e Socrate discutevano, è nelle città medievali che si sono accresciute le libertà dei cittadini, lo splendore delle città rinascimentali è un lascito che ha formato la civiltà europea, fino alla Ville Lumière con il mito della città anticipatrice di una nuova epoca, basata su nuove tecnologie, fino alle città verticali degli Stati Uniti, ecc.

Dalla polis alla civitas

Però possiamo vedere nella storia la traccia di due modelli che hanno accompagnato la formazione delle città: è la giustapposizione tra la polis dei Greci e la civitas dei Romani.

La polis greca trovava il suo fondamento nel radicamento, nell'identità della stirpe. Era il titolo di nascita a dare i diritti di cittadinanza. Così la vita cittadina si articolava attorno a tre punti focali:

la democrazia nasce nella polis ateniese, tra l'agorà che era insieme il luogo dei commerci (la mediazione degli interessi) e della manifestazione della volontà popolare, ed il teatro, l'altra grande istituzione pubblica, il luogo in cui, attraverso miti e narrazioni, si esercitava la critica sociale.

La civitas romana si qualificava piuttosto per un patto di cittadinanza aperta, tra genti diverse che trovavano nella città il luogo di una più piena cittadinanza. Città multietniche le chiameremo oggi, e ne troviamo una vivacissima rappresentazione nella descrizione che fanno gli Atti degli Apostoli della Gerusalemme del primo secolo dopo Cristo: “Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi”.

Non c'è dubbio che la città contemporanea assomigli più alla civitas romana che alla polis greca ma possiamo interrogarci sul fatto che si passi, specialmente per le periferie delle città, dallo splendore delle città rinascimentali allo squallore. Se Aristotele diceva “gli uomini si riuniscono nelle città per vivere la buona vita”. C'è il vecchio detto medioevale “l'aria della città vi fa liberi”, ed era realmente così se non per tutti per i ceti più dinamici, la città come punto di produzione di ricchezza e di scambio, luoghi insieme alle grandi istituzioni religiose della produzione di pensiero; le mura che dovevano difendere la città ordinata dal disordine esterno, ma erano insieme porte di relazione tra il di dentro ed il di fuori. Oggi possiamo interrogarci su come raggiungere questa finalità della buona vita nelle città contemporanee, tra periferie degradate, qualità dell'aria dannosa per la salute, mobilità inefficiente, impoverimento degli spazi pubblici, ecc.

Città di cittadini

Per affrontare le sfide della città contemporanea non ci sono ricette precostituite, occorre partire dalla concretezza di vita dei cittadini. Possiamo ancora ricorrere alla cultura classica, ci ha detto Sant'Agostino “la città non è fatta da pietre e da torri, ma dai cittadini”. E' un concetto che abbiamo un po' lasciato per strada, e che invece va ripreso con convinzione, anche se c'è una crisi di partecipazione, se la partecipazione può avvenire più sui no a prescindere che sui sì: difficile risolvere punti di crisi senza poter contare sulla convinzione dei cittadini, sulla loro disponibilità ad essere protagonisti di cambiamento, su un rapporto di fiducia con il futuro.

Il punto è che di fronte alla crisi di vivibilità delle città occorre essere capaci di produrre una nuova generatività, mentre sembra prevalente una alternativa sostanzialmente immobilistica. Proseguire le stesse politiche che hanno già dimostrato una efficacia non sufficiente, oltretutto con meno risorse che porta ad una limitazione del perimetro dell'erogazione dei servizi tradizionali oppure abbandonare le vecchie politiche o ridurle con contemporanea eccitazione delle paure e dei rancori, individuando i presunti nemici che cambiano in peggio la vita delle città. Sono politiche deboli che generano una distruzione di comunità.

Nell'economia di questo convegno non c'è spazio per un approfondimento nel merito di tutte le singole politiche necessario, mi limito a segnalare tre snodi per i quali cercare di dare origine ad una nuova generatività per le politiche urbane.

Per un nuovo welfare comunitario, a partire dalla città

Un primo snodo riguarda le politiche del welfare ovunque in affanno. Eppure il sistema di welfare è stato per tutta la seconda metà del 900 il motore dello sviluppo e l'alimentatore di una fiducia nel futuro. Alimentando una circolazione virtuosa: lavoro, retribuzione, consumi, domanda di beni, di nuovo occupazione, con la rete di sicurezza in termini di previdenza, sanità, istruzione, casa.

La crisi fiscale degli stati ed un regime di costi crescenti nelle erogazioni porta ad una riduzione del perimetro delle prestazioni, ma tutti gli elementi portano a considerare ancor più necessario un sistema di welfare efficiente. Peggiora la demografia, con un invecchiamento progressivo della popolazione e costi sanitari e assistenziali crescenti (dati…). Crescono le diseguaglianze sociali con una precarizzazione del lavoro ed una sua penuria. In complesso l'economia globalizzata è segnata da una maggiore incertezza e senso di insicurezza. E' una questione che riguarda complessivamente modelli di sviluppo, politiche nazionali e sovranazionali, ma la ricaduta riguarda anche quella consistente parte del welfare che viene gestito a livello delle città: erogazioni ai cittadini in difficoltà economiche, prestazioni di servizi a favore delle fasce più deboli, con presenza di handicap, sostegni alla famiglia, asili, ecc.

Può esserci una difesa coraggiosa da parte dei comuni del mantenimento di un sistema di welfare comunale, con una quota crescente del bilancio che si riduce mantenuta a favore degli interventi sociali. Ma sono politiche sostanzialmente senza futuro. Occorre una ridefinizione delle politiche più in profondità: è ancora corrispondente ai bisogni presenti nella società l'ordine tradizionale di priorità negli interventi? E le modalità di prestazione dei servizi sono efficaci e vi è una appropriatezza degli interventi?

Ci sono sperimentazioni interessanti per rifondare su basi nuove il welfare comunale in particolare. La Fondazione Zancan (benemerita istituzione di ricerca sociale promossa da Mons. Luigi Nervo, a cui si deve anche l'avvio dell'esperienza della Caritas Italiana) ha promosso una nuova impostazione del welfare che ha definito welfare generativo. Si tratta di passare da modello 2R, basato sul raccolta delel risorse finanziarie e loro redistribuzione a un modello a 5R: raccogliere e redistribuire sì, ma con la capacità di rigenerare risorse, rendere e responsabilizzare. Il concetto fondamentale è questo: nessuno è talmente povero da non poter restituire in forme diverse ciò che riceve, nessuno ha diritto di ricevere senza una disponibilità alla generosità e responsabilizzazione. Un certo numero di Comuni italiani sta sperimentando queste nuove forme: pensiamo da ultimo alle esperienze di lavoro sociale da parte dei profughi in cambio dell'accoglienza, ma esistono molte altre esperienze: erogazione di sostegno al reddito in cambio di disponibilità alla formazione e ad attività di volontariato, accordi tra imprese, lavoratori, enti locali per la valorizzazione sociale dei periodi di cassa integrazione. Vi sono diverse definizioni di queste attività, da patti di riscatto sociale, cantieri di cittadinanza, baratto, ecc.

Sul sito ad hoc predisposto dalla Fondazione welfaregenerativo.it si trovano illustrati principi ispiratori ed esperienze in corso. Non tutto è semplice: bisogna superare rigidità, diffidenze, apparati normativi imperfetti ma è la possibile strada maestra da imboccare per un nuovo welfare sostenibile, inclusivo e responsabilizzante.

Gente senza casa, case senza gente

Il secondo snodo è costituito dalla politica della casa. Si tratta di un diritto fondamentale che interagisce direttamente con la buona vita nella città. Cittadini che abitano precariamente in case degradate non avranno mai rispetto per i beni collettivi, per gli spazi pubblici. Eppure la politica per la casa è una politica scomparsa dall'agenda politica del paese. La situazione italiana e peculiare rispetto a molti altri paesi europei: vi è una alta percentuale di case in proprietà, attorno al 75%. Però rischia di essere una situazione che riguarda più il passato che il futuro. Mobilità lavorativa, minore disponibilità di reddito di fronte a costi crescenti per l'acquisto sono insieme ad altri fattori che tenderanno a far crescere la quota di chi con più difficoltà potrà accedere alla proprietà ma anche ad avere difficoltà a sostenere affitti di mercato, specie nelle grandi aree urbane.

In effetti si sta realizzando uno scambio ineguale, da un lato c'è un abbandono nelle politiche di rinnovo ed ampliamento del patrimonio abitativo pubblico, dall'altro nelle grandi città si amplia la fascia di un abusivismo tollerato che è la peggiore delle politiche. L'abusivismo porta con sé molti fattori negativi: poco rispetto per l'immobile in uso, ingiustizia per il non rispetto delle graduatorie togliendo immobili a chi ne avrebbe diritto, illegalità che si amplia, accanto all'abusivismo di necessità si consolida un abusivismo di comodità, come bene illustrano le vicende romane.

Si calcola che vi siano circa 700.000 famiglie che avrebbero tutti i requisiti per accedere alla edilizia residenziale pubblica, essendo utilmente nelle graduatorie comunali, ma che non vedono soddisfatta la domanda per mancanza di case.

Il paradosso da sconfiggere è proprio questo: troppa gente senza casa ma anche troppe case senza gente. Infatti: esiste un enorme invenduto di edilizia residenziale privata, una parte del quale è ormai patrimonio di banche che sono subentrate ai costruttori, esiste un consistente patrimonio pubblico degradato e non utilizzabile, che si lascia deperire ulteriormente, esiste un patrimonio pubblico mal utilizzato (priorità non rispettate, case grandi assegnate a famiglie unipersonali, censimenti inadeguati, ritardi o mancati pagamenti, ecc.).

Sarebbe ora di mettere in campo come fu fatto in anni ormai lontani (dalle “case Fanfani” negli anni '50 ai piani comunali per l'edilizia pubblica negli anni '60 e '70) un progetto complessivo per la casa nella città. Rigenerare le periferie passa necessariamente per la casa come diritto/risorsa. Mettendo insieme i possibili protagonisti: Stato, Comune, Regioni, ognuno per la propria parte di competenza, gestori del patrimonio pubblico residenziale, banche interessate a valorizzare il patrimonio invenduto, Cassa Depositi e Prestiti., ecc.

Avviando un ciclo virtuoso: recupero del patrimonio pubblico, risanamento quartieri, rigenerazione urbana dal lato dell'offerta, dal lato della domanda una azione incisiva di responsabilizzazione. Anche in questo caso nessuna casa senza restituzione di ciò che ognuno può dare. Ad esempio autorecupero da parte degli inquilini per immobili degradati, in forma singola o meglio cooperativa, lavori di manutenzione e/o di servizio (manutenzione del verde, pulizia spazi comuni, custodia, assistenza anziani, ecc.) a fronte di riduzione di fitto e spese.

Le forme possibili sono molte. L'unica cosa che non si può fare è rimuovere la questione casa dall'agenda politica della città.

Smart cities, oltre la tecnologia

Infine una riflessione sul termine smart cities. Usato ed abusato, ma che realmente può sottintendere un insieme di politiche capaci di migliorare di molto la convivenza urbana. Si tratta in sostanza di applicare tutte le possibilità offerte dalle moderne tecnologie, in particolare quelle digitali, per ampliare la gamma dei servizi offerti ai cittadini e i processi a cui i cittadini possono partecipare, per ottenere “more with less”, cioè più servizi e servizi più efficienti con meno risorse.

E' importante non vedere solo la dimensione utilitaristica e tecnologica che pure è importante ma più largamente comprendere le possibilità offerte da un nuovo modello di città orientata alla sostenibilità ed al benessere. Tecnologie per rendere le città più accessibili, vivibili, consentendo al cittadino una nuova centralità e nuove forme di partecipazione, non solo alle decisioni di interesse collettivo ma anche con una scelta più personalizzata dei servizi.

Le sperimentazioni in corso sono molte, il sito ANCI/Smart cities registra oltre 1300 progetti con investimenti per 3,7 milioni di euro e oltre 15 milioni di cittadini interessati. La platea di servizi a cui applicare le nuove tecnologie è molto ampia: trasporti collettivi (bigliettazione on line, servizi on demand) parcheggi, sharing auto e bici), accesso semplificato alla pubblica amministrazione, conoscenza e cultura, forme partecipative (interazione con l'istituzione comunale, consultazioni, gruppi di impegno, ecc.).

Dalla crisi la buona vita urbana

Siamo in tempi di intensi cambiamenti anche per le città. Un cambio d'epoca piuttosto che solo un'epoca di cambiamenti. Come sempre il cambiamento ed i momenti di crisi generano scoraggiamento, disorientamento, paure. Può esserci la tentazione di disertare una cittadinanza piena, di rinchiudersi in un pessimismo improduttivo e ancor peggio coltivare rancore, disprezzo, fino all'odio per chi è diverso. E' il ritratto che troviamo nei Salmi 55.11: “giorno e notte fanno la ronda sulle mura, in mezzo ad essi cattiveria e dolore”. La strada da perseguire è un'altra, dalla crisi uscire con una nuova generatività, più aperta al futuro e ad un impegno solidale. Con lo spirito a cui invitava i potenti del suo tempo: “Colui che signoreggia sé possiederà la città con timore santo, con amore ordinato e non disordinato, come cosa prestata e non come cosa sua”. Se il linguaggio è quello del tempo i concetti sono di una attualità straordinaria. Signoreggiare sé, governare il proprio animo perché sia orientato al bene comune e non si faccia travolgere dalla passione politica per l'immediato, avere coscienza delle difficoltà che comporta il buon governo, sapere che le competenze non si improvvisano (l'amore ordinato), sapere che riceviamo una delega dai cittadini ma la città è di loro proprietà. Del resto questo era il giuramento che dovevano fare gli ateniesi quando assumevano l'incarico di governo: “Prometto di lasciare la città migliore di come la ho ricevuta”.

La città è la dimensione giusta per ricreare dal basse nuove forme di convivenza urbana, ricercare quella buona vita di cui ci parlava Aristotele.


Vedi VIII Assemblea Nazionale di Agire Politicamente - 2016