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Fuoco sulla terra

Alessandro Cortesi op

Agosto 2016

 

In questi giorni si stanno svolgendo i giochi olimpici a Rio de Janeiro ed un fuoco è al centro della grande manifestazione che raccoglie atleti da tutto il mondo nella partecipazione alle gare. Quel braciere, acceso con la torcia olimpica portata dai tedofori nella lunga corsa, può facilmente sfuggire allo sguardo quale frammento di una gigantesca coreografia delle olimpiadi divenute un ingranaggio della grande macchina del mercato mondiale. Ma nel suo fuoco reca tuttavia con sé antichi e dimenticati riferimenti. E’ rinvio al fuoco sacro di Olimpia che rimanendo acceso durante tutta la durata dei giochi segnava anche un confine alla guerra facendola tacere almeno per un tratto e delimitava un tempo di sospensione dalla violenza.


Quel fuoco recava in sé una nostalgia e una promessa di pace, tutti elementi tragicamente negati dagli eventi che viviamo in questi giorni. Altri fuochi ben diversi sono  sputati da armi che alimentano il conflitto senza tregua in Siria, vengono accesi nella durissima repressione del golpe in Turchia in cui ogni diritto viene calpestato. Ancora fuochi ben diversi sono quelli delle bombe che hanno portato distruzione in ospedali in luoghi di cura di malati e bambini, o nell’assedio di Aleppo dove due milioni di persone sono rinchiuse senza acqua e elettricità, proprio in questi giorni in cui le prime pagine dei giornali sono occupate dai record dei migliori atleti mondiali.

Forse questo fuoco olimpico può illuminare anche aspetti rimasti al buio dell’evento delle Olimpiadi e di situazioni dei nostri giorni che rischiamo di vivere da spettatori distratti: illumina le favelas di Rio in cui le Olimpiadi vengono percepite solamente come eco di un mondo ricco e inavvicinabile, dove lo spettacolo è osservato da lontano mentre la vita di stenti non è per nulla cambiata. Esso illumina la squadra dei rifugiati che è riuscita a partecipare alle Olimpiadi 2016, senza attirare troppa attenzione da parte dei media: di essa fanno parte atleti fuggiti dai loro paesi tra i tanti migranti che hanno cercato rifugio ed hanno continuato a coltivare un sogno, pur essendo ormai senza patria, o meglio avendo scoperto che siamo tutti stranieri in cerca di una patria comune.

Il fuoco di quel braciere può ricordare che nel nostro tempo dovrebbe essere rovesciato il motto olimpico:citius, altius, fortius. Quel fuoco può suggerire ad un mondo che guarda solo ai primi e si lascia attrarre solo dai record o dai fallimenti e delusioni dei campioni, di pensare al senso perduto di un evento ordinario e quotidiano come il gioco nella vita umana indirizzando lo sguardo a chi resta indietro, a chi solo ha partecipato. Nel gioco ciascuna e ciascuno può partecipare, indipendentemente dalle fattezze del proprio corpo, nel riconoscimento della propria provenienza,  e vivere quel sentimento profondamente umano della gioia di gareggiare, di affrontare insieme lo sforzo e la fatica. Nel gioco tutti possono misurarsi nella competizione in cui l’altro non è un nemico ma un volto accomunato nella medesima umanità e passione, tutti possono manifestare l’abilità quale dono di natura e frutto di esercizio, tutti possono vivere la gioia di vincere ma anche assaporare la gioia di perdere scoprendo come proprio nel perdere s’impara l’autentica vittoria non di un momento ma del crescere nel divenire più umani.

 

Quel fuoco ricorda allora di cambiare prospettiva, non solo in rapporto alle olimpiadi, da scorgere recuperando la luce di quell’antico fuoco liberandolo dal rimanere elemento decorativo e retorico. E’ richiamo ad una conversione in rapporto al modo globale di concepire l’esistenza: non piùcitius altius fortiuspiù veloce, più in lato, più forte, malentius profundius suavius,più lentamente, più in profondità, più dolcemente. Questo potrebbe essere il motto di un mondo che scopre dimensioni inedite e da praticare nella scelta della possibilità dell’impossibile. Lo ricordava Alex Langer anni fa in un suo intervento ripreso nella raccolta di suoi scritti “Il viaggiatore leggero”:

 

“Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico ‘citius, altius, fortius’ – più veloce, più alto, più forte – che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ‘lentius, profundius, suavius – più lento, più profondo, più dolce -, e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso(da Intervento ai Colloqui di Dobbiaco 94, in Alexander Langer, Il viaggiatore leggero.Scritti 1961-1995, Sellerio 2011, 210).